Salvatore Ritrovato, La Poesia e la Via

di Alberto Fraccacreta

La poesia salva? Questo interrogativo millenario ci riporta alla novecentesca — e attualissima — cognizione di una religione dell’arte che ha nutrito il pensiero di grandissimi scrittori (da Proust a Kafka, da Borges a Montale), ugualmente desiderosi di non finire nel côté del nichilismo e della fede confessionale. Insomma, nell’arte, nella letteratura — secondo loro — è possibile trovare (con le dovute proporzioni) uno scampo alternativo.

E, d’altra parte, siamo spesso stati abituati a sentire e a impugnare, a corollario di questa certezza, una frase celeberrima di Dostoevskij tratta da L’idiota, «la bellezza salverà il mondo». In realtà, il passo dostoevskiano è più articolato e spesso dimentichiamo che dopo l’efficace e abusato aforisma il giovane Ippolit pone al suo interlocutore, il principe Myskin, una domanda ben più decisiva: «Il principe afferma che il mondo sarà salvato dalla bellezza! E io sostengo che questi pensieri gioiosi gli vengono in testa perché è innamorato. Signori, il principe è innamorato. […] Ma quale bellezza salverà il mondo?». Nello spazio d’interruzione tra quel ma e quel quale si gioca una partita importante, di cui Dostoevskij era pienamente consapevole: non una bellezza generica e totalizzante, ma soltanto l’autentica bellezza salverà. Sarà capace di salvare. Allora, forse, sarebbe più opportuno invertire i termini iniziali e domandarsi: la salvezza salverà anche la bellezza e la poesia?

La Poesia e la Via, un intenso collected di saggi di Salvatore Ritrovato, conduce il lettore a tale intricato cambio di prospettiva, elidendo il mito del poeta-vate per segnalare, con umiltà e deferenza, il «cammino» verso il «sacro» che, come osserva l’autore, «si svela nel suo farsi, e ci riporta direttamente alla natura della strada che percorriamo, allo sforzo quotidiano delle nostre gambe, alla nostra volontà e determinazione». «Il presente volume — prosegue Ritrovato — raccoglie, corretti, ampliati e rivisti all’interno di un orizzonte unitario, diversi miei contributi usciti fra il 2010 e il 2020, incentrati sul senso “religioso” della poesia, alla cui base non vi è alcuna ambizione di stabilire un’eventuale missione salvifica della letteratura, tutt’altro: mi pare anzi che non manchino prove per accertare l’autentica sostanza di mestiere o di vocazione (come dimostra il mito di Orfeo), se non di “vizio assurdo”, che non può non spronare chi lo pratica con serietà e rigore, e non per vanità, alla critica radicale del sistema da cui attende riconoscimento. Alla base di quel senso “religioso” intendo qualcosa che è intrinseco al nostro rapporto con il mondo, qualcosa che ci lega, ci vincola come un dio, o che ci trascende, secondo quel vinculum pietatis di cui parla Lattanzio».

Il senso soteriologico della poesia non appare, dunque, nel suo dispensare verità inattingibili, bensì nel porsi correttamente lungo l’itinerario interiore della ricerca di un legame (religio, appunto in chiave etimologica) con l’alterità prossima e assoluta. La poesia non indica, ma è un indizio; non afferma, ma interroga; non è la meta, ma la via, il terreno, la materia di viaggio. Fondamentale diviene allora il sentimento aurorale suscitato dalla possibilità di scrivere versi, ossia di ascoltare dalle sorgenti del linguaggio quel percorso (heideggeriano) di disvelamento della verità: «È un gioco paradossale ciò che ci propone la poesia che non si limita a circumnavigare le parole (altrimenti tutto si risolverebbe, di avanguardia in avanguardia, in qualche numero enigmistico), ma intende sondarne la stratificazione concettuale, snidando, così come succede parlando del “tempo del ritorno”, quella sinopia che i secoli non hanno cancellato: il disegno misterioso di una nostalghía, che si spiega come un sentimento di dolore che si accompagna al viaggio stesso, come se il ritorno, di là dal raggiungimento della meta, non possa essere esente da una riflessione malinconica sulla nostra finitudine, sull’hic et nunc cui ogni forma autentica di esistenza, religiosamente, nutrendosene, si lega».

Scorrendo i titoli dei saggi, si scorge anche l’ampiezza dei riferimenti e dei temi messi in campo da Ritrovato: la condizione ontologica del poeta (Poesia e salvezza. Orfeo esce dal mito), il dono come perfezionamento (Che cosa bisogna “perdonare” al poeta?), la nozione di lontananza (Il logos della distanza), destinazione e destinalità della letteratura (La via e oltre), la poesia dei tempi ultimi (In exitu Israel de Aegypto. Fine della storia e poesia della liberazione), tempo e spazio del linguaggio (Il tempo del ritorno. Appunti di poetica). In particolare, salta agli occhi quel silenzio che «è come lo spazio bianco che circonda il testo di una poesia, dal quale emergono e affiorano le parole della poesia». Silenzio che diventa persino voce suprema della poesia, impegnata a lampeggiare nell’oltre dei suoi sentieri interrotti, a precipizio sulla ragione, il trinomio «via-verità-vita». Alcune delle costanti più precipue dell’ars poetandi si ripresentano così in una veste antica e sempre inedita che coincide anche — tale è la vera poesia — con «un nuovo modo di pensare e di sognare».

Salvatore Ritrovato, La Poesia e la Via. Saggi sulla letteratura e la salvezza, Fara Editore, pp. 120, € 12

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.