“Oltre la linea gialla”, di Marisa Papa Ruggiero

Recensione di Francesco Improta

Marisa Papa Ruggiero, Oltre la linea gialla (Edizioni Divinafollia)

Rovistando tra gli scaffali della mia biblioteca, nella calura di questa estate bislacca, che si snoda tra paure non ancora rimosse e incerta voglia di ricominciare, mi è capitato tra le mani Oltre la linea gialla di Marisa Papa Ruggiero (Edizioni Divinafollia, 15 €). Il libro in questione, non più lungo di un centinaio di pagine, è stato per me una piacevolissima sorpresa e ha evidenziato, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, come nel terzo millennio, per la sopravvivenza stessa della letteratura, vadano riscritti modelli, forme e tecniche dei generi letterari. Il romanzo, ad esempio, che già nella seconda metà del Novecento era stato affiancato, sostituito e superato dall’antiromanzo e dal metaromanzo – si pensi al nouveau roman di M. Butor e A. Robbe Grillet –, negli ultimi tempi ha demolito anche le barriere tra poesia e prosa, ha varcato, cioè, quella linea gialla cui rimanda il titolo, privilegiando la forma nei confronti del contenuto, anzi, più correttamente, facendo della forma la sostanza stessa del romanzo: penso a Francesco Biamonti e all’arido lirismo della sua narrativa. Non meraviglia, quindi, nel lavoro di Marisa Papa Ruggiero, che viene da una lunga, collaudata e apprezzata esperienza pittorica e poetica, la maniacale ricerca lessicale, che non è mai gratuita o fine a sé stessa, ma risponde a un’esigenza indifferibile e irrinunciabile di esprimere tutta la ricchezza problematica del suo mondo interiore. Oltre la linea gialla è anche un’autofiction, per i frequenti riferimenti biografici e topografici; una pagina di diario; un gioco di specchi; una rappresentazione scenica, di sapore pirandelliano per la tendenza a essere in e out, dentro e fuori la scena, come attore e come spettatore; un lento cabotaggio lungo i lidi rupestri dell’inconscio; un viaggio onirico e memoriale, ma di una memoria verticale che ci catapulta nel buio profondo della nostra psiche. Infine, è uno straordinario impasto di colori, dal momento che il talento pittorico dell’autrice è indubitabile e difficile da soffocare e insorge, credo, in ogni momento della sua vita. Rintracciare i modelli, le fonti, letterarie e pittoriche, non è molto semplice, perché sono state tutte assimilate e metabolizzate; certo, si ravvisano a livello letterario Borges e Calvino, ma il Calvino reduce dall’esperienza dell’OULIPO, per la struttura labirintica e per l’attenzione ai Tarocchi (predominante la figura del matto, simbolo di libertà, innocenza e genialità), né bisogna dimenticare Montale per il concetto di oltranza, come superamento del limite, del confine, non solo geografico o materiale, cui rimanda il titolo. Io credo, però, che il titolo si rifaccia alla dichiarazione di intenti della rivista Oltranza, esposta lucidamente da Ciro Vitiello nel 1993: “il nostro sguardo è desideroso di spaziare oltre i limiti dove i tempi ci comprendono, dove i deserti ci attirano, dove altri sguardi ci lusingano». A livello pittorico, a dispetto delle ultime prove astratte o concettuali dell’autrice, affiorano prepoten­temente Caravaggio, per le sue sciabolate di luce e per i contrasti chia­roscurali, e Francis Bacon per la tendenza a deformare la realtà e i volti.

A livello tematico, alla base del romanzo c’è la ricerca del doppio: mi vengono in mente A. Artaud e Bernardo Bertolucci (Partner). Le due donne pro­tagoniste del romanzo sono opposte e complementari, e spesso finiscono con il sovrapporsi; del resto anche i nomi (Sara e Vera) hanno una evidente somiglianza, in quanto bisillabici e assonanzati. Interessante l’utilizzo delle coordinate spazio-temporali e se lo spazio ha una sua precisa definizione – non è un caso che si riconoscano strade e scorci paesaggistici di Napoli, tra l’altro molto suggestivi –, il tempo è tutto interiorizzato e passato, presente e futuro si confondono e si accavallano. A livello diegetico l’opera ha una struttura circolare, la conclusione rimanda all’incipit e, insieme costi­tuiscono la cornice all’interno della quale si snoda il flusso di coscienza, la folla dei pensieri, dei ricordi e delle parole che servono a veicolare gli uni e gli altri.

Sotto il profilo narratologico, si alternano con straordinaria efficacia narrazione eterodiegetica e omodiegetica, mentre a livello grafico ci sono diversi inserti in corsivo, che come dice argutamente Ivo Mugnaini nella sua bella prefazione: «… non fanno riferimento ai ricordi ma rappresentano nella narrazione uno sguardo interno che illumina piani virtuali, ossia mentali» e consente all’autrice accurate indagini in profondità.

Le scene hanno un taglio decisamente cinematografico e mi hanno richiamato alla mente Napoli velata di Ferzan Özpetek; penso alla location, una Napoli ambigua, misteriosa e magica, famosa per i suoi splendori ma anche per i suoi coni d’ombra, alla sensualità prorompente che permea di sé tutto il libro, alla scomparsa misteriosa di Andrea nel film e di Vera nel libro, al ritrovamento del cadavere privo dei bulbi oculari e delle bambole in soffitto con le cavità orbitali vuote. Parlando di cinema non possiamo trascurare neppure Blow up di Michelangelo Antonioni, con la presenza ossessiva della macchina fotografica, capace di scomporre la realtà per rimontarla in maniera completamente diversa. Non a caso Sara parlando della Polaroid, ricevuta in regalo per la promozione, dice testualmente:

«… la portavo sempre con me. Fantastica. Stregata e soltanto mia. Ora che l’avevo appesa al collo mi sembrava di acquisire senso, spessore; l’occhio si amplificava, l’idea produceva forma. Un altro occhio da sfidare, spingere avanti in esplorazione…»

In questa storia, che per certi versi potremmo definire uno psicothriller, Sara si muove per le vie del centro storico di Napoli cogliendone gli odori, gli umori e i colori, fruga nei magazzini polverosi della memoria e tra i liti rupestri dell’inconscio alla ricerca di Vera e di sé stessa. E ogni volta si ritrova sempre più sola e più vuota, nella consapevolezza dell’insignificanza del tempo che genera in lei e nel lettore più sensibile smarrimento, paura e sgomento. A pagina 83 si legge testualmente:

«Mi avvicino al suo interno col cuore in tumulto! È come aprire l’ultima porta oscura e fredda in fondo all’anima. Colgo solo una cosa: il silenzio mortale che vi abita, il vuoto involucro pietrificato e gelido da cui tutta la vita è scivolata via.»

Prima di concludere questa mia disamina vorrei soffermarmi su due scene, diametralmente opposte ma entrambe significative, presenti nel libro. Nella prima, di prorompente sensualità, Vera, alla festa per il solstizio d’estate organizzata come ogni anno da Germana Monteverdi all’insegna della più ampia libertà creativa, in mezzo al prato, adorata da due aitanti corteggiatori come una divinità pagana e annusata come una cagna in calore, si lascia possedere da entrambi, oggetto di scandalo e di invidia al tempo stesso di tutti gli astanti. Un vero e proprio coup de théâtre, in cui si fondono narcisismo, esibizionismo e una fin troppo scoperta sensualità. Nell’altra scena, di una tenerezza disarmante, Sara, che reca in sé un dolore immedicabile, una ferita che non potrà mai rimarginarsi, per la perdita del suo figlioletto, invita nella propria mente il bambino ad avvicinarsi e ad ascoltare insieme a lei la voce dei venti, angeli ribelli che non trovano pace.

«È lo Scirocco, il respiro africano, che spreme i succhi più dolci, quello che soffia una musica nei sensi e gioca a buttarci la sabbia negli occhi. È quello che ti asciuga il sale sul corpo quando esci dal mare. Più che sentirlo dovrai indossarlo, starci dentro come un’altra pelle invisibile, lasciartene perva­dere.»

E questo è il consiglio che vorrei darvi: Oltre la linea gialla è un libro imperdibile, che non solo va letto e riletto, ma va indossato come una seconda pelle, in modo da farsene pervadere e da poterlo assaporare lentamente giorno dopo giorno.

 

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