La luna, il jazz, la poesia

di Guido Michelone

Moon Jazz 

La Luna è sicuramente uno dei temi preferiti della poesia ma anche del jazz, anche solo per essere nominata nei testi delle canzoni divenute standard o interpretate da solisti e big band soprattutto della swing era (e poi ancora dal bebop al cool e tutt’oggi in tanto mainstream). Ma la ‘cosa Luna’ resta anche un profondo riferimento all’intero universo culturale fin dalla remota antichità. Queste brevi riflessioni cercano di ritrovare alcuni legami fra Luna e jazz nel solco di un atteggiamento di poesia che la musica stessa conserva spesso volentieri.

Tornando al jazz, il 16 luglio 2019 al Castello di Bentivoglio per il Reno Road Jazz un nuovo gruppo, il Jazz Moon Quintet formato da Daniela Galli (voce), Sandro Comini (trombone), Stefano Calzolari (pianoforte), Enrico Lazzarini (contrabbasso), Andrea Burani (batteria), tiene un recital per omaggiare il 50° anniversario della partenza dell’Apollo 11, ovvero la missione spaziale che porta, quattro giorni dopo, i primi due uomini sulla Luna, Neil Armstrong e Buzz Aldrin: letture tratte dalla letteratura internazionale e canzoni dedicate appunto alla Luna, si alternano con successo grazie al fatto che, rielaborati in chiave jazz, si possono ascoltare alcuni fra i brani lunari più famosi da Guarda che Luna del mitico Fred Buscaglione, Tintarella di Luna di Mina e naturalmente Moon River canzone tratta dal film del 1961 Colazione da Tiffany diretto da Blake Edwards.

Tre anni prima, nel 2016, esce negli Stati Uniti il romanzo Moon Jazz (letteralmente ‘jazz di Luna’) scritto dal giovane afroamericano Joe Okonkwo: un esordio narrativo degno di nota per il tema svolto: il viaggio personale di scoperta e accettazione di sé di un nero negli anni Venti tra Harlem e Parigi. Okonkwo racconta di un giovane poeta infelicemente sposato con una donna che lo ama e che lotta contro la sua attrazione per un talentuoso trombettista di nome Baby Back Johnson. Gli uomini iniziano una relazione, e quando Baby Back ottiene un concerto a Parigi, Ben va con lui. Ma l’ego del musicista ne ostacola l’intimità e Ben si ritrova alla deriva, cercando consolazione con estranei in squallidi localacci notturni, a cui s’aggiunge il problema del blocco dello scrittore triste, addolorato, sofferente. Nel momento forse più drammatico, Ben però incontra un artista e se ne innamora, ricomincia a scrivere  e vede davanti a sé un’altra storia.

Una trama così semplice richiede una reale complessità per sostenersi in forma di libro, e il testo di Okonkwo centra il segno, comunicando efficacemente ad esempio la prima esperienza omosessuale di Ben, ma senza aprirsi sulla vita interiore come accade nei banali mélo. La razza, un terreno fertile, è appena menzionata, tranne un simbolico alterco sulla nave da crociera per Parigi. E la scrittura di Okonkwo brilla in molti punti, soprattutto nelle invocazioni al jazz e nel descrivere accuratamente la Ville Lumière dei Twenties. Quindi, la profusione di poesie di Ben in tutto il libro interrompe di proposito il flusso narrativo, chiamando fuori il lettore dal cliché del sogno che dovrebbe rappresentare la fiction. La vera forza di Jazz Moon risiede nell’inscenare le relazioni umane, i litigi meschini e i risentimenti tracotanti che possono svelare le coppie più affiatate, perché l’autore si mostra in grado di esplorare profondamente le tante banalità dell’amore quotidiano che comunque rafforza i legami affettivi. E in definitiva il jazz e la Luna sono altrettante metafore su troppi misteri dell’amore medesimo.

Moon in June 

Oltre le parole Jazz e Moon, un anno prima, nel giugno 2015, con il cantautore Vinicio Capossela direttore artistico della prima edizione, nasce “Moon in June” una rassegna musicale sull’Isola Maggiore nel Lago Trasimeno: si tratta di un vero e proprio festival, organizzato dalla Fondazione SergioPerLaMusica in collaborazione con la Regione dell’Umbria e il comune di Tuoro, sorto dopo la scomparsa del promoter umbro Sergio Piazzoli, il primo a intuire la potenzialità di inventarsi una serie di eventi musicali nell’isoletta trasimeniana, celebre per la bellezza degli infuocati tramonti estivi. Il nome ‘Moon In June’ fa chiaramente riferimento al brano capolavoro di Robert Wyatt (inciso con i Soft Machine nel 1970 sull’album Third, a sua volta pietra miliare del jazzrock) , il quale è fatto  presidente onorario della Fondazione medesima. Dalla rassegna nasce poi l’omonima associazione culturale no profit “Moon in June”, che si occupa di organizzare eventi culturali in Umbria, per diffondere una variegata cultura musicale su tutta la regione.

Sempre nel 2015, probabilmente senza sapere nulla dell’altro (viceversa) a Brescia si forma un trio chiamato appunto Moon In June, con Cristian Barbieri (chitarra e voce), Giorgio Marcelli (basso e voce) e Massimiliano ‘Budo’ Tonolini (batteria). aventi già alle spalle più di un decennio di collaborazioni nell’ambiente indipendente lombardo con  centinaia di concerti in Italia e all’estero; i tre definiscono la loro musica, a tutti gli effetti, quale naturale prodotto di ascolti, influenze, gusti ed esperienze musicali dei singoli elementi, ottenuto pazientemente in sala prove con batteria, basso, chitarra e voci, volutamente distanti dalle potenzialità dello studio per essere invece molto inclini al senso del live. Più che il jazz è la forma-canzone, anche se messa in discussione, a essere il veicolo sul quale si muovono testi lirici  e parentesi strumentali fra alternative rock, fusion, blues, funk, psichedelia.

Andando a ritroso Luca Conti, quando, nel 2012, assume la direzione del mensile «Musica Jazz», decide di affidare una nuova rubrica a cura di Riccardo Bertoncelli, decano della critica rock in Italia: si tratta di un gesto trasgressivo, perché la storica testata milanese, fin dai tempi dei primi tre direttori Gian Carlo Testoni, Arrigo Polillo, Pino Candini, risulta disinteressata al sound giovanile: invece il giornalista novarese – rimasto famoso per essere citato nella canzone L’avvelenata di Francesco Guccini – intitola la rubrica ‘Moon In June’, facendone una palestra di  retrospettive, meditazioni, rimembranze su autori e musiche “altre” che più o meno convivono con il jazz, essendone a loro volta influenzate oppure lasciando un segno indelebile sullo stesso sound improvvisato.

Tuttavia il primo a ‘sfruttare’ degnamente il significato di un brano come Moon In June è un ex yugoslavo, attivo prima in Italia poi in America , ovvero Leonardo Pavkovic che a New York nel 2001 fonda Moon June Records onde pubblicare inediti degli stessi Soft Machine (tuttora attivissimi pur con formazioni dai frequenti rimaneggiamenti) o lanciare sul mercato nuovi gruppi da tutto il mondo che riescano a proseguire nella ricerca sperimentale sulle infinite possibilità di contatto inventivo fra jazz e rock. 

Se si dovessero cercare altri brani come Paper Moon e Blue Moon divenuti ben presto jazz standard, si scoprirebbe che essi, anche in Italia, danno il nome a gruppi, club, associazioni e via discorrendo. Ma non è questo il punto. Il ‘caso’ Moon In June mostra come sia arduo o approssimativo parlare di una ‘cosa’ quale la Luna limitandosi solo al jazz: esistono infatti argomenti musicali in cui è meglio attenersi a una più vasta riconsiderazione di quanto espresso dall’umanità mediante le sette note, indipendentemente da generi, stili o movimenti. 

Tornando a Capossela, prima citato, è struggente, quasi epico, grazie a un lento blues stiracchiato, il testo di Signora Luna del cantautore, come egli stesso confessa, narrante  un privilegio dei viandanti e degli insonni: “potere alzare gli occhi al soffitto e per soffitto avere il cielo, e nel cielo vedere una volta, e nella volta selve di animali, nidi fioriti nel cielo, storie intrecciarsi tra i punti delle stelle e sentire che ognuno ne ha una (…)  seguito dallo sguardo immemore della Signora Luna, che mai gira il volto a costo di farselo sparire nel buio”.

Jazz Side Of The Moon 

Passando infine al jazz le canzoni dai testi lunari sono tante, divenute presto standard frequentatissimi, sebbene qualcuna si identifichi appieno con i primi esecutori da Moonlight Serenade con la Glenn Miller Orchestra a Fly Me To The Moon per Frank Sinatra, dalla vitatissima  Moon In June dei Soft Machine ai vari album Moondog, i cui titoli rimandano al soprannome del polistrumentista Louis Thomas Hardin, le cui stravaganze artistiche confluiscono in un jazz via via minimalista, tonale, sinfonico, architettato perlopiù su temi modali poi estesi mediante sofisticate tecniche contrappuntiste su orchestrine di archi e percussioni, facendo di lui un antesignano di new age, world music, post moderno. 

Tornando ai brani, Blue Moon, How High The Moon, Moonglow, Moonlight In Vermont, Moon River, Moon Tree, Old Devil Moon, è quasi inutile sottolineare come tutti i ‘maestri’ da Charlie Parker a Billie Holiday, da Dizzy Gillespie a Sarah Vaughan, da Louis Armstrong a Duke Ellington, da Ella Fitzgerald a Keith Jarrett ne interpretino almeno uno durante la loro vita professionale. Solo Fly Me To The Moon risulta un sempreverde (composto da Bart Howard) inestricabilmente legato alla versione swing di Frank Sinatra nell’album It Might as Well Be Swing, con il proverbiale refrain “fly me to the moon / let me play among the stars / let me see what spring is like / on Jupiter and Mars”.

Per finire il capitolo, i ‘consigli per gli acquisti’ riguardano due album, fra loro motlo diversi, ma che guradano entrambi alla ‘cosa Luna’ quale fonte ispirativa: da un lato c’è Les tuers de la lune de miel (1981) del gruppo The Honeymoon Killers: l’originale LP e la ristampa in CD nel 2015 (bissata un anno dopo dal ritorno su vinile), con un eccellente booklet storico-critico, porta il titolo francese del nome ‘americano’ (tratto dal film di Leonard Kastle) del sestetto da Bruxelles, guidato da Yvon Vromman (voce, sax, chitarra); si tratta, dopo lo Spécial macabre (1977) d’esordio, del loro secondo e ultimo disco, ritenuto in patria il miglior rock album belga di tutti i tempi, benché lo stile del gruppo mescoli di tutto: punk, noise, rockabilly, new waves, free jazz, chanson française. È proprio i momenti sia di puro jazz sia di marcato free glio ‘assassini della luna di miele’ risultano davvero originali, trasgressivi, seducenti. 

Dall’altro lato Special Moon (Encore Jazz) di Cristina Zavalloni risulta una sorta di concept letterario che la vocalist sperimentale bolognese regsitra nel 2018, affidandosi a un repertorio  eclettico (classico, popolare, folk) di canzoni che hanno per argomento la Luna: sostenuta da un trio jazz (all’occasione quintetto, ovvero Arcelli, Mencarelli, Paternesi, più Bang e Graziano), la bella interprete si conferma deliziosa, profonda, versatile, che, a gusto personale, senza nulla togliere a momenti ‘dotti’, offre il meglio nei pezzi ironici, magari dotati di swing e di soul: Tintarella di Luna, Blue Moon, Fly To the Moon in questi casi. 

E se proprio si deve terminare con una citazione al quadrato, il CD Jazz Side Of The Moon. The Music Of Pink Floyd (2008) cofirmato da Sam Yahel, Ari Hoenig, Mike Moreno, Seamus Blake, è l’ideale per avvicinarsi alla ‘cosa Luna’ attraverso il nuovo mainstream.

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