Sergio Calzone. Racconto 4

PIERRE 1_Fontaine de Vaucluse

«Pierre mi tira i sassi!»

In una mattina di maggio che conservava ancora un poco della pungente novità della primavera, una bambina bionda con le trecce e un vestito di cotone bianco a righe orizzontali blu toglieva dall’acqua di una fontana, a una a una, le foglie di platano cadute dopo il vento, prendendole per il picciolo.

La fontana era circolare, sulla piazza dell’Hôtel de Ville, a Saint-Rémy-de-Provence. Una targa discreta avvisava, per altro, che l’acqua, zampillante dalle bocche di quattro delfini deformati fino ad apparire mostruosi, non era potabile.
In ogni caso, la bambina non badava né ai delfini, né alla targa: impiegava tutto il suo garbo per evitare o ridurre al minimo il contatto delle dita con l’acqua. Non certo per timore ma, più seriamente, per gioco.
Ogni picciolo di foglia, appena curvato come la natura dell’albero aveva voluto, per questo stesso motivo emergeva di qualche millimetro dalla superficie della vasca colma per tre quarti, e l’impegno della bambina consisteva appunto nel valutare quel minuscolo appiglio per estrarre, con esso, la foglia dall’acqua senza immergervi le dita. In questo consisteva il suo passatempo, mentre la madre leggeva un libro, seduta sulla panchina di spalle al balcone del Municipio, e il fratello minore, appollaiato alla turca di fianco a lei, era perso nel pigiare con i pollici sui comandi di un videogame portatile.
Quando l’operazione riusciva e la foglia gocciolante le restava appesa in mano per l’esile sostegno di quei pochi millimetri quasi asciutti, la bambina la lasciava cadere sul selciato, ponendo ogni cura a non schizzarsi, e passava immediatamente a studiare la disposizione nella vasca della successiva, senza più badarle. Erano, del resto, foglie morte, un passato di sei mesi prima, quando lei, la bambina, era tanto più piccola di quanto non si sentisse ora…
Forse stufo del suo gioco elettronico, il fratello di lei scese dalla panchina e si avvicinò un poco alla fontana. Restò a considerare per quasi un minuto l’attività della sorella, poi, procuratosi quattro o cinque sassolini nella terra intorno ai tronchi dei platani centenari, ne lanciò uno con precisione consumata a una spanna dal punto in cui lei stava cercando di recuperare una nuova foglia.
Il minimo tonfo sulla superficie dell’acqua quasi non si sentì, coperto dal chioccolio dei piccoli getti d’acqua che cadevano dalla bocca dei delfini, ma lo schizzo che produsse fu sufficiente ad attirare l’attenzione della bambina. Si guardò intorno ma il fratello era già accucciato a terra, voltato di schiena, apparentemente intento a studiare una lunga teoria di formiche.
Lei riprese la propria attività, concentrandola su un’altra foglia. Di nuovo, nel momento in cui allungava il braccio e due dita iniziavano a formare come una pinzetta per catturare quel minuscolo punto franco tra aria e acqua, nuovi schizzi, più vicini, questa volta, arrivarono a depositarle una o due gocce sul dorso della mano.
Si voltò di scatto. Nessuno. Il fratello era sempre intento alle sue formiche; la madre, sulla panchina, occupata a leggere. La bambina restò a lungo a osservare la piazza, con l’attenzione un po’ vacua dei piccoli. Poi, la sua qualità di sorella maggiore le venne in soccorso: con la coda dell’occhio vide chiaramente il fratello lanciarle un’occhiata di controllo, chinando ancor più e in modo innaturale il capo e lanciandole uno sguardo di sottecchi.
Lei non disse niente e tornò a occuparsi delle foglie sparse sulla superficie dell’acqua. Fece l’atto di allungare un braccio verso una di esse, e invece ruotò su se stessa, cogliendo il tiratore proprio nell’atto di compiere il gesto. Subito, la bambina gridò:
«Mamma, Pierre mi tira i sassi!»
La donna abbassò il libro, mentre Pierre aveva buon gioco a protestare:
«Non è vero che glieli tiro! Ho lanciato due sassolini grossi così nella fontana!». E mostrava alla madre un minuscolo cerchio formato dalla curvatura del suo piccolo indice contro il palmo della mano.
«Li tira in modo da schizzarmi tutta!», esagerò la sorella che vedeva la madre restare seduta.
«È una bugiarda! Di’ che ti faccia vedere dove l’ho schizzata, se è vero!», strillava lui, sicuro del fatto suo, con un sorriso sdegnoso che, da solo, denunciava comunque la sua colpa.
«Va bene», sospirò la donna, alzandosi e chiudendo il libro, «è ora della merenda: andiamo sul corso e vi compero un sacristain per uno. Va bene?»
I due si guardarono, per valutare chi fosse uscito vincitore dallo scontro, ma, poiché la madre si era già avviata attraverso la piazza, si affrettarono a raggiungerla, seguendo due traiettorie che consentissero di avvicinarla da direzioni opposte e, soprattutto, di affiancarla su lati diversi.
Continuarono in questa formazione fino al boulevard, svoltarono a destra e arrivarono fino all’angolo con rue Carnot. Si scendeva un gradino per entrare nella vecchia panetteria tappezzata di pannelli di legno chiaro, e i sacristains stavano in un paniere in bella vista nella minuscola vetrina.
Uscirono con i dolci e Pierre venne strattonato da sua madre mentre cercava di recuperare da terra qualche scaglia di mandorla tostata caduta dal suo lungo dolce che teneva in modo instabile per un’estremità, volendo imitare la sorella che, più grande, compiva quel gesto con la naturalezza dell’abitudine.

Pierre 2

In piazza dell’Hôtel de Ville, intanto, le foglie estratte dalla fontana facevano correre minuscoli rivoli d’acqua sul selciato. Un cane grifone indaffarato, diretto in realtà verso la macelleria equina di rue Roux (perché da cosa può sempre nascere cosa), vide quei ruscelletti in apparenza promettenti e fece una deviazione fino ai delfini mostruosi, che non degnò di un’occhiata. Annusò invece con cura quelle tracce ingannevoli e ne appurò la falsità. A ogni buon conto, alzò brevemente la gamba sulle foglie bagnate prima di riprendere al trotto per la sua strada.

Era ancora presto, nel pomeriggio, e la donna, con Pierre e la sorella, ritornò alla sua panchina. La bambina partì subito in direzione della fontana, mentre il fratello, i contorni della bocca tutti bianchi di zucchero a velo, tornava ad appollaiarsi alla turca per una nuova sessione di videogame.
Le foglie galleggiavano come prima, il chioccolio dei quattro getti era immutato, i piccioli emergevano come sempre di qualche millimetro. La bambina provò ancora ad afferrarne uno con le dita tenute a pinzetta. Ma la fermezza precedente era svanita: la punta dei polpastrelli entrò appena nell’acqua, e il picciolo s’immerse con lei.
La bambina si voltò a guardare la madre, occupata nella lettura; poi, per un attimo, il fratello; infine, uno dei quattro delfini mostruosi che sputavano acqua da un cannello scuro che si protendeva di almeno tre centimetri dalla pietra. Sì, tutto era come prima, ma, al tempo stesso, come sarebbe di certo avvenuto anni dopo per la fine di una grande passione, non era più la stessa cosa.

PIERRE 1_Fontaine de Vaucluse

“Sergio Calzone. Quattro racconti”. Testi e immagini a cura di Giovanna Menegùs

“Pierre mi tira i sassi!” è il primo di una raccolta di racconti inediti intitolata “Moderate variazioni d’accento”

Immagini: Sergio Calzone, “Fontaine de Vaucluse”, “Senza titolo”

Sergio Calzone (Torino, 1951) ha pubblicato testi di critica letteraria; vari romanzi tra cui Trilogia del Rodano (La vigna dei Regard, Con una grazia inutile, Tutte le ore del giorno), 2013; Dimenticare è un dono, 2016; Achab e Ismaele, 2017; La paura della paura, 2018; racconti: Panamericana Norte, 2012; L’antilope di Mr. Papa, 2015; Pacha Mama (Madre Terra), 2017; e un manuale di citazioni a uso di scrittori esordienti: Ah! Scrivere!, 2016. Si è a lungo occupato di narrativa per ragazzi e di editoria scolastica. Nel 2015 ha fondato la casa editrice 96, rue de-La-Fontaine, che ha diretto fino al maggio 2018. 

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