La presenza e l’assenza di Franz Krauspenhaar

di Guido Michelone

Il sessantenne autore milanese, dalle lontane origini tedesche, cofondatore de “La Poesia e lo Spirito”, torna al suo primo amore letterario, il noir, con cui esordì vent’anni fa (Avanzi di balera), e a cui seguì una copiosa bibliografia di dieci romanzi e cinque raccolte poetiche: da citare almeno Era mio padreLe monetine del RaphaëlBrasilia, per la narrativa, e Franzwolf per la lirica, che non sfigurerebbero affatto in un’antologia della letteratura italiana del XXI secolo.

Con La presenza e l’assenza, forse, c’è pure un velato omaggio al compagno di banco del liceo, il compianto Andrea G. Pinketts, senza dubbio il cantore esagerato del poliziesco meneghino; e alla lombardissima ‘scuola dei duri’ si ispira, in parte, questo giallo sui generis, le cui anomalie o stravaganze travolgono le regole classiche del genere stesso. I colpi di teatro non vanno anticipati, onde lasciare intatto il gusto per le molte sorprese legate a una giovane moglie scomparsa, al marito, allo psicologo, all’avvocato, alla segretaria, all’amica e a ben due investigatori privati, ex colleghi, rispettivamente maestro e allievo nella polizia. 

L’autore proietta se stesso nei vizi e le virtù del detective ‘buono’, Guido Cravat, cinquantenne scapolo alla ricerca di una nuova compagna e di qualche soldo per sopravvivere: agli occhi dei più sembra il tipico ‘sfigato’, in realtà è un antieroe proletario e romantico, giustiziere e idealista, depresso e latin lover, nel solco di un’altra nobile tradizione gialla o nera: l’hard boiled school, in voga (anche nel cinema hollywoodiano) tra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento. 

Pare impossibile evitare – pur con i distinguo riguardanti l’epoca, la location il comportamento, le phisique du rôle – le analogie tra Guido Cravat e il Philip Marlowe di Raymond Chandler. Nella Milano odierna (pre-covid) Cravat, anarchicamente, sfida tutto e tutti per una questione di orgoglio, non di denaro, riuscendo persino a innamorarsi, senza mai dichiararsi alla donna, ma senza nemmeno perdere di vista il proprio obiettivo professionale. 

In una trama ricca di scene pulp, Kraspenhaar usa una duplice tecnica affabulatoria, in cui alterna la terza persona singolare a un io narrante articolato in un flusso di coscienza che lo porta a dialogare persino con un’entità misteriosa, per scacciare i fantasmi del passato (e del presente).

Alla fine si comprende che la presenza e l’assenza non riguardano l’oggetto del desiderio (il ritrovamento della donna, viva o morta), quanto piuttosto l’ispettore, alla ricerca di una nuova o perduta identità. Ma il titolo del libro mira anche, molto più simbolicamente, a connotare il ruolo del romanziere/poeta su una scena letteraria contemporanea, che, da lustri, premia libri e autori con minor spessore intellettuale e maggior tenuta mediatica, fra arroganza e presunzione.

Franza Krauspenhaar, La presenza e l’assenza, Arkadia Editore, Cagliari, 2020, pagine 159, € 15.00.

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