La poesia della “sparizione”. Intervista a Franco Acquaviva

di Guido Michelone

Questa intervista nasce quasi a caldo, verso la fine di Maggio, ovvero a conclusione di una fase drammatica per il Nostro paese ma anche in coincidenza dell’uscita de La strategia della sparizione, nuovo libro di poesie di Franco Acquaviva – drammaturgo, poeta, saggista, critico teatrale, che, dopo il DAMS bolognese, sceglie di lavorare sulle rive del lago d’Orta con il proprio Teatro delle Selve, dirigendo workshop, gruppi, rassegne, in pacata controtendenza, rispetto a tanta offerta istituzionale – arriva a quattro anni da Teatro nelle fibre del corpo: entrambi ‘viaggi’nella letteratura in versi, hanno un imprinting verso una parola colma di scena lirica e di spettacolo intimista, benché teatro e poesia restino, di proposito due corpi separati nell’arte dell’Autore. 

– Franco, iniziamo l’intervista, prima di parlare del tuo nuovo libro, con alcune domande ‘dolorose’, vista la tua principale attività teatrale. Come hai trascorso i 3 mesi di lockdown?

Il nostro teatro aveva ancora in programma quattro spettacoli prima di concludere la programmazione 2020-21. Due erano nostre produzioni, di cui una in debutto. Poi avevamo in corso una rassegna parallela di incontri su poesia e filosofia, ma la quarantena ha imposto la chiusura del teatro e dunque abbiamo dovuto interrompere tutto.  

Chiuso in casa come tutti, non mi sono messo a progettare il futuro, ma ho cercato di lavorare sul presente, su questo presente strano che si dava. Quindi rinnovata attenzione alle relazioni famigliari, molta meditazione, tante letture, soprattutto poesia, filosofia e teatro. E anche scrittura. Senza quasi volerlo, ma solo per rispondere a una necessità di ascolto che sentivo, ho scritto un bel po’ di nuove poesie, abbastanza per farci un libro. Ma non subito, in fondo Strategia della sparizione è appena uscito. 

Assieme alle discoteche, ai concerti punk e all’opera lirica, il teatro (che però è uno dei tratti archetipi dell’uomo) aprirà i battenti tra gli ultimi: che senso ha e come vedi l’estate, il futuro prossimo?

Le disposizioni per la prossima riapertura sono, giustamente, tutte sbilanciate sul versante della sicurezza. Certo rimane da capire che senso abbia far recitare gli attori con le mascherine. Più praticabile è forse la strada del distanziamento di due metri tra attori, sul palco. Questa  disposizione potrebbe addirittura avere l’effetto di incrementare la creatività dei registi e degli attori… Ma è chiaro che finché non ci si sarà dotati di un vaccino che neutralizzi tutti i rischi di contagio, per contatto o prossimità, il teatro rimarrà un esercizio dell’immaginazione. C’è qualcuno che si spinge a prevederne un futuro digitale, anche se temporaneo. Che dire? Non è teatro. È come se tu non avendo un caminetto, per rimediare ti colleghi a youtube, dove esistono (li ho visti), ore di filmati a camera fissa che riprendono fuochi-nel-caminetto e te le trasmetti sul televisore. Il movimento, la dinamica, i colori magari si avvicineranno pure alla realtà, ma dov’è il calore, dove la presenza viva del fuoco? Il teatro in fondo è come il fuoco, e forse, nella storia umana, è altrettanto antico. Non puoi surrogare il fuoco. Il fuoco scalda e brucia, è protettivo e pericoloso insieme, contiene in sé l’ambivalenza stessa della vita. Forse il teatro è in grado di insegnarci il fuoco. E il fuoco non può scomparire, è nella sostanza stessa delle cose. 

Parliamo ora del tuo libro, il secondo di poesia, in mezzo a tanto teatro fin da giovanissimo: che differenza c’è, per te, fra i tuoi versi e il tuo essere drammaturgo, attore, regista?

Nella poesia cerco di dimenticare il mio essere uomo di teatro. Cerco di non entrare nel facile gioco della rappresentazione o della narrazione. Per me la poesia è un fatto musicale, sonoro. Ed è anche un fatto di intuizione, di epifanie. Poi certo, magari accenni di narrazione ci possono entrare, a volte arrivano dei “personaggi” o meglio delle figure, ma questo può accadere dopo aver impostato una “fascia” tematica, stilistica, di pensiero, di “occasioni” che non parte da lì, dall’esigenza di narrare.

Quando mi capita di leggere a voce alta i miei testi, nel corso delle presentazioni che mi capita di fare, cerco di tenere lontano l’attore e di concentrarmi sul suono e sulla musica dei versi. So di toccare un tasto delicato. C’è chi pensa che la poesia sia buona se funziona anche detta a voce alta, e c’è chi sostiene non sia necessaria questa “verifica”. Sono modi diversi di considerare il problema del doppio livello – orale e scritto – che la poesia comunque tiene insieme. Credo che non ci possa essere l’uno senza l’altro. Sappiamo per esempio come i fenomeni di allitterazione o le stesse rime, che io però non uso, anticamente avevano a che fare con le formule apotropaiche orali di scongiuro, preghiera, invocazione, incantesimo; verrebbe da dire con l’evocazione di uno stato altro di coscienza e di altri livelli di realtà, niente di meno. Ed è così in molte civiltà umane, forse in tutte. Pensa alla funzione del mantra nelle pratiche di meditazione orientali, o al fatto che i Veda, la più antica sacra scrittura dell’umanità, sia scritta in versi che i rishi, i saggi indiani, circa 5000 anni fa, cantavano e trasmettevano oralmente. 

– Conoscendo entrambe le attività, c’è al centro la parola, ma nella tua poesia si fa spesso ‘difficile’, quasi ci fosse una strategia di sparizione del comprendere dello scrivere il testo in senso logico o razionale. Giusto?

In questo libro sì. Invece questa cosa c’era di meno, molto meno nel primo libro.

– Non vogliamo dire che non sei logico razionale, ma scegli di proposito, con molta consapevolezza, un percorso poetico tortuoso, antinarrativo, spezzettato, talvolta ellittico per affrontare comunque grandi temi. Come mai?

Si tratta di un fatto anche di preferenze di lettura e di amore per certe cose e non per altre, che orientano le scelte di scrittura. Per esempio, mi piace la poesia ardua, il trobar clus, perché una poesia così è come un testo inesauribile, una formula verbale che cambia a seconda dello stato in cui ti trovi quando la leggi, facendoti intravedere sempre nuove connessioni. Non so se è questo che riesco a fare, però ci provo. Vorrei sottolineare che non si tratta di un calcolo intellettuale, di un programma sperimentale dichiarato o rigido, ma proprio di un mio modo di sentire-scrivere la musica dei versi, nel tentare di arrivare alla poesia. Il lavoro che sto facendo adesso, e si trova anche nel nuovo libro, è quello sulla metrica tradizionale italiana: sto lavorando su poesie in solo endecasillabo, e questa costrizione mi aiuta a sperimentare stando dentro a un certo rigore. E’ una sorta di esercizio, non dico di padroneggiarlo, lo sto ancora studiando. 

– La tua potrebbe definirsi una poesia esistenziale o esistenzialista perché la vita (addirittura qualsiasi forma di vita) è al centro delle tue riflessioni poetiche: da cosa deriva tutto questo?

Non saprei, forse dal fatto che mi faccio sempre domande sul senso della mia vita, del mio passaggio sulla terra. Sono domande che mi sono sempre fatto. Possono portare a delle risposte o restare domande. Possono angosciare in quanto domande senza risposta, oppure trovare risposta in uno scavo delle domande e in definitiva in una pratica spirituale. Per me vale la seconda ipotesi. La mia fase esistenzialista credo di averla ormai superata, per fortuna.

– Ci sembra di capire che il messaggio (se tale si può chiamare) oscilli tra ottimismo e pessimismo e che ciò dipenda molto dalla volontà dell’uomo di creare, vivere, lavorare, credere per il bene di tutti. Davvero è così?

È tutto in mano nostra, a ben vedere, anche quando, come in questo momento, proprio non sembra esserlo. Ovvio che non possiamo avere il controllo su come vanno le cose esteriormente, ma possiamo lavorare in questo senso sul livello interiore, perché poi questo lavoro va a influenzare il nostro modo di stare al  mondo e quindi, alla fine, più o meno direttamente, a sua volta va ad influenzare il mondo esterno. Il libro è diviso in tre sezioni: Segnali di pericolo, Pedagogia in battere e levare, Verso la luce. Si tratta di una specie di percorso: da una sorta di pessimismo, che coincide col guardare a quello che sta fuori, a una sorta di ottimismo che coincide con il guardarsi dentro. In mezzo, il guado, nel quale si cerca il passaggio dall’esterno all’interno (ma poi anche dall’interno all’esterno), dunque, in un certo senso, lo spazio della pedagogia e l’autopedagogia, l’imparare a imparare. “Strategia della sparizione” designa un doppio movimento: da un lato e in generale è il movimento che mi sembra di leggere nella direzione attuale delle azioni e della storia umana, dall’altra, per quanto mi riguarda, un modo per “togliersi di mezzo”, per sparire come ego, per aspirare a più sottili connessioni con la realtà.

– I temi universali e universalistici da te affrontati richiamano speso i classici della letteratura, della filosofia, persino della religione: hai modelli ispiratori?

In esergo ho messo due citazioni. Una è di Raimon Panikkar, l’altra di Satprem, un discepolo di Sri Aurobindo e di Mère. Come si vede, non si tratta di poeti o di letterati in senso stretto. L’uno e l’altro sono grandi figure spirituali. La prima, promotrice del dialogo interreligioso, occupa una posizione-cerniera tra vie spirituali diverse come quella Cattolica, quella impropriamente detta Induista e quella Buddhista. Una figura cardine, straordinaria. L’altro è un’incredibile figura di scrittore che diventa yogi. Che milita giovanissimo nella Resistenza francese per poi finire internato a Mauthausen, a cui sopravvive, passando poi da una vita nomade estrema di avventuriero in giro per il mondo (dai grandi deserti africani alle giungle della Guyana francese, dove va a cercare l’oro) all’Ashram di Sri Aurobindo e Mère in India di cui diventa discepolo e massimo divulgatore. Dal punto di vista dei modelli poetici, devo dire che sono un lettore onnivoro, mi piacciono quasi tutti i poeti che trovo sul mio cammino, i contemporanei italiani mi piacciono molto: Fiori, Cattaneo, Candiani, Gualtieri, De Angelis, Viviani, D’Elia, Buffoni, ma anche Temporelli, Brullo… Non saprei dirti quali sono i miei modelli, se togliamo quei pochi grandissimi che ancora e sempre mi ispirano e mi rileggo periodicamente; parlo di Rimbaud, di Whitman, di Eliot, di Rilke, di Campana, e pochi altri.

– Pensi che Strategia della sparizione possa diventare uno spettacolo da portare in scena? O sarà un reading poetico o altro ancora, fuori dal libro cartaceo?

Il libro è uscito il 9 marzo, praticamente in coincidenza con il lockdown. Tra aprile e maggio avrei dovuto farne due presentazioni – di cui una al Salone del Libro di Torino – che poi, a causa della quarantena, sono state annullate. Durante le presentazioni leggo volentieri e cerco di leggere più che di “spiegare”. Sì, forse ne farò un reading, ma togliendo tutto il teatro possibile.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.