Intervista a Giovanna Amato

Intervista a Giovanna Amato

“Sapere che non si scrive per l’altro, sapere che le cose che sto per scrivere non mi faranno mai amare da chi io amo, sapere che la scrittura non compensa niente, non sublima niente, che è precisamente là dove tu non sei: è l’inizio della scrittura”. Questa citazione di R. Barthes da “Frammenti di un discorso amoroso” è messa ad esergo del tuo libro “L’inizio della scrittura” (Fusibilia Libri, 2018), che è una raccolta di poesie d’amore. Si tratta di un’affermazione forte, che ha il coraggio di metterci di fronte alla tensione tra vita e scrittura. Una tensione che tu riprendi chiedendoti: “Eppure perché il verso più perfetto non vale/ l’occhiata che ci siamo date sul fondo delle scale?”. Prima di entrare nel merito della raccolta, vorrei che tu rispondessi a questa domanda: perché, secondo te, si scrive?

Quello che so per certo è perché non si dovrebbe scrivere. Barthes su questo è chiaro: la poesia non sublima la realtà. Però può fare grandi cose, e si suppone che un libro di poesie abbia l’ambizione di fare poesia: eppure c’è il verso che tu hai scovato, che rode il fianco del sistema e lo fa fallire… Un verso fondamentale per me, perché rimpiange quell’attimo di realtà per cui sacrificare qualsiasi perfezione artistica. Ho ancora ben chiaro l’attimo in cui quella poesia è nata, e l’occhiata è un ricordo molto più vivido della panchina su cui ho preso i primi appunti. La raccolta deve reggersi sull’assioma di Barthes, perché parla di un amore non corrisposto, quindi di un’assenza di cui si prende atto, e senza troppi strepiti. Non è un libro scritto per conquistare, ma per cantare un amore gratuito. Mancanza di realtà, per questo si scrive, dalla notte dei tempi, dal mito del vasaio Butade che inventa la pittura stilizzando il compagno perduto per la figlia. Ma senza avere mai, mai la presunzione di sostituirla. Può cantarla, io credo. Può averne nostalgia, al limite. Ma “la scrittura non compensa niente”. E se nonostante questo si scrive, allora per questo si scrive.

“L’inizio della scrittura” è, sorprendentemente, la tua prima, e finora unica, raccolta di poesie. Dico sorprendentemente perché è un libro di una maturità evidente e di un’eleganza rara. Ma, se non ricordo male, tu stessa ti sei detta reticente rispetto all’idea di pubblicare ancora poesie. Pare che tu prediliga la prosa. Perché? Qual è, per te, il rapporto tra prosa e poesia a livello di espressione personale? Cosa ti permette l’una, e cosa l’altra?

Non so se sia una buona notizia per l’umana compagnia, ma mi sto smentendo. Al momento sto lavorando, molto pigramente e senza imposizioni, a una nuova raccolta. Il punto è che credevo che il mio “senso della poesia” si attivasse solo con l’innamoramento, e non volevo passare la vita a fare canzonieri su varie persone, mi sembrava tra l’altro poco educato nei loro confronti. Poi è successo, ricordo dove e quando, una gita fuori porta una domenica dello scorso settembre, e ho scritto una poesia su un paesaggio e sul fatto che ero al mondo. Per la prima volta la mia poesia era diventata su di me. Ora la raccolta cresce in varie sezioni: cose del mondo, tributi a poeti amati, un’amica diletta che ha sconvolto il mio modo di essere e di pensare. In tutti e tre i casi, quindi, me. Scrivo come prima: da un momento all’altro quella cosa esiste, poi la si lavora. La prosa resta il mio artigianato preferito, in lei, specie nella forma racconto, c’è mistero ma anche tecnica e quotidianità. Ogni tanto la poesia succede. La prosa mi permette tutto quello che non sapevo di sapere. La poesia mi permette tutto quello che non saprò bene neanche a cose fatte. 

“Ti regalo/ solo il filo di una ragnatela,/ troppo poco per aggrapparti al mondo/ ma abbastanza perché tu lo veda brillare/ quando il sole gli passa attraverso”. Cos’è questo “filo di una ragnatela”?

Quando l’ho scritto pensavo fosse la poesia. Invece anni dopo mi sono accorta di no. È una forza esogena alla poesia, riguarda la biografia che c’è dietro la scrittura. Il canzoniere non è solo una dichiarazione d’amore, ma la cronistoria della vicinanza a un dolore. Credo di aver imparato durante quell’esperienza, anche se a volte sono fragile e lo dimentico, che non si sta accanto a chi soffre soffrendo con lui. È inutile preoccuparsi con qualcuno che si sta preoccupando. Bisogna essere talmente forti da essere leggeri. Anche se il cuore è spezzato dalla sofferenza dell’altro, mantenere la bussola per tutti e due. È una forma di sano distacco: è non girarsi a guardare Euridice. È allora che si diventa filo, filo d’aquilone, filo d’Arianna. È questo il “filo della ragnatela” che si offre – il filo è noi stessi.

In amore, spesso non ci si svela, per motivi diversi. Quanto è necessario proteggersi attraverso il non detto, e quanto invece è proprio il non detto a causare ulteriore sofferenza o rimpianto? Quando scrivi “Io lascio sempre il mondo come l’ho trovato”, si percepisce una certa amarezza, forse il desiderio di una maggiore audacia. È così?

Sono stata amata senza ricambiare, ho amato ricambiata, e il più delle volte mi sono dedicata alla mia specialità, ho amato vedendo il mio amore educatamente declinato. Sono stata in tutti i casi benedetta. Ma solo a patto di prendere tra le mani quell’audacia di cui tu parli, e capire che il sentimento è un valore aggiunto e non un motivo di imbarazzo. Un dono, che si può condividere anche se non si ha speranza, dicendosi, tra persone civili ovviamente e che hanno cura l’una dell’altra, “Bene, abbiamo questo globo di massa incandescente pieno di cose da dare, che ce ne facciamo?” Sicuramente una quantità iniqua di regalini fuori Natale. Quella poesia rappresenta questo nella cronologia della vicenda sottesa alla raccolta, il passaggio da un amore nascosto a un amore rivelato anche se senza speranza. Smettere di “abbaiare al dobermann solo se legato” e gettarsi nella vita. Anche in questo caso, vale il discorso già fatto: non c’è rifugio in una poesia assoluta, la poesia non deve riempire un vuoto o suonerà sorda. Ciò che conta, per la vita ma anche per la poesia, è la realtà. Se mi sono messa in gioco del tutto, se ho amato l’amore ricambiato e amato anche l’amore rispedito indietro, allora posso scrivere d’amore.

“E nessuna vita è più viva di quella che sto vivendo/ mentre mi sento cieca e zoppa”. L’amore è un paradosso, lo sappiamo. Tu lo hai definito una “peste” che “corrode”, che “sgretola”; eppure ne hai benedetto l’esistenza. Il dolore è allora imprescindibile, perfino irrinunciabile? Non è il dolore stesso responsabile della scrittura? 

Ti rispondo con qualche verso da un’altra poesia: “Lascia che accada, lasciami l’ustione / come lo sfregio resta sulle mani / di chi ha cavato da qualche miniera /Dio con le dita”. Non solo in amore ma nell’essere sé, nell’essere in maniera vera accanto a un figlio, a un amante, a un amico, in ogni settore insomma si parli di essere fedeli a sé stessi, se si percorre il cammino fino in fondo si ha amore o perlomeno rispetto anche del dolore. Per restare sul tema del canzoniere, che è l’amore non corrisposto, preferisco svegliarmi la mattina pensando “diamine non mi ama” che svegliarmi disamorata. Così, per quello che ci siamo detti finora, tutto si tiene. Il dolore è responsabile della scrittura perché è l’emozione più forte, purtroppo, ma è un’emozione e quindi è benedetta. Ma attenzione, non sto facendo l’ancella della sofferenza. Ovvio, ci sono dolori improduttivi, quelli che non hanno poesia né senso né amore: quelli in cui ci si annulla per l’altro, o si cede troppo terreno e ci si mortifica, si smarrisce il sé. Da questi dolori non nasce nulla, da questi dolori si fugge. Personalmente mi impongo di amare e gioire e soffrire solo in un ambito di rispetto reciproco e reciproca lealtà. Non è l’amore che deve valere la pena, perché l’amore non è meritocratico; ma il dolore sì.

Il tuo verso è estremamente musicale. Questa tua sensibilità ritmica è sicuramente influenzata dalla tua passione per la musica. Che ruolo svolge la musica nella tua vita? È giusto dire che la musica e la scrittura sono i tuoi canali preferenziali?

Ti confesso che io ho seri problemi a non scrivere in metrica troppo serrata. In un mondo fatato scriverei solo in endecasillabi, invece mi sforzo di mantenere l’impianto più libero. Questo perché il solfeggio, più ancora che l’ascolto della musica, mi ha fatto un infinito bene ma anche qualche danno. Avevo quattro, cinque anni quando ho cominciato, muovendo le mani come per il segno della croce. A un certo punto diventa come non poter fare a meno di leggere se ci si trova davanti un’insegna al neon. Ora, sorvegliando che non ci sia troppa metrica ma appunto “musicalità”, i miei versi scelgono l’esubero più che l’asciuttezza, e li lascio fare. Al di là di questo, giusto e vero che la musica è sicuramente l’arte che preferisco “subire”, nel senso che la prediligo alla lettura. Ho la mia triade di compagni di vita, Mozart-Vivaldi-Tchaikovskij, con cui ormai ho una tale confidenza da avere l’impressione di capire la loro lingua. Parlarla sarebbe impossibile. Ma per parlare ho la scrittura.

Hai progetti nel cassetto, cose nuove a cui ti vorresti dedicare o cose vecchie a cui ti piacerebbe tornare?

Una mia amica dal curriculum ben più importante del mio un giorno si stupì che scrivevo anche senza avere una pubblicazione in vista. Ma per me è normale, sapere che passerò del tempo a scrivere è una magnifica ovvietà. Al momento ho terminato un racconto per bambini, due raccolte di racconti e tre romanzi. Stanno aspettando la loro fortuna. Quest’estate lavorerò su una trilogia per ragazzi da terminare e un romanzo per adulti appena abbozzato. Poi c’è questa raccolta, dove ogni tanto sgocciolo qualche poesia, che è la grande incognita. E ho un sogno, che è quello di mettermi in gioco con la traduzione. Credo sembri molta carne a cuocere. Ma in fondo è solo quello che mi va di fare.

*

Roma, marzo, Chiesa del Gesù

Alziamo gli occhi per festeggiare un trionfo

alla volta affrescata di un trigramma.

Ma per chi di noi sa vedere, la gloria è un angelo di stucco,

tortile e sporgente dal soffitto.

Possiamo interrogarci su chissà quale impalcatura

(l’opera umana che assidera la gravità)

alzata in tempi remoti, quando bambina, mia bambina,

c’era chi provava per quel cristogramma

e per quel marmo da curvare con le mani

la bruciatura dei primi martiri che io

provo per te.

Ho una voce d’organo nel petto.

Le ali di stucco dell’angelo non possono vibrare

ma il brusio degli altari mi parla, mi parla,

stordisce ogni pensiero che non ti riguarda

mio agnello mia colomba.

Usciamo all’aria.

La guida alza la voce per coprire

la sirena di un’ambulanza di passaggio,

vita che prosegue

anche se io sono innamorata di te.

*

Il medesimo gatto

compie lo stesso tragitto sotto il mio tavolino

ogni giorno. Un raggio di sole, puntuale,

scandirà il mio ritorno

quotidiano dal medesimo bar.

Ma l’epoca, quella è iniziata con te.

L’era novella, come quando i rettili

calcarono per la prima volta con le loro zampe di squama

una terra nuova.

*

Si può essere in un luogo che non è

né andarsene

né essere restati

basta prosciugare le forze per entrambi i gesti

basta una mancanza, un mancamento,

per esempio

basta sapere che il mio accanimento non basterà ad averti

e che per altri è d’avanzo anche la distrazione.

Basta sapere all’improvviso che non è questione di merito

e rimanere fermi come dopo un colpo di fucile

le orecchie percosse

i sensi ottusi

e questo amore che insiste a esserti rete.

*

Scrivo, e niente interrompe

questo dominio di febbre sulla linea delle tue mani,

sul tuo collo alto, sulle tue gambe di cerva,

su ogni minima curva dell’asta dei tuoi occhiali.

Sei qui a tal punto che potrei spezzarti.

Le mie frasi potrebbero zittirti

le parole scostarti i capelli dalle guance.

Ma tu non sei. Tu sei altrove, e adesso mangi, o parli,

o ricordi di qualcuno che ti ha amato

ma solo a te, per te io spiano e smusso

e attendo il verso che si slanci, e sono

tua, tutta tua, fin dove mi ridivento

altra da me, il luogo che mi salva

dalla sconsiderata gioia di appartenerti.

(Eppure perché il verso più perfetto non vale

l’occhiata che ci siamo date sul fondo delle scale?)

*

Quello che vedo è luce,

ma è più della sua sagoma

quella che appare in trasparenza.

Quello che vedo è riso,

vivo, come lo schiocco di una corda troppo tesa

al tiro alla fune.

Ho blindato nel petto i giorni della sua voce sorda.

Neanche il ricordo irrompe

mentre lei avanza lieve tra le panche del cortile.

Ti prego

non dire pace

le pause tra le due scosse di sfacelo,

chiamale forza, e perizia, e ostinazione,

pace sia quando

il sole ti chiama il verde acerbo dagli occhi

e sei già fuori, e respiri, e poi mi guardi

e alzi la mano, e mi chiami, e mi chiedi, e io resto

dispersa, tutta dispersa nella tua risata. 

NOTA BIOGRAFICA

Giovanna Amato è cresciuta in Costiera Amalfitana e vive a Roma, dove insegna italiano nelle scuole medie. Ha pubblicato la monografia Tragico tempo, chiaro il dovere (Alinea 2012) sulla figura di Amelia Pincherle Rosselli, di cui ha curato anche la voce per il Dizionario Biografico Treccani. Ha scritto per il teatro il breve monologo Un piccolo colpo leggero per la regia di Walter Manfré, andato in scena al Teatro Valle. Oltre a L’inizio della scrittura (FusibiliaLibri 2018) ha pubblicato i racconti La signora dei pavoni (Empirìa 2016) e i romanzi Terzafascia (FusibiliaLibri 2017) e Viviana del Lago (Robin 2019). Dal 2012 è redattrice del lit-blog Poetarum Silva.

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