GIACOMO CERRAI – Bootleg, Soggetto due, Dettagli (versi inediti)

Bootleg

take 1

buona la prima:
in sottofondo cani asini bambini ringhi
polvere revèrteris carri cingolati
c’è un frantume vicino e presente
e se ti aggrappi a qualcosa di inafferrabile latente alieno
a una promessa di resurrezione
la traccia rimane rumore di fondale
come uno sbatter d’ali angelico che fugge
ed è solo un’ipotesi una immaginazione
un pugnale di mosche e dita e
due scapole che affiorano dalla terra

ripulisci dal noise la traccia
netta il nastro inanella la pista che ripassi
ogni immagine è riscatto dell’istante
perciò falsa pagabile a vista !falsa!
ed è maceria il suono maceria
del grigio dell’impossibilità che il suono
dell’accaduto della morte abbia un colore
(ed è sabbia quella
sabbia che agli albori segnava che il giorno
televisivo era finito e che la terra restituiva le spoglie
al sogno per quanto popolato di mostri)

atto di fede: (e tu ci credi)? e tu vedi?
registri annoti per dopo per allappare
con la dovuta calma in posizione
scorri torni indietro scorri ti fai una birra
nella solitudine poltrona il nastro
(è incorruttibile non c’è usura non sperare
che si consumi e con esso la tragedia)
se non ora dopo il fermo no stop
inutile che si è già conclusa l’ordalia
la frattura del nastro e l’atto fa fede del vero
che nel mondo realmente rovesciato è un momento del falso

take 2 (sluagh-ghairm) (1)

la ripetizione porta alla perfezione del potere
il movimento automatico lo scatto è il riflesso
come un consenso sterile: impartito l’ordine
il cittadino esegue come intraducibile la luce
che proviene dall’alto – accoda il desiderio a sé
muta la conseguenza dei bisogni in-duce
– lo strascico ramazza i fondi di magazzino un’eco-
nomia sussiste nel packaging adeguato
nell’esposizione al giusto livello – è appena l’abc del dominio
del palmo vuoto della misera offerta in mercede funzionerà
finché la mandibola non articola un grido di guerra

anima nera anima nera e pugno chiuso sotto la testa
a guardare in alto che suono fanno le nuvole dal fondo
di una scarpata e tre volte tre volte il gallo rise:
d’ogni tradimento d’ogni promessa d’ogni parola d’ordine
d’ogni programma ed era quello il suono in sottofondo come
un cinguettio un bla una fola un tag uno sbattere di bandiere
contro il magnete terrestre sulla pista sulla storia sulla balla
e allora capisci la forza d’articolare moncherini agitando
suoni altri di spezzoni d’urla – dai apri un altro canale imbratta
la fottuta pista tira fuori l’aria sbava la tua rogna
che il silenzio è d’oro solo per chi non ascolta nessuno

parole non ripide registrate a futura memoria scomposte
in picchi e in gravi ma prese nella loro innocenza primaria
furono distese in fila sul fondo del nastro
tornavano da spazi siderali quando il rosso era un grigio
di diversa tonalità sul rumore bianco elettrico valvolare
in frammenti sul fermo immagine bocche spalancate
dovevano pur dire qualcosa l’utopia d’un desiderio non procrastinabile
d’una felicità di corpi e anime o almeno di speranze in dono
l’ombra di ora morti incompiuti che popolano disillusi un’eredità
l’onda sinuosa del nastro un cammino che andrebbe ripreso
finché la mandibola non articola ancora un grido di battaglia

————
(1) “Alcuni popoli immaginano i loro morti o un numero limitato di essi, come esercito in lotta. Presso i Celti degli Highlands scozzesi l’esercito dei morti è designato da una parola particolare: sluagh, che si traduce in inglese come spirit multitude, moltitudine di spiriti. L’esercito dei morti vola di qua e di là in grandi nuvole, come gli storni sopra la faccia della terra. Essi tornano sempre sul luogo delle loro colpe terrestri. Con le loro infallibili frecce avvelenate essi uccidono gatti, cani, pecore e armenti, combattono battaglie per l’aria, così come gli uomini in terra. Nelle notti chiare e gelide si possono vedere e sentire i loro eserciti avanzare l’un contro l’altro e ritirarsi, ritirarsi e avanzare. Dopo una battaglia il loro sangue tinge di rosso rocce e pietre. La parola ghairm, significa urlo, grido e sluagh-ghairm era il grido di battaglia dei morti.
Ne è derivata più tardi la parola slogan: la denominazione del grido di guerra delle masse moderne deriva dall’esercito di morti delle Highlands.” (Elias Canetti – Massa e potere – Adelphi, Milano, 1981, pagg. 51-52)

*****

soggetto due
(origine del design, love)

lei vorrebbe risposte è il solo dono che attende
e sinecura e garanzia lifelong al di là del bla bla dei primi corteggiamenti
di cambiarlo in un modulo abitativo riempire le stanze di roba
e parecchie risate – quelle sì, indispensabili – semmai componibili
senza interventi esterni o brugole.
Una cosa insomma assemblata con molta passione pur con alti e bassi
che danno peraltro una certa idea di movimento orgonico
e un passar di giorni condensati in rientri a casa ad ore fisse ciao
e buste di cellophane colme di lavori secondari d’una femminilità intrisa
e forme espresse in un susseguirsi di accostamenti in piena notte;
ma non è questo il punto lei vorrebbe risposte sulla trasformazione del corpo
nello spazio prescelto nella vita al terzo piano nei silenzi dei metri quadri
arredabili da un’identità plurale noi noi con colori adatti all’ambiente
e qualche certezza tipo mio mio un possesso cioè non catastale
una bellezza adagiabile in un giaciglio adeguato e consacrato all’uopo
e una certa propensione all’ascolto razionale ed estetico
anche ad ora tarda (distratte riviste fashion in contenitori di polimetilmetacrilato (1)
forniscono allo sguardo una fuga)
mentre la stanza si anima di bagliori di figure in movimento grigie.
Lei vorrebbe il tempo onesto e sufficiente
all’usura dei legni dei segni dei simboli la giusta
patinatura che significa che il tempo fu clemente sulle cose e sugli incastri
senza brutte sorprese come un intreccio di linee pure e funzionali
e stanzette ordinate e immote nell’assenza d’echi di passi incerti e petulanti
che verranno a maturazione certo a tempo debito – un’altra forma come un lascito –
a Dio piacendo.

Lei vorrebbe mentre osservava con la coda dell’occhio un profilo con pochi tratti salienti
c’è qualcosa di plastico in te? si chiedeva nelle penombre odorose di cera
mettendo in conto qualche disillusione un difetto nello stampo una crepa
– si capirà strada facendo, immaginava – con lo stress
dell’utilizzo costante e quotidiano
ma in fondo quel che conta è la serenità (può esserci parola più allopatica?) perché
la vita si conta a panettoni diceva suo suocero settantacinque circa
la vita è una soap palatale diceva mamma.

(1) forma essenziale e pratica, oggetto che può essere collocato con facilità in ogni ambiente (dalla documentazione fornita dal produttore)

mag. ‘15 – mar. ‘16

*****

da “Dettagli” (titolo provvisorio)

vento severo: là dove cessa spiove nei dettagli
di foglie crepuscoli di caduta imminente   .nervature.

È troppo facile .chi è morto è morto, fatto
di un diverso abbattimento,      inutile
a chi osserva     .l’occhio è disabile nei crepuscoli,
non afferra – del dettaglio – la sentenza,
l’inganno che sia parte di un intero,
intera sostanza
intero momento
o mondo.

Ma è solitudine vivente    .e basta.

chi è morto è morto,    foglia
totalmente distante dall’albero.

nov. ’19

ti prego, sollèvane un po’ –

ogni preghiera una nuova clausola.
un altro rischio in croce.
un altro cristo attraversato.
ogni parola allo scopo è invenzione formale
dossologia privata
depurazione del poco, necessità, rinnovata –
di darsela  o darla   a bere.

Cerca, in una domanda, l’inusato,
mal posta, mal rivolta, l’arroganza
di credere che in fondo,
di qualche dettaglio confortante,
ci si accontenti di poco,
dacci
appena il nostro, si suppone

– che poi è proprio lì che si nasconde –

quello che ci è dovuto,
come un anticipo di liquidazione

– il povero diavolo, l’ex portatore di luce –

nov. ’19

riempie i pensieri fissi     peristili interi
infine cessa    .qualsiasi cosa sia stata
è una tregua.

Il sole è una tregua
il silenzio è una tregua
la rivoluzione è una tregua
la fuga,    anche.

Le piazze sono piene di dettagli inutili
un respiro di cane
la conta delle mosche
senza sollievo     anche
la notte, dopo, che futuro.

La tregua è lo scopo principale
dei suicidi      .un bisogno.

Che cessi       .infine cessa.

___

Giacomo Cerrai vive a Pisa, dove ha studiato Letteratura italiana moderna e contemporanea con Silvio Guarnieri. E’ poeta e traduttore dal francese e dall’inglese. Ha pubblicato le sillogi Imperfetta Ellisse (Accademia Casentinese di Arti e Lettere, Arezzo), La ragione di un metodo (Lulu, autoprodotto), Camera di condizionamento operante (L’Arca felice, Salerno), Sinossi dei licheni (Clepsydra Edition, ebook), Diario estivo e altre sequenze (L’Arcolaio, Forlì), oltre che su vari siti on line, anche stranieri. Una antologia di testi di Ghérasim Luca, curata e tradotta, è uscita in ebook per [dia*foria nel 2015, nella collana apothēkē del progetto floema diretto da Daniele Poletti. E’ co-traduttore dell’antologia La fine del mondo – Poesie 1942-1991 di Ghérasim Luca, a cura di Alfredo Riponi, Joker Edizioni 2012. Con una traduzione da Jean-Pierre Duprey è presente sul primo numero di Container, osservatorio intermodale sulla complessità, edito da [dia*foria. E’ tradotto in francese. Gestisce da oltre quindici anni il sito di poesia e critica “Imperfetta Ellisse” (https://imperfettaellisse.it), e collabora saltuariamente a riviste letterarie. Attualmente lavora alla composizione del suo nuovo libro di poesie e alla traduzione di autori francesi per una prossima pubblicazione.

3 pensieri su “GIACOMO CERRAI – Bootleg, Soggetto due, Dettagli (versi inediti)

  1. Pingback: Giacomo Cerrai: inediti su La poesia e lo spirito | Imperfetta ellisse

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