“Il portiere di Astrachan’. Voli e cadute di Rinat Dasaev”, di Romano Lupi

Pubblichiamo qui un estratto de Il portiere di Astrachan’. Voli e cadute di Rinat Dasaev, di Romano Lupi (ed. Fila 37)

“Il portiere della Repubblica”

Contrariamente a quanto molti possano immaginare, i primi passi nel mondo del calcio Dasaev cominciò a muoverli sì in Unione Sovietica, ma non in una di quelle metropoli in cui il futból si era da tempo consolidato. Iniziò, infatti, ad Astrachan’, città adagiata sul ciglio del fiume Volga dove un tempo transitava la Via della Seta. Luogo dagli inverni rigidi e dalle estati torride, in passato capitale del Khanato di Astrachan’, stato feudale tartaro fondato nel 1466 in seguito alla frammentazione del Khanato dell’Orda d’Oro. Un posto lontano (non solo geograficamente) dai potentati calcistici delle capitali delle repubbliche sovietiche ma storicamente molto vicino al legame che la cultura russa ha stretto da qualche decennio con la figura del portiere.

La liaison tra i russi e il ruolo di Vratar’[1] è vecchia quanto il calcio; una simbiosi nata molto prima della consacrazione di Jašin e consolidatasi con il trascorrere del tempo. Dasaev, quando balza agli onori delle cronache sportive dell’URSS, rappresenta l’ultima evoluzione di questa scuola e di questo ruolo. Ma per comprendere a fondo il rapporto tra i sovietici e il ruolo del portiere è necessario fare un salto all’indietro e svolgere un’attenta indagine di carattere culturale.

Avevo la passione di stare in porta. In Russia e nei paesi latini questa nobile arte è sempre stata aureolata di un prestigio particolare. Poiché il suo ruolo lo tiene in disparte, solitario e impassibile, il bravo portiere si vede seguito per via da un nugolo di ragazzini entusiasti. Rivaleggia con il matador e con l’asso dell’aviazione come oggetto di fremente ammirazione. Il maglione, il berrettino, le ginocchiere, i guanti che gli spuntano dalla tasca dei calzoncini lo distinguono dal resto della squadra. È l’aquila solitaria, l’uomo del mistero, l’estremo difensore[2].

Così Vladimir Nabokov, nel suo libro “Parla, ricordo”, ha raccontato la sua esperienza di estremo difensore vissuta negli anni in cui abitò a Cambridge. Nella narrazione in questione, l’autore di “Lolita”, oltre a delineare alcune delle caratteristiche fondamentali del portiere, ne traccia una descrizione che sembra essere, in tutto e per tutto, un affresco della figura di Lev Jašin, molti anni prima che il “Ragno nero” raggiungesse una notorietà di carattere internazionale[3]. Nella sua testimonianza autobiografica Nabokov prova a definire la poeticità del ruolo più individuale del calcio e a spiegarne quel particolare legame esistente con il popolo russo. Un vincolo che travalica di gran lunga il tappeto verde dei campi di calcio. Tanto la letteratura quanto il cinema sovietico dell’anteguerra, infatti, avevano idealizzato la figura dell’estremo difensore, inteso come rappresentante del sistema dei valori della società dei Soviet e di un patriottismo attivo. Un esempio da imitare per coloro che si avvicinavano a questo sport in generale e a questo ruolo in particolare. Ideali fondamentali per contribuire a creare una delle migliori scuole nazionali di portieri. In una società profondamente ideologizzata com’era quella sovietica degli Anni Trenta, la figura del calciatore veniva utilizzata dall’apparato propagandistico di stato come strumento di educazione alla coscienza collettiva delle masse. Per tali ragioni, proprio in quel periodo, il portiere balzò agli onori della letteratura e del cinema sovietico. Nel gennaio del 1937 venne proiettato su tutti gli schermi dell’Unione Sovietica il film “Il portiere” (Vratar’), trasposizione cinematografica del romanzo di Lev Kassil’ “Il portiere della repubblica” (Vratar’ Respubliki), testo che vide la sua pubblicazione nel 1936. La trama è molto semplice ma significativa. Anton Kandidov (interpretato da Grigorij Plužnik), ragazzo nato e cresciuto ad Astrachan’ (guarda caso la città natale di Dasaev), viene notato da alcuni osservatori di una squadra di calcio per la non comune abilità con la quale maneggia le angurie che sta caricando su una barca ormeggiata sul Volga. Tale capacità gli consente di diventare uno dei portieri più forti di tutta l’URSS. Una volta raggiunta la gloria, si monta la testa, abbandona la formazione che lo ha lanciato per una più forte, dove può guadagnare molti più soldi. Kandidov viene punito per questo “tradimento” incassando una rete da un suo ex compagno, il paffuto calciatore e ingegnere Karasik. Quando Kandidov sta per annegare nell’alcool a causa della delusione per il gol subito e divorato dal rimorso per il tradimento nei confronti dei compagni, è proprio Karasik a salvarlo, convincendolo a tornare alla sua vecchia squadra. Il film, così come il romanzo, si chiude con il classico lieto fine: in un’importantissima partita della nazionale sovietica contro i “Bufali neri” (chiaro il riferimento all’ascesa del nazismo e del fascismo), Anton Kandidov para un calcio di rigore e, a pochi secondi dalla fine, va a segnare la rete della vittoria. Il regista Semën Timošenko, molto in voga in quel periodo per aver messo in scena alcuni drammi rivoluzionari, con “Il portiere” firmò la sua seconda commedia. Il tutto attenendosi ai crismi di quel periodo. In questa pellicola, oltre alla condanna dell’individualismo e all’elogio del collettivo, viene resa esplicita una questione di grande attualità nell’URSS degli Anni Trenta: la difesa del territorio sovietico da un attacco esterno. A tal proposito non è casuale come, mentre le folle calcistiche di tutto il mondo andavano in visibilio per le gesta degli attaccanti, l’eroe calcistico sovietico fosse il portiere. Il verso centrale della “Marcia dello sport” (Sportivyj Marš), ancora oggi molto popolare in Russia, inserita nella colonna sonora de “Il portiere”, ne è una conferma:

Ehi, portiere, preparati alla battaglia!
Sei di guardia alla porta!
Immagina che dietro di te
Corra la linea del confine! [2]

L’idealizzazione del Vratar’, propria della società degli Anni Trenta, ritenuto degno rappresentante dei valori di un socialismo in cui il patriottismo aveva una componente fondamentale, fu proposta ai giovani come esempio da imitare.

Il rapporto tra i sovietici e il ruolo di estremo difensore, infatti, andò consolidandosi nel corso degli anni, forse perché, ancora oggi, Jašin è l’unico estremo difensore della storia del calcio ad aver vinto il Pallone d’oro. Un riconoscimento che ha contribuito ad ammantare la sua figura di un’aura quasi mitologica. Quando decide di ripercorrere quella stessa strada, Rinat Dasaev non sa ancora che il futuro gli riserverà il compito di raccogliere questa eredità da tempo vacante, nel solco di una tradizione che è molto più grande di un qualcosa legato al futból.

Nato sulle rive del Volga proprio come Lev Kassil’, (autore de “Il portiere della Repubblica”), Dasaev ha trascorso infanzia e adolescenza nella città che gli ha dato i natali il 13 giugno 1957. Il padre Fajzrachman, operaio in una fabbrica dove viene lavorato il pesce, e la madre, Šfika Chusainov, controllore al porto fluviale, lo educano nel segno del rigore e del rispetto delle tradizioni. Come la stragrande maggioranza dei tartari, viene indirizzato verso l’islām tanto che, anche negli anni a venire, quando diventerà un portiere affermato, conserverà l’abitudine di mettere una copia del Corano nel borsello in cui contenere i guanti di riserva e posizionarlo dentro la porta da lui difesa. Ma prima di arrivare a quel punto, di acqua nel Volga dovrà scorrerne davvero tanta. I genitori, inizialmente, cercano di instradarlo verso la musica, regalando a lui e a suo fratello Rafik un pianoforte. Ma i Dasaev si rendono immediatamente conto che l’arte dei suoni non si attaglia i loro figli. A dissuadere da questi propositi mamma e papà è un insegnante di piano che, quando i genitori portano i loro bambini al Palazzo dei Pionieri di Astrachan’, senza troppi giri di parole, comunica alla coppia la negazione dei figli per questa disciplina. L’infanzia di Rinat è serena come quella di tanti altri bambini sovietici cresciuti negli Anni Sessanta, in un periodo di transizione dovuto al passaggio di consegne al Cremlino da Nikita Sergeevič Chruščëv a Leonid Il’ič Brežnev. Lo sport ricopre un ruolo fondamentale nella vita e nella formazione di quei bimbi. Il calcio, anche quando non è praticato in associazioni sportive, viene giocato assieme agli amici in quei cortili dei casermoni dallo stile inequivocabilmente sovietico, tutti molto simili tra loro. Il piccolo Rinat gioca a pallone per hobby in campi occasionali ricavati da prati e corti e in un terreno abbandonato che si trova vicino a casa. A livello agonistico pratica il nuoto, sport nel quale eccelle a tal punto da far intravedere per lui un luminoso avvenire. Ma una ferita al braccio lo costringe ad abbandonare (per la verità senza troppi rimpianti) la disciplina natatoria. In fin dei conti quest’infortunio gli permette di dedicarsi completamente alla sua vera passione: il calcio! Una passione assecondata dal padre che, grazie a una conoscenza, lo porta appena dodicenne a giocare nel settore giovanile del Volgar’ Astrachan’, il club più prestigioso della città. Nonostante la prima squadra militi nella Vtoraja Liga (la terza divisione sovietica), secondo i Dasaev, la locale società di calcio rappresenta una soluzione ideale per Rinat, che così può continuare tranquillamente gli studi senza doversi trasferire in una città lontana da casa. La squadra è sì vicina al focolare domestico ma ancora molto distante dalla sua mente è l’idea di giocare in porta, anche a causa della sua statura. Agli albori della sua carriera calcistica, infatti, i gol, piuttosto che evitarli, preferisce segnarli. Il calcio, però, non sempre fa in modo che i suoi interpreti riescano a realizzare le aspirazioni inizialmente coltivate. C’è chi lo chiama destino, c’è chi la chiama fortuna, c’è chi lo chiama caso ma, in molte occasioni, determinate situazioni si verificano senza un perché e contribuiscono ad invertire quel corso della storia, prefigurato per se stessi dai protagonisti di quella cosa che chiamiamo vita. Quella di Dasaev è una storia comune a molti altri ragazzi. Un bel giorno, un compagno di squadra che gioca in un ruolo diverso dal tuo, è assente o infortunato e l’allenatore ti chiede di sostituirlo. Tu accetti di buon grado e sfoderi una prestazione talmente straordinaria da convincere l’allenatore e te stesso che quello è il miglior ruolo in cui tu possa giocare. Anzi, non riesci nemmeno a capacitarti del fatto di non essertene mai accorto prima. Così cambi ruolo e visione del gioco, dello sport e addirittura del mondo. Forse della vita. Capisci di essere nato per far quello. Questo, in buona sostanza, è ciò che è successo a Rinat Dasaev. D’altronde anche Lev Jašin, il più grande estremo difensore della storia sovietica (e secondo molti della storia del calcio), sembrava destinato a una grande carriera da portiere di hockey ma alla fine, abbandonando il certo per abbracciare l’incerto, decise di riconvertirsi in portiere di calcio, divenendo il migliore al mondo in questo ruolo e vincendo nel 1963 il Pallone d’oro. Contrariamente a tanti giovani numeri uno sovietici Jašin, ormai avviato sul viale del tramonto quando Dasaev decide di diventare un Vratar’, non è il modello del giovane Rinat. Tra la fine degli Anni Sessanta e l’inizio degli Anni Settanta raramente si possono vedere partite in televisione. Al massimo si può assistere a qualche gara della nazionale. Difficilmente il tubo catodico sovietico trasmette incontri del massimo campionato dell’URSS. Nel 1971, quando Jašin si ritira, Dasaev ha 14 anni e le gesta del “Ragno nero” sono ormai una leggenda tramandata dai ricordi dei calciofili più vecchi che hanno avuto la possibilità di ammirarlo attraverso il televisore quando era ancora titolare inamovibile della nazionale sovietica e giocava le fasi finali di Mondiali ed Europei. I giornali continuano ad alimentarne il mito. Ma a Rinat non bastano i ricordi degli altri, vuole un modello vero al quale ispirarsi. Qualcuno in carne e ossa da guardare, da studiare nei minimi particolari; qualcuno da cui prendere spunto per quel ruolo che, fino a poco tempo fa, non aveva nemmeno pensato di ricoprire. E così il giovane Dasaev comincia ad analizzare minuziosamente gli allenamenti e le prestazioni di Jurij Nikolaevič Makov, il portiere della prima squadra del Volgar’ Astrachan’, vero e proprio idolo dei tifosi locali. Quando il Volgar’ gioca in casa, Rinat va allo stadio con il padre. Il genitore si posiziona centralmente, mentre lui si mette dietro la porta di Makov per osservarne i movimenti, studiarlo nei minimi particolari.

Note:

[1] Vratar’ in russo significa portiere.

[2] D. Pastorin, Le partite non finiscono mai. Storie di calcio fuori dal campo, Feltrinelli, Milano, 1999, p. 88.

[3] Il libro in questione è stato pubblicato nel 1951.

[4] La Marcia dello sport (Sportivnyj marš) è firmata da due tra i massimi esponenti della “musica leggera” sovietica dell’epoca staliniana, il compositore Isaak Dunaevskij e il paroliere Vasilij Lebedev-Kumač.

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