Il ritardo

di Raffaela Fazio

Un soffio più freddo gli sfiorò il collo. Prima di chiudere il finestrino, Dario inspirò l’odore delle nubi cariche che si afflosciavano sugli alberi della periferia, a peso morto ai lati della strada. Le mani sul volante gli sudavano. In macchina aveva l’abitudine di indossare guanti di pelle per guidare, ma quel giorno li aveva scordati. 

“Possibile che ti debba ricordare tutto io?” Clarissa era solita dirgli, sorridendo. Ma alla fine, quella frase non aveva conservato più niente di scherzoso; col tempo si era trasformata in un rimprovero e poi era diventata uno stanco ritornello. Così, con lo stesso tono, lei gli aveva mormorato, guardandolo dritto negli occhi: “Non ho più voglia di ricordarti che sono tua moglie”. Era stato il giorno in cui l’aveva vista con uno sconosciuto. 

Dopo il divorzio, lo sconosciuto, amante di auto veloci, lei se lo era sposato nella sala barocca del comune, piena di rose rosse e margherite. Dario si era seduto accanto al figlio e aveva seguito per tutto il tempo le metamorfosi di Zeus dipinte sul soffitto. Nel momento in cui i suoi occhi stavano scivolando assieme alla pioggia dorata tra le cosce di Danae, Clarissa aveva esclamato: “Sì!”

Clarissa aveva cambiato pettinatura e sguardo, era ringiovanita, ancora più bella di quando Dario l’aveva conosciuta. Lui non le serbava rancore, né poteva serbarne a Fabio, autore di quella metamorfosi prodigiosa.

Quell’uomo non finiva di stupirlo. Accumulava successo dietro successo. Nel lavoro che gestiva con polso e competenza, nello sport a cui si dedicava durante il tempo libero, con gli amici di cui nutriva una schiera fedele, con le donne che trattava con la galanteria dettata dall’etichetta. Era l’ospite perfetto, elegante in ogni suo modo.

Dario non rimaneva mai a lungo a casa dell’ex moglie. Aiutava Gabriele a mettere il pigiama e le scarpe da ginnastica nella borsa di tela blu e se ne usciva dalla porta sul retro, tenendo il figlio per mano. Gli piaceva tenerlo per mano; sapeva che al bambino non dava fastidio il contatto col suo palmo sudato.

Dario notò che aveva lasciato una traccia umida sul volante. Si disse che non serviva a niente agitarsi; oramai non avrebbe impiegato molto per arrivare. Premette il piede sull’acceleratore. Fuori il cielo si stava ispessendo, confondendosi con il grigiore dei tetti. Neppure i pali dell’elettricità servivano più a diradare le nubi. Qua e là brillava già qualche finestra accesa, come un fermaglio d’oro.

Dario cercò di immaginare lo scintillìo degli orecchini che avrebbe visto dietro i capelli scuri di Clarissa, nel momento in cui sarebbe venuta ad aprirgli. Era sicuro che avrebbe sollevato il sopracciglio sinistro e gli avrebbe detto: “In ritardo, come al solito!”. 

Lui non avrebbe cercato di giustificarsi. All’ufficio era arrivata una pratica urgente e il suo capo gliela aveva fatta trovare sulla scrivania. Non aveva avuto neppure il tempo di pranzare e ora il dolore alla nuca provato all’inizio del pomeriggio stava arrivando alle tempie. 

Le fitte si fecero più forti quando Dario si rese conto di cosa aveva dimenticato: la settimana prima, aveva promesso a Gabriele che gli avrebbe fatto una sorpresa. Avrebbe voluto portarlo al circo cinese. Ma adesso era troppo tardi per procurarsi dei biglietti. 

Dario pensò allo sguardo un po’ triste del figlio, che gli avrebbe dato un bacio sulla guancia e gli avrebbe detto, imparando a nascondere la delusione come un adulto: “Non fa niente. Sarà per la prossima volta”. Si chiese se Fabio sarebbe stato un padre migliore, ma le uniche parole che gli vennero in mente furono quelle che gli aveva sentito pronunciare un giorno di fronte a Gabriele: “Ricordati che un uomo tiene duro”. Cercò di fare il vuoto nella testa, per concentrarsi sulla strada.

Le gemme di umidità sospese in aria iniziarono ad appesantirsi e si trasformarono in fini gocce di pioggia. L’asfalto bagnato prestava una nuova profondità alle cose, prolungava il suono delle ruote, sbaffava il riflesso dei paraurti. 

Dario aveva i finestrini chiusi, ma non era riuscito a lasciar fuori il grigiore ovattato. La strada era quasi deserta. Se avesse accelerato, sarebbe arrivato in un quarto d’ora. Una macchina lo sorpassò sfrecciandogli accanto. Dario tentò di raggiungerla, ma quando arrivò all’incrocio, scorse a un lato del semaforo l’ombra di qualcuno che se ne stava là, in piedi, a farsi schizzare, come se non si accorgesse della pioggia, delle auto che non rallentavano sulle pozzanghere. Era appena un bambino. Uno dei tanti venditori di cose superflue. Senza sapere perché, Dario si fermò, prese dal sedile posteriore il suo ombrello e lo diede al ragazzetto. Prima di richiudere il finestrino, sentì una voce: “Che Dio ti benedica!”

Dette velocemente un’occhiata all’orologio e si accorse che era più tardi di quanto si fosse immaginato. Pensò di nuovo a Clarissa, al suo sguardo severo. Gli avrebbe ripetuto che non gli importava niente di Gabriele, che un buon padre non avrebbe mai fatto aspettare il figlio, che non gli avrebbe mai promesso cose che non poteva mantenere. Quelle parole erano spilli, gli facevano male, così male da appannargli gli occhi. “Un uomo tiene duro” aveva sentenziato Fabio. “Un uomo ha sempre bisogno di aiuto” aveva voglia di dire lui a suo figlio. 

Con il piede premuto sull’acceleratore, Dario non sentiva più niente: né la pioggia, né i battiti del cuore. Poi, d’improvviso, ogni rumore riemerse violento, amplificato. Un bagliore inatteso lo accecò. Tolse le mani dal volante, cessò di respirare: sapeva che quelli erano i fari di un’altra macchina. Per un secondo vide il viso di Fabio alla guida dell’auto in senso opposto e chiuse gli occhi prima dello scontro.

Nel momento dell’urto, il suo corpo ebbe un sussulto e il sangue ricominciò a fluire nelle vene. Qualcuno aveva riso e infranto il silenzio. Era un riso pieno di voglia di vivere. Sul sedile accanto a Dario, Gabriele aveva gli occhi scintillanti e teneva in mano un gettone colorato. “Guarda, abbiamo un altro giro!” esclamò contento “É una bellissima sorpresa!” e, con maestria, manovrò l’autoscontro nel mezzo della mischia.

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