Le castagne

di Raffaela Fazio

Era ancora buio. I suoi sensi intorpiditi. S’incamminò verso la curva e vide spuntare due fari. 

“Sali, vieni!” Elaine, di buon umore come sempre, cominciò subito a chiacchierare del più e del meno. 

Warren le guardò le mani sul volante. Spiccava una fede lucida, che probabilmente si sarebbe sfilata a fatica. Gli piaceva, gli piaceva passare un po’ di tempo con lei ogni mattina, forse anche perché gli ricordava per contrasto quanto sua madre fosse bella. 

Elaine fermò il furgoncino. Warren afferrò nel retro quattro bottiglie. Erano tutte ben sistemate nelle cassette di plastica. Il reggimento più numeroso era quello con l’alluminio color argento, che aveva soppiantato il blu e soprattutto il dorato. 

Mentre il giro di consegne proseguiva, le nuvole diventavano trasparenti, i mattoni arancioni, il verde dell’erba più denso.

La strada, dopo una breve salita, era tornata in piano. Dopo la biforcazione, Warren riconobbe la quercia da cui lui e Lee Cunningham si davano il via per vedere chi arrivava per primo al fiume. Lo chiamavano fiume, anche se era un corso d’acqua con qualche strozzatura e una profondità irrisoria. 

Nel punto in cui la riva era più alta, c’era un albero sul cui ramo più lungo era stata legata una corda. Il gioco stava nell’aggrapparcisi e oscillare in modo da arrivare all’altra sponda e tornare indietro senza sbattere le ginocchia per terra. A Warren una volta era andata male ed era finito a mollo. Neanche allora sua madre aveva alzato la voce. Lo aveva guardato con quel viso che, anche da serio, manteneva la sua espressione infantile. Warren era sicuro che se fosse successo a Lee, la signora Cunningham gli avrebbe dato una bella strigliata. 

Lee era più rapido nelle gare di corsa, ma Warren era un campione con le castagne. Da due settimane nessuno era riuscito a batterlo. La sua castagna, forata con la punta del compasso per farci passare il laccio da scarpe, era riuscita a fare una strage di quelle degli avversari. Non sbagliava mai la mira e immancabilmente le mandava in pezzi al primo o al secondo impatto. I compagni credevano che la sua arma avesse un segreto. In realtà lui l’aveva semplicemente lasciata al sole, ma la castagna, particolarmente piccola e compatta, aveva avuto più fortuna delle precedenti. Le altre strategie di indurimento non avevano mai dato quel risultato: né l’aceto, né il forno, né tantomeno lo smalto da unghie di sua mamma. 

Il successo gli era venuto incontro inaspettatamente. All’inizio era stata l’eccitazione, poi l’orgoglio, ma adesso, col passare dei giorni, Warren sentiva la responsabilità di difendere quel titolo e sapeva che, prima o poi, qualcuno sarebbe arrivato e glielo avrebbe sottratto. Allora si chiedeva preoccupato se avrebbe avuto il tempo di rifarsi, data l’insofferenza incipiente di professori e bidelli a causa dello stato in cui veniva ridotto il cortile. 

Da alberi di castagne era costeggiato anche l’ultimo tratto di strada. Elaine aveva iniziato a canticchiare. “E per oggi è finita!” Quelle erano parole rituali, come l’ “amen”, come il bacio materno della buona notte che Warren continuava a ricevere. Per lui, Elaine esisteva solo così, alla guida del furgoncino.

Di lì a mezz’ora le lezioni sarebbero iniziate. Di solito Warren, dopo il giro delle consegne, andava direttamente a scuola. Ma questa volta si ricordò di aver lasciato in giardino il sacchetto con le castagne. 

Con una corsa ce l’avrebbe fatta. Arrivò a casa trafelato e notò immediatamente la macchina di Steve parcheggiata lì davanti. Non sapeva un gran che di lui. La madre rimaneva più a lungo davanti allo specchio se si aspettava una sua visita e pareva ancora più insicura. 

Warren decise di non far rumore. Entrò dal cancelletto sul retro. Il sacchetto di plastica era per terra, vicino al finestrone. Dentro vi scorse la forma della sua invincibile castagna, bozzuta, scurissima. Si chiese se anche oggi sarebbe tornato campione. Nel piegarsi, lanciò automaticamente un’occhiata dietro al vetro, dentro casa. La prima cosa che vide fu il suo riflesso, ma, al di là di quello, c’era qualcosa che si muoveva. Era il braccio di Steve. In cima al braccio, la mano chiusa a pugno. Sotto le nocche, il viso pallidissimo di sua madre. Sotto quel viso, un corpo che barcollava e si afflosciava sul divano. Fu un istante. 

Quel giorno, a scuola, Warren perse il suo titolo. Lo perse al primo colpo. La sera, fisso alla scrivania, quando sua mamma da sotto lo chiamò per la cena con la voce di sempre, per un po’ riuscì a credere che la rabbia provata nell’udirla fosse delusione per la gloria andata irreparabilmente in fumo.

[immagine da qui]

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