Frammenti di Cinema # 31

Mi ha intrigato su un articolo de L’Espresso di qualche settimana fa leggere che la recente fortuna delle serie televisive sarebbe da attribuire alla riscoperta e di conseguenza ad una rinnovata ricerca di totalità, dopo il dominio post-moderno del frammento e del precario di fine Novecento. Ancora più suggestivo il richiamo ad uno dei tre racconti di Gustave Flaubert, Un cuore semplice. Devo dire, purtroppo aggiungo, che memoria e documenti smentiscono facilmente questa tesi, salvo chiosarla che, se fosse davvero così, questa hegeliana attrazione verso la storia dello spirito è sempre stata presente. Tutti quelli nati negli anni ’60-’70, per esempio, cresciuti a pane e televisione si ricorderanno le gesta di Kunta Kinte nella serie Radici trasmessa su Rai 2 il venerdì a partire dal 1978, che racconta l’epopea dolorosa degli schiavi dalla loro deportazione all’approdo alla colonia britannica del Maryland. Ed escludo telenovelas, sceneggiati televisivi e telefilm, che pure un legame stilistico indubbiamente hanno con le serie dei nostri tempi.

Lo sceneggiato, detto anche originale televisivo, è stato un format, direi, tipicamente italiano, che trova un erede nelle fiction prodotte dai canali generalisti della Rai e della Fininvest. Le serie, invece, sono figlie della pay-tv e della diffusione delle majors come Sky, Netflix  e Amazon. Sul piano dello stile, le fiction nascono “pensate” per, ma soprattutto, “nella” tv. I vecchi sceneggiati, addirittura, avevano in origine un’ambientazione teatrale, quasi sempre riadattando capolavori della letteratura. Le moderne serie televisive, invece, sono destinate alla tv, ma pensate e realizzate “nel” cinema e dunque, secondo, i suoi canoni tecnici e formali. Il primo tentativo di produzione di una serie televisiva come se fosse un film a puntate è Heimat di Edgar Reitz, che racconta la storia dell’avvento del Nazismo attraverso le vicende private della famiglia Simon. La prima stagione andò in onda nel 1984, ma il successo venne raggiunto da Heimat 2, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1992, mentre la terza stagione è uscita nel 2004. In quegli stessi anni, nel 1990-1991, arriva Twin Peaks di Davd Lynch, la madre di tutte le serie televisive.

D’altra parte, se prendiamo una delle più popolari serie del momento, La casa di carta, produzione spagnola partita su Antena 3 nel 2017 e poi acquistata da Netflix, scopriamo i legami sotterranei con le telenovelas, tanto che il seducente personaggio del Professore è interpretato da Alvaro Morte, che ha recitato anche ne Il Segreto (giunto a dodici stagioni). Il cinema, a sua volta, non è privo di saghe, si prenda una su tutte, Guerre stellari (1977-2019) di George Lucas. E Krzysztof Kieslowski tra il 1988 e il 1988 ha realizzato il Decalogo, dieci film della durata di circa un’ora, pensati per il cinema ma da vedere in casa. Come le serie cosiddette antologiche, dove il tema è lo stesso ma personaggi e storie cambiano di volta in volta, oppure i personaggi sono gli stessi ma in ogni episodio c’è una storia diversa, fanno pensare ai telefilm come Colombo o Le strade di San Francisco con un giovane Michael Douglas. A distinguere il format, dunque, credo non sia la serialità, quanto esclusivamente lo stile cinematografico. Per tutto il resto prevale una continua contaminazione tra generi, temi, canoni, ed un collegamento circolare con il mezzo televisivo. La vastità e la varietà della scelta contraddistingue davvero questo fenomeno. Ce n’è per tutti i gusti: dalla storia della famiglia criminale inglese con Peaky Blinders(2012-2019) alla riedizione di un film-cult come Comma 22 (1970) di Mike Nichols, riproposto come Catch 22(2019); all’adattamento del capolavoro di Phil Roth, Il complotto con l’America(2020);dal viaggio nel mondo degli ebrei ortodossi con Unorthodox(2020)alla discesa nell’inferno dell’Isis con Califfato(2020). Pertanto, a conclusione, più che a una rivincita della totalità, collegherei questa nuova fortuna delle serie televisive ad un dilagante e silenzioso fenomeno di isolamento, se non addirittura di autismo sociale. Non è un caso che con il lockdown hanno fatto bingo.

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