Vivalascuola. Che fatica la vita da ministra! E figuriamoci da governati (male)

Buon anno scolastico 2020-2021 a tutti! Siamo a una riapertura che si annuncia problematica. La pandemia aveva provocato buoni propositi: tutto sarebbe cambiato nella scuola e nella società. La realtà è un’altra. Mancano i docenti (200.000 cattedre vuote), mancano migliaia di locali, mancano più di due milioni dei famosi banchi monoposto. Soprattutto, manca criterio e metodo, come mostra la ricostruzione, fatta da Giovanna Lo Presti per vivalascuola, dell’operato del governo nell’ultimo anno scolastico. La scuola italiana è malata e soffre di patologie plurime. Anche noi pensiamo che la scuola debba avere priorità ma siamo convinti che essa debba essere emancipata dal ruolo ancillare di custodire i più giovani per una parte della giornata. La scuola va restituita al suo compito più alto, che è quello di educare e istruire. A noi non bastano le scuole aperte. Vogliamo scuole sicure e in cui si studi e si lavori in una condizione di benessere.

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Curiamo la scuola, di Giovanna Lo Presti
Segnalazione: Le strade del mondo – Scuola per attori dell’accoglienza
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Curiamo la scuola

di Giovanna Lo Presti

Che dura la vita da governati!

Ormai la misura è colma: la Nota MIUR 1585, che fornisce chiarimenti sui lavoratori fragili, mi ha fatto capire che non ce la posso fare. Sono più forti loro: cento ne fanno e non ne pensano nessuna, sembrano presi da una frenesia di movimento che nemmeno un tarantolato e io non ce la posso fare ad infilzare una dopo l’altra le mille sciocchezze che vengono dette a proposito di riapertura delle scuole, le tante decisioni che vengono prese, le clamorose stupidaggini (ogni essere dotato di media intelligenza le definirebbe tali) scaturite dal pulpito ministeriale. Ed è stata la Nota 1585 a farmi dichiarare la resa: cosa posso fare io a fronte del dottor Marco Bruschi detto Max, il quale se ne esce a tre giorni dall’inizio dell’anno scolastico con una Nota attesa da molti lavoratori e che non fa che menare fendenti sui “lavoratori fragili” mentre sembra tutelarli?

Il 2020, l’anno della pandemia, è stato rovente per la scuola italiana. La difficoltà non ha affatto acuito l’ingegno, anzi: ha dato la stura ad un torrente di sciocchezze, la cui quantità desta, se guardiamo ai mesi appena trascorsi, stupore sincero. Al contrario di quella “fiumana del progresso” di cui parla Giovanni Verga, grandiosa se vista da lontano pur se formata dalle tante meschinità e dagli interessi ignobili che la compongono, gli ultimi mesi di lavoro del MIUR hanno messo in campo provvedimenti pessimi da qualunque punto di vista li si guardi: da vicino non reggono all’analisi, da lontano si configurano più o meno come un enorme mucchio di spazzatura. Bisogna riconoscere che il team ministeriale si è dato da fare. Accanto all’azzimato Max Bruschi la ministra Azzolina ha fatto la sua parte, giorno dopo giorno. Ha appena ricevuto la maglietta da una studentessa con una scritta ruffiana: “Che fatica la vita da ministra!” ma in questa scritta c’è del vero. Faticare avrà faticato, perché riuscire a non dire mai nulla di sensato è un po’ come fare “zero” al Totocalcio – comporta difficoltà simile al fare “tredici”.

Che la ministra fosse portata per imprese di tal fatta, lo si capiva già da prima che assurgesse al trono di viale Trastevere. Su Facebook, il 22 ottobre 2018: “Per chi lo avesse perso, questo il mio intervento di stamattina a Mattino 5. Poter fare riferimento ad Hegel su Canale 5 mi è sembrato un miracolo!!!!“. È notorio che tutti coloro che studiano Hegel e sul comodino hanno Genesi e struttura della “Fenomenologia dello Spirito” di Hegel concludono sempre le frasi con quattro punti esclamativi. Una vera intellettuale!!!!! (ne metto di cinque, di punti esclamativi, chissà che non faccia anch’io carriera). Nel gennaio del 2020, ormai lanciatissima, Azzolina dichiarava: “Quando da studentessa leggevo i classici, come Platone o Aristotele, mi apparivano davvero molto attuali nel loro pensiero. È così anche oggi”. Chi a questa frase infelice non sente correre un brivido di vergogna per interposta persona si preoccupi: forse non sa che l’ha pronunciata una plurilaureata che, dovendo fare una tesi per un master non esitò a stilare una bibliografia con cinque titoli, cosa da far arrossire un ragazzino che presenta la ricerca all’esame di terza media.

Lasciamo perdere altri aspetti più materiali, come il fatto che Azzolina, quando militava nel sindacato ANIEF fosse una fervente sostenitrice delle sorti dei precari. Divenuta ministra (poco tempo dopo) si convertì alla religione meritocratica e fu questa nuova fede che la spinse a mettere in campo scalcinati ed improbabili concorsi che non sappiamo come andranno a finire. Certo, quest’anno per Azzolina è stato un anno di “crescita”. Il 16 marzo, per esempio, dichiarava:

“Ai docenti lo dico chiaro: andate avanti con la didattica a distanza. È il ministro dell’Istruzione che ve lo chiede. E ve lo chiede perché lo chiedono le famiglie e gli studenti. Perché c’è un mondo che sta cambiando repentinamente. Perché c’è un imperativo categorico, direbbe Kant, che dal di dentro, dalla vostra morale, vi direbbe di andare avanti”.

Il lettore anche qui potrà notare lo sfoggio di cultura: Kant! L’imperativo categorico! Esattamente quello che direbbe un ingenuo liceale se per caso diventasse ministro. Ma c’è di più: “andate avanti con la didattica a distanza”. Se pensate che questa esortazione viene dalla bocca rossodipinta di una giovane donna che poco tempo prima aveva preso “zero” in Informatica al concorso per dirigente scolastico (poi, non si sa come, superato) resterete a bocca aperta. Dalla totale ignoranza informatica all’esaltazione della didattica a distanza: soltanto un’illuminazione, una miracolosa conversione può consentire un tale repentino mutamento. Ma il bello di Azzolina, siracusana come Corace e Tisia, padri della retorica, è il suo afflato oratorio, con cui ha allietato le nostre giornate al confino domestico.

“Sapete, care e cari docenti, come Vi definiscono i Vostri alunni nei messaggi che mi inviano? «Scudi di quiete nella tempesta che infuria». Mentre loro, i nostri studenti, si definiscono «monadi senza più finestre». Hanno bisogno di Voi, lo riconoscono tutti, in tanti modi diversi”.

Era il 28 marzo, ce ne stavamo chiusi in casa e dovevamo sentire pure questo: “scudi nella tempesta che infuria”, «monadi senza più finestre». In francese si direbbe dégueulasse, che sta per vomitevole, disgustoso, un po’ schifoso. Ci sarà pur un motivo se questa parola vagamente onomatopeica mi torna in mente sempre più spesso.

Una spesa ingente non avrebbe potuto destinarsi a fare le scuole che mancano?

Prima di passare alla piccola galleria di quadretti che ritraggono alcune delle panzanate più grosse sfornate da Azzolina e dal suo staff, inserisco una lunga citazione tratta da un articolo di Luciano Bianciardi, scritto nel 1963 e pubblicato su quel giornalaccio equivoco che era Le Ore. Riguarda la “teledidattica” ed è il commento ad una trasmissione televisiva di allora (Bianciardi è stato anche ottimo critico televisivo). Le ragioni di questa citazione saranno evidenti per chi la leggerà. Una la voglio mettere in rilievo: l’intelligenza è la capacità di scrutare ciò che ci circonda, traendone conclusioni acute, cogliendo discrepanze, contraddizioni, falsità per poi indicare una via migliore da praticare. Ecco cosa ci mancano: politici colti ed intelligenti. Come dissero a Walter Benjamin nel momento in cui non ottenne la libera docenza “Geist kann man nicht habilitieren”, non si può concedere l’abilitazione allo Spirito, che qui sta per intelligenza. Appare oggi lampante che, per essere ministro dell’istruzione, l’intelligenza è una qualità ostativa. Meglio la mediocrità infarcita di retorica, meglio i cascami di una middle culture per giunta mal digerita (tutti ricordano la battuta sugli studenti “che non sono un imbuto” difesa dalla ministra con l’infelice richiamo all’“imbuto di Norimberga”). Così, in questo tempo eccezionale della pandemia noi cittadini italiani abbiamo dovuto affrontare, dai primi di marzo ad oggi quel mare tempestoso di pronunciamenti e provvedimenti che ormai da decenni caratterizza il governo della scuola italiana.

Ed ecco, in tutto il suo fulgore predittivo, la citazione dell’articolo di Luciano Bianciardi:

Sono cinque ore e mezzo di trasmissione quotidiana, per sei giorni alla settimana fanno trentatré ore: Telescuola è la rubrica più ricca di tutto il programma. Eppure non se ne parla mai, dando per scontato che questo non è uno spettacolo. E invece provate ad accendere l’apparecchio di mattina o nel primo pomeriggio, e vedrete. Ecco, compare la maestra di musica, è una bella signora con la voce impostata spiega le crome, poi chiama Cinzia alla lavagna, e la fa solfeggiare. No, non con la mano, come succedeva un tempo. Cinzia adesso solfeggia con un tamburello. Poi danno la parola alla concertista D’Albore, che ha con sé due violini, uno intero, lucido e antico, e con quello fa sentire un accordo di settima. L’altro è smontato, e ci spiega la nomenclatura, le fasce, l’anima, il ponticello, la chiocciola e i piroli.

I sussidi didattici, come si chiamavano un tempo, sono enormemente aumentati. Noi ragazzi, al massimo in aula si vedeva una volpe impagliata. Ora, c’è l’inserto filmato per spiegare la geografia; la maestra d’italiano, se deve leggere una poesia di Alfonso Gatto, chiama lui in persona, il poeta, che la commenta, e siccome deve spiegarla a quattro ragazzetti, risulta chiarissimo anche a noi grandi.

C’è un maestro di Ferrara con la voce un po’ prelatizia che mostra e commenta i giornaletti scolastici ciclostilati giunti da ogni parte d’Italia. È la scuola attiva, il learning by doing. Certi ragazzi del Molise chiedono se possono considerarsi legittimi eredi dei sanniti, e quando finalmente avranno l’autonomia. Ma il maestro, seppur concede l’origine sannita, non si compromette sulla regione. «Ne hanno discusso cinque anni in Parlamento, e voi pretendete che vi dia un parere io?» E gli abitanti di Sassoforte in comune di Roccastrada, a proposito, si chiamano sassofortesi? No, il signor maestro, si chiamano sassofortini.

[…] Però viene un dubbio: questa Telescuola non è per i ragazzi che non possono frequentare le scuole ordinarie? Per quelli che non hanno aule, né mezzi? E se così stanno le cose, non è un po’ come dare la governante inglese a bambini che in casa loro non abbiano mai visto il burro? In altre parole, una spesa senza dubbio ingente non avrebbe potuto destinarsi a fare le scuole che mancano?

Di più: tutta questa ansia di insegnare divertendo, di succhiare la pappa, di condirla, di colorarla, di addolcirla, giova davvero all’efficacia dell’insegnamento? Il dubbio viene quando senti in giro tanti giovanottini così preparati, così informati, così saputi, ma anche un po’ troppo scarsi di entusiasmi e di passioni, questi giovanottini per cui tutto è «interessante», non di più. E si capisce perché. Perché la cultura l’hanno avuta troppo a buon mercato. Si può anche sorridere, certo, se un amico scopre Verdi a quarantacinque anni, ma è sommamente positivo che lo faccia con lo stesso entusiasmo di quando, a venti, scoprì Joyce, o Croce. Infatti fu una scoperta, non una registrazione di dati. Ed egli dovette inventare anche gli strumenti per quella scoperta.

È un dubbio, ripetiamo, solo un dubbio. Ma viene, quando ripensi alla fatica delle cinque declinazioni, e vedi sullo schermo il maestro che fa: «Salvate discipuli. Incipit lectio duodequadregesima, pars prior. Surge, Antonie, e scamno et veni ad me». Certo, da grande quest’Antonio non odierà il latino come lo odiano molti anziani. Ma siamo poi certi che lo amerà, che lo prenderà sul serio?

L’incipit: 19 marzo 2020
Lo “zero” in informatica di Azzolina ed il moto perpetuo della scuola

Il momento è grave e non è il caso di aprire adesso un dibattito serio né sulla didattica a distanza né sull’uso (quanto opportuno?) delle Nuove Tecnologie (neanche poi così “nuove”) nei processi di apprendimento-insegnamento. Il dibattito, serrato, documentato, appassionato, avrebbe dovuto essere vivo e vitale da anni – tanto più che l’Italia (e direi l’intero Occidente) si trova ad affrontare una emergenza educativa che, pur meno funesta in tempi brevi rispetto a quella sanitaria, rischia di aver un impatto molto negativo nel futuro prossimo. Proprio perché il momento è grave sarebbe invece il caso di non parlare a vanvera, di lasciar da parte quello spirito di improvvisazione per cui gli italiani vanno famosi nel mondo e di abbandonare ogni sciocca forma di retorica e di esaltazione di un “ottimismo della volontà” di qualità almeno dubbia.

Leggere le dichiarazioni del ministro Azzolina non può che destare perplessità; percepire il protagonismo della giovane ministra un po’ troppo spesso sottolineato da un sorriso color rosso fiamma ci mette in imbarazzo. Alla prova di Informatica nel concorso per dirigenti scolastici, non molto tempo fa la ministra, che è quella stessa persona che inneggia ed esorta all’insegnamento a distanza, conseguiva il punteggio di 0 su 6. Zero, cioè nulla. Contro l’enfasi fuor di luogo, contro la retorica modernista, contro la mancanza di senso di realtà, che è il solo motivo che può portare ad affermare che qualche decina di milioni di euro possano risolvere il digital divide ed attrezzare adeguatamente tutte le nostre scuole c’è un antidoto. È quello, pochissimo praticato dai nostri politici, della sobrietà. La scuola non ha bisogno di vetrine, non ha bisogno di spettacolarizzazione; ha piuttosto bisogno di cultura, di capacità di riflettere, di senso della realtà, di capacità di immaginare un futuro migliore dal presente troppo spesso “virtuale” in cui i nostri bambini ed i nostri ragazzi rischiano di arenarsi. Se la scuola “in presenza” incontra le molte difficoltà che tutti conosciamo, cosa potrà fare la scuola “a distanza”?

Capitolo primo: 8 aprile 2020
Libro nero sulla Dad

Il momento è grave e l’emergenza sanitaria, rispetto alla quale però, giorno dopo giorno, scopriamo l’insufficienza tutta umana nell’affrontarla, ci dovrebbe portare a far spallucce di fronte alla ben nota sfacciataggine, insipienza, disonestà dei nostri politici. Li conosciamo bene: le facce cambiano, ma i vizi sono gli stessi di sempre, quelli che portarono un nostro grande intellettuale a dedicare un omaggio a Ferruccio Parri, in occasione della sua morte, intitolandolo “Un volto nobile tra tanti ceffi ignobili”. Anche oggi siamo circondati da “ceffi ignobili” che, ad esempio, osano proporre una sorta di sanatoria per tutti quei datori di lavoro che hanno costretto i propri addetti a lavorare senza protezioni di sicurezza per poi, il giorno dopo, affermare di essere stati fraintesi. Altri “ceffi” sembrano meno ignobili, ma soltanto perché maneggiano argomenti che, diciamo la verità, ben pochi considerano essenziali.

Voglio esprimere tutto il disagio che mi ha colto quando ho visto l’attuale Ministro dell’Istruzione annunciare l’approvazione dell’ultimo Decreto concernente la scuola. Lungi da me ogni personalismo: sono consapevole che i singoli non sono che figurine fungibili, semplici espressioni di un sistema ben coeso. Non giudico quindi la persona Azzolina, che non conosco, ma protesto per la sua figura pubblica. Anzi, dirò meglio, per la sua figuraccia pubblica. L’abbiamo sentita tutti ripetere ossessivamente la parola “scenari” nella trasmissione di Fazio domenica sera, insistere in modo ridicolo sul “doppio finale” possibile per l’anno scolastico 2019-2010, difendere l’indifendibile e sostenere la regolarità di quest’anno così anomalo. Ci vuole poca testa e tanta sfacciataggine per sostenere ciò che ha detto Azzolina. Laddove ci aspetteremmo una dolente riflessione sull’insufficienza della scuola italiana – insufficiente “in presenza” figuriamoci “a distanza” – un pacato e sentito ringraziamento a tutto il personale che si è impegnato a mantenere i contatti con gli studenti e che comunque ha continuato a lavorare, cosa troviamo? Parole, parole, parole per giunta piuttosto sgangherate e poco appropriate.

La ministra non si è assunta nessun impegno: ha individuato come problema “atavico” quello delle “classi-pollaio, ha ignorato altri aspetti gravi, come il precariato eretto a sistema (se tutto va così andremo verso il 25% di precari nel prossimo anno scolastico), i bassi stipendi dei lavoratori della scuola che, di fatto, umiliano chi lavora in questo settore, il mancato rinnovo contrattuale, le condizioni fatiscenti dell’edilizia scolastica e, soprattutto, l’emergenza educativa. La ministra ha anche chiesto scusa per il mancato aggiornamento delle graduatorie, addebitandolo alla precaria informatizzazione del Paese. Subito dopo ha affermato che la didattica a distanza (su cui molto c’è da discutere dal punto di vista didattico-pedagogico)

“non può essere uno strumento opzionale; in un momento di emergenza, ci sta permettendo di concludere l’anno scolastico. Quindi, non renderla più opzionale ma chiave di volta per il sistema educativo del momento significa dare dignità a tutti gli insegnanti che hanno fatto tantissimo. Li incito a lavorare di più da qui alla fine dell’anno scolastico”.

Per il Ministro un milione e seicentomila studenti che NON POSSONO aver accesso alla didattica a distanza perché privi di mezzi (e non saranno i circa 80 milioni di euro ora stanziati per ovviare al digital divide a mutare immediatamente la situazione) non contano quindi nulla? Stiano però attenti i docenti: Azzolina li incita a lavorare di più e la didattica a distanza diviene obbligatoria per decreto. Che il 59% dei docenti abbia più di cinquant’anni vuol dir poco per Azzolina. La quale ignora anche i dati ISTAT: “negli anni 2018-2019, il 12,3% dei ragazzi tra 6 e 17 anni (850 mila) non ha un computer o un tablet a casa e la quota raggiunge quasi un quinto nel Mezzogiorno (circa 470 mila). Il 57% lo deve condividere con la famiglia. In questi casi meno della metà dei familiari dispone di un pc da utilizzare” . Inoltre, il 41,9% dei minori vive in una situazione abitativa di sovraffollamento. Ma chi se ne frega?

Capitolo secondo: 18 aprile 2010 (quando ancora volevamo sperare)
Una proposta per l’emergenza e per il ritorno alla normalità

La sociologa Chiara Saraceno si è recentemente espressa con toni negativi a proposito delle decisioni del governo che riguardano bambini e ragazzi in età scolare: non basta il congedo parentale o il bonus baby sitter, afferma Saraceno, bisogna offrire ai più giovani quella dimensione di socialità, di gioco, di apprendimento che è propria della loro età. La sua proposta:

Occorre pensare a organizzare, per i mesi da qui alla ripresa di settembre, e in preparazione di quella, attività per piccoli gruppi, utilizzando una molteplicità di spazi – alcune aule e cortili delle scuole e dei nidi, palestre, parchi attrezzati, oratori , case di quartiere, ludoteche – ove piccoli gruppi possano incontrarsi in sicurezza insieme ad educatori: una sorta di “estate ragazzi” diffusa, fatta di micromunità circoscritte e monitorate. Anche per i più piccoli, che è vero che non possono mettere le mascherine, gattonano e si mettono tutto in bocca, ma sembra assodato che non si infettano tra loro. Se in Francia, Spagna, Danimarca, Germania, si stanno attrezzando in questo senso, perché non in Italia?”.

Le parole di Saraceno indicano una via d’uscita dalla situazione emergenziale ben diversa dalla laudatio quotidiana della ministra Azzolina rispetto alla Didattica a distanza. Ed è vero che bisogna fare di necessità virtù e, in mancanza di altro, usare ciò che la tecnologia mette a disposizione per supplire all’impossibilità di uscire di casa ed andare a scuola; ma è ancor più vero che non vedere i limiti gravissimi di questa situazione è da idioti. Un fenomeno interessante, emerso da scambi di idee con numerosi colleghi che praticano quotidianamente la Didattica a distanza è l’adeguamento della stessa alle modalità con cui funziona (o non funziona) la scuola “normale”. Quindi, seguono meglio le lezioni a distanza i più motivati: i piccoli perché incuriositi dalla situazione insolita (che la scuola, poi, in pochi anni di frequenza ammazzi ogni curiosità è un dato da affrontare in altra sede), gli studenti delle scuole serali perché più adulti e determinati, gli studenti liceali perché, in genere, più abituati allo studio e più motivati. Ma tanti studenti del segmento tecnico-professionale, proprio quello che dovrebbe stare più a cuore a chi governa in nome della Costituzione e dovrebbe esaltare il valore emancipatorio della scuola, collegati a videocamera e microfono spento sono palesemente lontani dal computer (a domanda, chiamato in causa, l’allievo non risponde…); oppure arrivano in ritardo alla lezione, tanto da costringere i docenti a mettere a punto nuove regole per l’accesso all’aula virtuale. Insomma, tutto il “meglio” della “scuola dal vivo” si trasferisce, in breve tempo, nella scuola a distanza.

Ciò serve a far emergere una verità lampante, ma che comporta, per essere compresa, di una conoscenza diretta della scuola: non basta cambiare mezzo o “metodologia didattica” per ottenere migliori risultati. Quello che deve cambiare radicalmente è il rapporto tra chi impara e chi insegna. L’aula, con la “classe” (sia pure, come vuole la moda didattica del momento “rovesciata”) non funziona. In un momento in cui gli adulti stanno perdendo autorità nei confronti dei più giovani (e la perdono, in genere, a vantaggio dell’invasività dei media digitali) è urgente recuperare il dialogo educativo. La malattia della scuola è ad uno stadio avanzato e non è un fatto italiano. Ci hanno frastornato per decenni con sperimentazioni, metodologie didattiche, invenzioni dell’ultimo didatta ministeriale. Nessuno si è mai occupato dell’unico problema vero, dell’apertura di un canale di comunicazione tra insegnanti e studenti, affinché gli uni udissero le parole degli altri, in un rapporto di reciprocità, base indispensabile affinché il più giovane riconosca l’autorevolezza del più adulto e si confronti con essa.

Una didattica per piccoli gruppi è la sola che consenta di superare il rumore di fondo (metaforico e spesso anche reale) di un’aula affollata. Lavorare per piccoli gruppi può essere una soluzione per il rientro nelle aule. Certo, bisogna ripensare la struttura della mattinata di lezione. Ma non è legge di natura che a scuola si debba stare sei ore seduti su una sedia, in un’aula piena zeppa, con un adulto che, come i medici in corsia, può contare soltanto su se stesso per convincere i suoi studenti che quello che sta dicendo è più interessante dell’ultimo Whatsapp appena arrivato sul loro smartphone.

Capitolo terzo: 3 maggio 2020 (qualcosa si può ancora sperare?)
Non lasciamo a tecnocrati e politici ignoranti il governo della scuola

Il 4 maggio finisce la “fase 1” dell’emergenza sanitaria provocata dal Coronavirus. I media ripetono ossessivamente che non si tratterà di un ritorno alla normalità, sebbene il sentimento più diffuso sia proprio il timore che non rivedremo per lungo tempo la “normalità” cui eravamo abituati prima del 21 febbraio. Non torneremo tanto presto alla normalità: segno che la crisi è stata profonda ed ha determinato una frattura tra un “prima” ed un “poi”. In molti stiamo chiedendoci se la normalità che vorremmo recuperare sia proprio quella bloccata dalla pandemia, quella caratterizzata dall’inquinamento straordinario della Pianura padana, da fortissime diseguaglianze economiche e sociali, dalla disoccupazione giovanile a livelli straordinari, dallo sfruttamento e dall’incuria del territorio.

Il primo motore di questi mali sociali è un modello di sviluppo vorace e volto al profitto di pochi. Sono i pochi che stanno decretando che il Paese è sull’orlo del baratro, gli stessi che hanno tenuto le loro fabbriche aperte in Lombardia mentre il contagio impazzava e che adesso pretenderanno di rimodellare a loro vantaggio il rapporto di lavoro. Vorrei sottoporre all’attenzione di chi legge due dati forniti recentemente dall’ISTAT e dal Mef. Cito testualmente ed in modo completo il primo:

“Nel 2019, il numero di occupati è pari a 23 milioni 360 mila (media annua); i due terzi (il 66,7%) è occupato in uno dei settori di attività economica ancora attivi, per un totale di 15 milioni 576 mila occupati, e il restante terzo (7 milioni 784 mila occupati) in uno dei settori dichiarati sospesi dal decreto” .

Il secondo dato riguarda il reddito dei cittadini:

“Il 44% dei contribuenti, che dichiara il 4% dell’Irpef totale, si colloca nella classe fino a 15.000 euro; in quella tra i 15.000 e i 50.000 euro si posiziona il 50% dei contribuenti, che dichiara il 56% dell’Irpef totale, mentre solo circa il 6% dei contribuenti dichiara più di 50.000 euro, versando il 40% dell’Irpef totale”.

Inoltre, sono 10,2 milioni di soggetti hanno un’imposta netta pari a zero. I dati parlano, allo stesso tempo, di evasione fiscale e di diseguaglianza economica, forti ed inaccettabili entrambi per un Paese civile. La relazione di tali dati con i pluridecennali tagli ai servizi è evidente.

La domanda è se il Paese che vogliamo recuperare sia proprio questo. Attenzione: potrebbe essere un Paese ancora peggiore. Ce lo fanno sospettare fortemente le dichiarazioni di alcuni esponenti dei “poteri forti”. Carlo Bonomi, neo-presidente di Confindustria, auspica modernizzazione e globalizzazione: temiamo di comprendere bene qual sia la direzione che voglia indicare. Per quel che riguarda la scuola le idee le chiarisce Francesco Profumo, in un articolo del 29 aprile scorso apparso su La Stampa e intitolato “Prestiti, televisione e connessioni: le idee per ripensare la scuola”. Sarà casuale che, sin dal titolo, campeggi in primo piano la parola “prestiti”? Non ne abbiamo avuto abbastanza, negli ultimi trent’anni, del prevalere del profitto e dell’economia su ogni altro aspetto? L’ex-ministro dell’Istruzione Francesco Profumo (governo Monti) in questo caso si fa portavoce autorevole di una minaccia che incombe sulla scuola. Profumo presenta il suo ragionamento come “lineare”:

“Gli studenti che lavorano a casa hanno bisogno di connessioni a Internet che vengono utilizzate anche dai genitori, ponendo così la premessa positiva per lo smart-working. Se poi la usano anche i fratelli più piccoli il cerchio si allarga e, così, la capacità di socializzazione delle famiglie”.

Più avanti: “Il modello organizzativo napoleonico della pubblica amministrazione – in cui esiste un Ministero con un suo bilancio per l’Istruzione – è una scelta limitante”. Dunque, secondo Francesco Profumo la socializzazione delle famiglie passa attraverso la connessione Internet ed è meglio cancellare con un tratto di penna il “limitante” bilancio del Ministero dell’Istruzione. Sai quanti soldi risparmiati e dati invece più proficuamente ai fornitori di servizi Internet ed ai gestori di piattaforme etc. Attenzione, ancora: il mondo che ci si prospetta è un mondo di nuove ed antiche servitù. Lo smart-working nel tinello di casa, praticato mentre i bambini girano d’attorno e bisogna preparare il pranzo non può che essere un nuovo modo di soggiogare masse di lavoratori che non avranno nemmeno modo di incontrarsi sul luogo di lavoro e che si sentiranno impotenti nel rivendicare qualsiasi cosa. Sta’ zitto – gli diranno – godi già del privilegio di non muoverti da casa, taci e lavora.

Capitolo quarto: 17 giugno 2020 (tutto sarà come sempre)
Esami di Maturità tra retorica ministeriale e mancato rispetto dei diritti dei lavoratori fragili

Non potevano mancare, nel primo giorno degli esami di Maturità, le dichiarazioni di gaudio di una ministra che si è distinta per un afflato retorico che, pur non nutrito da una salda cultura linguistico-letteraria, ha punteggiato tutti i tormentati mesi che ci siamo lasciati alle spalle. L’abbiamo sentita ricordare da Bergamo, dove ha deciso di inaugurare gli esami, che altri Paesi hanno stabilito di abolire la maturità per quest’anno, a causa del Covid-19. Ma qui in Italia (tono trionfale di Azzolina) invece si fanno e lei è molto contenta: poi, rivolta ai ragazzi, un enfatico “Siete nella Storia” etc.etc.

Non ci stupiamo: le parole in libertà si sprecano quando si parla di scuola, la vuota retorica sembra l’unica regola cui ci si debba adeguare ed è senz’altro l’unica regola cui si è adeguata questa ministra, una dei tanti “giovani-vecchi” che hanno ruoli di governo, la cui insufficiente preparazione non vieta loro di sentenziare su tutto e su tutti. Abbiamo visto sulla bocca di Azzolina gli splendori e le miserie della didattica a distanza ed adesso è la volta dello “splendore” da princisbecco di un esame di Maturità monco e ridotto ad un rito di passaggio. E ci viene spontaneo chiederci: “Di passaggio a che cosa?” Per i più fortunati tra gli studenti, soprattutto per quelli che appartengono a famiglie abbienti, sarà il passaggio verso l’Università; per molti altri, l’esame sarà un triste introibo al precariato, ad un lavoro dequalificato e sottopagato, stato nel quale, se le cose non cambieranno, saranno costretti a permanere per lungo tempo.

Capitolo quinto: 28 luglio 2020 (la realtà supera l’immaginazione)
L’improvvisazione al potere: dai banchi con le rotelle alle GPS. Tutto può essere peggio di prima

Dal 22 luglio scorso e sino al 6 agosto, (se, come da più parti si auspica, i termini non verranno prorogati) è possibile compilare la domanda per l’inserimento nelle Graduatorie provinciali e d’Istituto. L’Ordinanza Ministeriale che istituisce le GPS è del 10 luglio; il testo, tutt’altro che inappuntabile, aveva causato proteste e richiesto modifiche in itinere.

Ma adesso, dopo che legioni di aspiranti hanno cercato di compilare su Istanze online la loro domanda, dopo che schiere di operatori sindacali si sono scervellati sulla corretta interpretazione di parecchi passaggi criptici, dopo che la schermata blu con la scritta “Attenzione. Il sistema non è momentaneamente disponibile” ha fatto saltare i nervi a migliaia di persone, adesso, insomma, lo possiamo dire: la realtà, ancora una volta, ha superato l’immaginazione. Le segnalazioni di errori e disfunzioni non si contano. Il sistema è in continua manutenzione da parte del gestore, cosa che provoca, tra le altre conseguenze indesiderate, la perdita o l’alterazione dei dati inseriti, compresi quelli relativi al servizio, con evidente danno nel caso in cui l’interessato non si renda conto di tale problema. Il sovraccarico della piattaforma non ha sorpreso nessuno, se non, forse, gli entusiasti burocrati di viale Trastevere, che non hanno tenuto conto dei numeri ingenti di aspiranti all’inserimento in graduatoria. Come se non bastasse, molte tra le voci da spuntare nella domanda risultano poco chiare e ancor meno intuitive e pertanto rischiano di essere trascurate o barrate involontariamente in modo errato.

Permangono alcuni vecchi problemi che, a rigore, potevano essere affrontati e risolti, vista la situazione emergenziale: un caso tra tutti è quello dei diplomati magistrali che ora, dopo essere stati immessi in ruolo con riserva ed aver subito la sentenza di merito negativa, torneranno nell’infelice posizione di precari, magari dopo più di un decennio di insegnamento ed il superamento dell’anno di prova. L’inserimento nelle GPS degli studenti e delle studentesse di Scienze della Formazione di certo non ha semplificato le cose. Non ci sappiamo spiegare come quella stessa ministra che qualche mese fa chiedeva scusa ai precari per il mancato aggiornamento delle graduatorie possa ora aver varato in quattro e quattr’otto una serie di “innovazioni” che avranno un solo risultato sicuro, vista la confusione che hanno ingenerato: aumentare il contenzioso in modo esponenziale.

Non è questa la “semplificazione” di cui la scuola ha bisogno. È ormai chiaro che manca, a viale Trastevere, un progetto concreto per il miglioramento della scuola e che l’improvvisazione domina su ogni scelta, sia che riguardi l’acquisto dei banchi con le rotelle, sia che concerna lo sbandieramento di 4 miliardi di euro messi a disposizione della scuola (quando ce ne vorrebbero altri venti soltanto per avvicinarci alla spesa media europea), sia che concerna la didattica a distanza, in presenza o ibrida.

In filigrana noi vediamo, però, il tentativo di mettere a punto una linea preoccupante di governo della scuola. Il progetto, non ancora andato in porto, di regolamentare ulteriormente il diritto di sciopero, la mancanza di ogni discorso serio sulla ripresa in sicurezza a settembre, l’elogio acritico dell’uso dei media digitali nella didattica, la messa tra parentesi di qualsiasi ripresa di trattativa per il rinnovo contrattuale di un comparto che è quello trattato peggio in tutto il Pubblico Impiego, la guerra scatenata tra i precari dalle modifiche rispetto alla valutazione dei titoli, sono tutti tasselli di uno stesso mosaico.

Quanto al corpo docente, bisogna ricordare che abbiamo gli insegnanti più vecchi del mondo e i peggio pagati rispetto ai Paesi europei con cui dobbiamo confrontarci. È necessario porre rimedio a questi due problemi.

Capitolo sesto: 24 agosto 2020 (facili profezie)
Scuola: ci sono tutte le premesse per l’insicurezza della riapertura

La personalizzazione della politica è senz’altro un pericolo dei nostri tempi e non possiamo pensare – se non in un attacco di ingenuità – che certe scabrose “pensate” sulla scuola siano state messe a punto nella splendida solitudine dello studio ministeriale. Abbiamo però cominciato a credere che Azzolina fosse una sorta di “capretta espiatoria” (la definizione non è nostra ma di Gianfranco Pasquino, professore emerito all’Università di Bologna, che la usa in un suo articolo comparso su Huffington Post) dopo la vicenda dei “banchi con le rotelle”, che ha costituito una sorta di potente distrattore di massa rispetto al fatto che di scuola, negli ultimi sei mesi, non si sia mai parlato seriamente. Quando la “capretta espiatorie” seguirà la sua sorte naturale e verrà immolata, la situazione, per la scuola, purtroppo, non cambierà automaticamente.

Guardiamo al rientro di settembre e siamo allarmati. Il Ministero, con il suo ultimo proclama dichiara di non aver

mai lasciato sola la scuola” e che “continuerà a supportarla in un’ottica di grande comunità al servizio delle studentesse e degli studenti (…) Nelle prossime settimane e anche dopo l’avvio delle lezioni proseguirà incessante il lavoro per la scuola, pilastro del Paese, e per il diritto allo studio delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi”.

Di tale lavoro incessante vogliamo cogliere qualche aspetto. Il primo riguarda il test sierologico cui si potrà volontariamente sottoporre il personale.. Riteniamo che testare per verificare la diffusione del virus sia giusto, ma non possiamo mettere tra parentesi l’aleatorietà di una misura che si affida a test la cui attendibilità è discutibile e che non verrà fatto, comunque, a tappeto. I lavoratori della scuola sono circa un milione e trecentomila: ammettiamo che la gran parte di essi aderisca allo screening, ma cosa si propone per coloro che il test non vorranno farlo e per gli otto milioni di studenti che affluiranno nelle aule? Quanto al dibattito sulle mascherine non vogliamo contribuire al chiasso mediatico; supponiamo che andrà, anche qui, come deve andare. Qualcuno si sottoporrà all’uso della mascherina, molti altri no. In ogni caso, il problema resta per i bambini inferiori ai 6 anni, proprio quelli che è più difficile tenere distanziati e che le mascherine non le terranno.

Tenuto poi conto che i lavoratori della scuola che superano i 55 anni sono circa 400.000, ci sembra che escludere l’età come fattore che rende un lavoratore “fragile” sia stata una mossa strategica volta non certo a difendere la salute dei cittadini lavoratori ma a garantire la presenza in aula del personale “anziano”. A suo tempo, quando si è trattato dell’Esame di maturità, avevamo denunciato il comportamento incongruente di dirigenti scolastici e USR i quali, nonostante il documento INAIL sull’argomento fosse inequivocabile, avevano negato il lavoro da casa a chi ne aveva fatto richiesta in ragione dell’età. Adesso, nell’ultimo Rapporto ISS COVID-19 i lavoratori “anziani” non sono più menzionati come lavoratori fragili e sarà necessario un quadro patologico severo per far sì che qualcuno possa essere considerato a rischio ed esonerato dal lavoro “in presenza”. Aggiungiamo che non c’è alcuna evidenza scientifica che giustifichi l’esclusione del personale sopra i 55 anni dalle tutele previste dal rapporto INAIL dell’aprile scorso.

La scuola, questa istituzione così importante, deve insomma riaprire ad ogni costo. E riaprirà, ne siamo sicuri, senza un piano coerente per la ripresa, con provvedimenti abborracciati e dichiarazioni ad effetto della ministra che piovono come grandine e producono gli stessi effetti che la grandine produce su un campo coltivato.

In questo sconclusionato fiume di parole che ci trascina verso il fatidico 14 settembre è difficile navigare, ma è facile prevedere come andrà: se le scuole riapriranno (visto che i contagi sono in crescita qualche dubbio lo si può nutrire) capiterà ciò che è capitato in Germania: richiuderanno dopo pochi giorni. A meno che non accada un “miracolo italiano”, a meno che gruppi di pressione non reclamino a gran voce la “priorità della scuola”. Anche noi pensiamo che la scuola debba avere priorità ma siamo altrettanto convinti che essa debba essere emancipata dal ruolo ancillare di custodire i più giovani per una parte della giornata. La scuola va restituita al suo compito più alto, che è quello di educare ed istruire: e a scuola, come altrove, si deve lavorare in sicurezza.

Il capitolo settimo è aperto e va completato

Siamo alla vigilia di una riapertura che si annuncia assai problematica. Mancano i docenti (200.000 cattedre vuote), mancano alcune migliaia di locali, mancano persino più di due milioni dei famosi banchi monoposto. Soprattutto, manca criterio e metodo. Al capitolo settimo che non ho ancora scritto darei senz’altro un titolo esortativo: “Protestiamo!” In questi giorni molti protestano: i precari e gli studenti sono già scesi in piazza e hanno intenzione di continuare. Il 26 settembre è prevista la manifestazione del movimento “Priorità alla scuola”.

Qui vorrei fare però un appello per la “due giorni” di protesta indetta congiuntamente da alcune sigle del sindacalismo di base (Cub, Unicobas, USB) e da varie associazioni studentesche, prima tra tutte OSA. Senza volersi contrapporre a tutte le altre forme di protesta, il 24 e il 25 di settembre saranno, per i lavoratori, giornate importanti. Tanto importanti che si sciopererà: l’astensione dal lavoro è ancora la forma più forte che hanno i lavoratori di dichiarare il loro dissenso. Questo sciopero speriamo sia accompagnato dalla presenza in piazza del maggior numero possibile di persone e si distinguerà dalla manifestazione del 26 settembre per la radicalità delle richieste. Non è più tempo di mediazioni al ribasso: la scuola italiana è malata e soffre di patologie plurime. Noi, che viviamo e lavoriamo a scuola, siamo i migliori diagnostici: facciamo sentire la nostra voce e facciamo in modo che il punto di frattura creato dalla pandemia non si saldi con un’orrenda cicatrice, che sarebbe destinata ad essere dolente per chissà quanto tempo. Lo slogan assunto per la protesta del 24 e del 25 settembre è “Curiamo la scuola!” – a noi non bastano le scuole aperte. Vogliamo scuole sicure ed in cui si studi e si lavori in una condizione di benessere. [torna su]

* * *

SEGNALAZIONE

Le strade del mondo – Scuola per attori dell’accoglienza
Programma Edizione 2020

Voci migranti e lavoro di comunità
Forme del racconto e metodi dell’ascolto per chi lavora in contesti multiculturali

Prima sessione
SABATO 26 SETTEMBRE 2020
Cinema Teatro M. Troisi, viale delle Rimembranze 8

ore 9.30
Saluti istituzionali

ore 9.45-13 Lavoro di comunità e necessità dell’inchiesta
Studio d’ambiente e lavoro di comunità
Luca Lambertini, Formatore
Servizio sociale e sviluppo democratico
Maria Lorenzoni Stefani, Assistente sociale
Ferri del mestiere: antropologia e raccolta delle storie orali
Mimmo Perrotta, Università di Bergamo; Fulvia Antonelli, Università di Bologna

ore 15-19 Raccogliere storie per il cambiamento
I regimi di verità nella raccolta e valutazione delle storie migranti
Barbara Sorgoni, Ricercatrice
Raccogliere storie per la commissione
Massimo Cipolla, Associazione studi giuridici sull’immigrazione
Davanti e dietro lo schermo: lavideo inchiesta
Dagmawi Ymer, Documentarista

Seconda sessione
SABATO 3 OTTOBRE 2020
Cinema Teatro M. Troisi, viale delle Rimembranze 8

ore 10-13 Pratiche dell’ascolto, arte della relazione
Discorsi pubblici e memorie private
Gabriella Gribaudi, Università Federico II, Napoli
Le parole di chi non ha diritto di parola
Sandro Portelli, già Università La Sapienza, Roma
Memorie migranti
Sandro Triulzi, già Università Orientale, Napoli

ore 15-18 Verso un archivio di voci migranti
Come e perché archiviare le parole dei subalterni
Laboratorio/dibattito in vista della costituzione di un Archivio di voci migranti nel Luogo per la memoria “Davanti a Villa Emma”, dedicato ai ragazzi ebrei accolti e salvati a Nonantola nel 1942-43

Qui il pdf del programma dettagliato.
Per informazioni e iscrizioni: formazione@fondazionevillaemma.org

* * *

L’itinerario di ricerca cominciato tre anni fa, orientato su un progetto di formazione per operatori dell’accoglienza, ci spinge a vedere il futuro dell’accoglienza nel lavoro di comunità: si tratta di trovare presto il modo e l’energia per portare “fuori” – nei servizi pubblici, nelle scuole, nei territori, tra la gente – temi, conflitti e saperi che fino ad ora sono rimasti “chiusi” tra le mura dei centri d’accoglienza. Ciò vale per immigrati, esuli, richiedenti asilo e quanti si occupano di loro come per tutte le forme di marginalità e fragilità sociali: l’emergenza sanitaria determinata dalla pandemia ha reso evidente come il lavoro di comunità sia il grande assente, non solo del lavoro sociale, ma anche di quello sanitario.

L’esperienza del lavoro di comunità, che ha segnato la nascita del servizio sociale italiano nel secondo dopoguerra, mostrò la necessità di affiancare agli interventi sociali veri e propri una ricerca (o “studio d’ambiente”, come si definiva allora) finalizzata alla raccolta di storie, dati, informazioni, testimonianze che precedesse, guidasse e accompagnasse la fase operativa: una ricerca non pura ma orientata a un intervento di miglioramento (sociale, sanitario, educativo, culturale) capace di coinvolgere direttamente le persone e le comunità che andava studiando, trasformandole da oggetti di studio in soggetti attivi di conoscenza e cambiamento. Per questo, l’iter formativo degli operatori sociali – almeno nei contesti più illuminati come il Movimento di collaborazione civica, il Centro di educazione professionale per assistenti sociali o il Movimento di comunità – prevedeva metodi e tecniche presi in prestito da discipline affini, soprattutto dall’antropologia, dalla sociologia, dalla psicologia, dalla storia. Adriano Olivetti, Angela Zucconi, Saul Alinsky, Maria Calogero, Augusto Frassineti, Odile Vallin, Danilo Dolci, Aldo Capitini figurano tra i pionieri di quella stagione.

Pensiamo che anche in uno scenario completamente mutato come l’attuale, dove le priorità non sono la ricostruzione di un paese distrutto dalla guerra o il governo dei processi di inurbamento e di migrazione interna, ma le grandi migrazioni internazionali che s’intrecciano a processi di crisi economica, sociale e sanitaria, la riflessione su quegli strumenti potrebbe tornare di estrema utilità.

Per questa ragione – oltre che per la necessità di iniziare a raccogliere, salvare e ad archiviare le storie di chi arriva nel nostro paese dai quattro angoli della terra, con l’idea di fermarsi o di ripartire – Le strade del mondo 2020 intende confrontarsi con alcuni degli strumenti di ricerca, di analisi e di intervento elaborati in quella fase storica, ipotizzando di trovarci in una stagione altrettanto pionieristica: la storia orale, l’osservazione partecipante, la con-ricerca e la ricerca-azione, le tecniche di intervista, la raccolta di storie di vita, ecc. Strumenti e saperi che intendiamo rimodulare in funzione delle necessità del presente e dei contesti in cui operano gli iscritti alla nostra Scuola: operatori dell’accoglienza, educatori, assistenti sociali, docenti, operatori legali, insegnanti di italiano L2, attivisti, psicologi, amministratori e funzionari pubblici. [torna su]

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RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Da Gelmini ad Azzolina

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013, 2013-2014, 2014-2015, 2015-2016, 2016-2017, 2017-2018, 2018-2019.

Cosa fanno gli insegnanti

Vedi i siti di Anief, Cgil, Cobas, Comitato Scuola Pubblica, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Cub, Gilda, Lavoratori Autoconvocati della Scuola Roma, Unicobas, Usb.

Finestre sulla scuola e sull’educazione

Aetnanet, Aetnascuola, Associazione Nonunodimeno, école, Educazione&Scuola, Education 2.0, Fuoriregistro, Gessetti Rotti, Gli Asini, Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), Like@Rolling Stone, PavoneRisorse, Rete della conoscenza, Roars, ScuolaOggi,…

Siti di informazione scolastica

La Tecnica della Scuola, OrizzonteScuola, TuttoScuola.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini) [torna su]

2 pensieri su “Vivalascuola. Che fatica la vita da ministra! E figuriamoci da governati (male)

  1. Pingback: Vivalascuola. Che fatica la vita da ministra! E figuriamoci da governati (male) — La poesia e lo spirito – Revolver Boots

  2. Si sono alternati e susseguiti governi, ma la situazione scuola non è cambiata in meglio. Da Gelmini in poi, sulla scuola si risparmia. Nessuna vera seria riforma… Poi è arrivato il COVID… Quei due mesi estivi di “assenza-vacanza” sfociano nel solito marasma organizzativo dell’inizio Settembre. Mali endemici, a cui nessun ministro e relativo team ha mai fatto fronte… Belli i contributi del post… a tratti si sente una sofferenza lunga, che viene da lontano. Come non capirla e come non riconoscerla in pieno. Come sperare che non si butti mai la spugna. Suona forse retorico, ma nella scuola ci speriamo tutti. E la scuola (quella vera, di tutti i giorni) da noi la fanno solo gli insegnanti. Forza e auguri di ogni possibile bene per voi tutti.

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