Bartolomeo Theo Di Giovanni su “Il lume della follia” di Prisco De Vivo

Il Lume della follia: versi come colpi di martello su un rovente vissuto

Cosa sia la follia per De Vivo?  L’autore introduce l’argomento trattato con i versi “fammi abbracciare dalla tua santa follia”, prolegomeno che descrive l’atto di un momento da cui si viene salvati e che diverrà celebrazione eu-caristica.

Ogni verso di Prisco De Vivo è un colpo di martello sul rovente vissuto dell’artista-poeta, dove l’incudine-carne nel suo essere memoria di sofferenza lascia traccia della forgiatura del martello-carnefice. La presenza di vocaboli fortemente espressivi, quali sputo, piscio, cisti, verruche, ulcerata, che potrebbe deturpare la finzione pudica del mondo, è in realtà lo scalino primo della scala della trascendenza verso il divino. Sono squarci del quotidiano e prosaico vivere, e qualcuno potrebbe chiedersi a riguardo cosa ci sia di metapsichico in quest’operazione di scrittura., All’ipotetico quesito possiamo rispondere che la natura dell’essere umano nasce da un’emissione materica, ed è appunto lì che si imprime l’anima di ciò che nel suo divenire è compimento di un’escatologia materico-trascendente.

I versi insieme alle tele ugualmente poetiche dimostrano ancora una volta la volontà di potenza di Prisco De Vivo, che esige lo strappamento del tessuto esistenziale affinché venga fuori la voce della coscienza accompagnata da quella dell’anima.

In questo ultimo ventennio l’uomo Prisco e il maestro De Vivo non hanno subito alcuna declinazione dell’una arte (pittorica) a favore dell’altra arte (poetica), ma hanno manifestato una sintesi dialettica che ha generato una fusione di materiali, divenendo scultura. Sì, De Vivo si completa con questa ultima arte, pertanto il suo animo è una trinità fluttuante. L’ispirazione, quindi, coincide con le tre forme di espressione del sé, dove l’essenza è la creatività e ogni modalità espressiva è in analogia con l’altra.

Tale simmetria di strumenti ha dato voce a una poetica incisiva e compatta. L’autore, sacrificando parti di sé, ha ritrovato sull’altare della parola un ostensorio che racchiude il profano assolto e santificato da una profonda fede e devozione verso l’umano stesso, quale immagine e somiglianza del divino.

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