Il futuro in una stanza. Dialogo letterario dentro e oltre la pandemia

Ha davvero senso un libro sulla pandemia? Uno fra i tanti, dunque, se non l’ultimo, uno in più. Per onestà, devo essere franco, il dubbio e la domanda sono ineludibili. Da subito, si pone una questione di legittimazione del testo e del libro. Contro questa diffidenza iniziale il primo passe-partout sono gli autori. Daniele Maria Pegorari, questa volta in coppia con sua moglie, Valeria Traversi, non mi lasciano indifferente. Poi, come dovrebbe essere per ogni libro, la chiave di volta è la lettura. Man mano che passo da un capitolo all’altro di questo Dialogo letterario dentro e oltre la pandemia (Stilo Editore, 2020), scandito da sei parole chiave, mi rendo conto che il Coronavirus con questo testo c’entra molto relativamente, resta fuori come pre-testo su come la nostra umanità sta mutando dentro un tempo del tutto nuovo, costruendo così una civiltà inedita. Scrive Daniele, sotto la voce Scienza, “in questa alternativa tra la paralisi dinanzi ad una verità indecifrabile e la rassegnazione ad un destino deciso altrove  si consuma oggi la crisi di rapporto fra scienza e democrazia. (…) E’ un’esperienza che precede le nostre parole e ad esse chiede non solo di essere testimoniata, ma soprattutto di essere trasformata in altro, nella speranza di creare anticorpi dell’intelligenza pronti a vigilare su attacchi più insidiosi. Per ragionare come se occorre l’immaginazione e di questo sono specialisti gli scrittori.” Ecco che accanto all’invocazione alla scienza, nella consapevolezza dei suoi limiti, si rinnova lo struttura costituzionale e la funzione terapeutica della letteratura.

Il lockdown ha creato un spazio bianco nelle nostre vite.  La pagina bianca, reale o virtuale, è un campo gravitazionale per la scrittura. Allo stesso modo il tempo lo è per le forme di vita. Insomma anche il tempo è un luogo, talvolta addirittura un soggetto distinto e autonomo. Mi spiego così la nascita di questo dialogo, per attrazione gravitazionale, appunto, dentro lo spazio bianco della propria abitazione. “Quanto più il corpo veniva limitato nelle sue libertà, tanto più il tempo diventava un corpo immateriale in grande movimento. Dunque ci siamo trovati in tre nella nostra casa: tu, io e il nostro tempo.” D’altra parte, abbiamo avuto l’impressione che le nostre case si affrancassero dal legame con le forze di attrazione terrestre. Sono diventate basi spaziali dalle quali è stato possibile comunicare con il mondo intero. Grazie alla tecnologia, questa volta risorsa e non pericolo, non siamo stati ridotti a stupite e mute monadi. “I momenti migliori di questo tempo sono stati sicuramente quelli in cui ho visto, sia pure da lontano, crescere i miei alunni (insieme alle loro chiome trascurate e ai loro centimetri in altezza), risponde Valeria sul Tempo. E’ dunque calzante la citazione di David Grossman che le narrazioni individuali, le storie delle persone sono il luogo più universale che esista per la letteratura. E gli fa eco ancora la Traversi: “Credo che il tempo sia il vero protagonista assoluto della letteratura in ogni epoca e latitudine.”

Questo dialogo è anche un pretesto per ricordare libri, film, musica. Insomma, è un viatico per il nostro cammino quotidiano, dentro questo “inverno del nostro scontento” in attesa che un sole più umano possa rendere meritevoli di gloria le nostre estati future. Alla parola Pandemia, la prima del libro, Daniele accenna ad un possibile nesso segreto che lega “i ceri che accanto ai tabernacoli segnalano la presenza del Santissimo e gli altiforni degli acciaierie: gli uni e gli altri devono rimanere accesi per segnalare un presenza.” Questo abbinamento mi ha molto colpito. Sì, la fiamma della tecnologia segnala la presenza di un idolo che rischia di ritorcere contro di noi la sua potenza. Forse è questo il simbolo della inaudita esperienza di paura che stiamo vivendo. Nei libri, ma in ogni forma d’arte, misteriosamente brilla costantemente un’altra luce, che non è né divina, e neppure idolatrico, bensì umanissima.  Scrive ancora Daniele: “il poeta che aveva spinto la sua arte verso l’estremo dell’ineffabilità divina diventa, dopo Auschwitz, il paradigma per esprimere l’indicibilità e incredibilità dell’orrore patito.” E Valeria gli risponde ricordando Primo Levi: “se mancano le parole per dire ciò che nessuno ha vissuto prima, allora usiamo quelle che già abbiamo per illuminare, per quel che è possibile, ciò che è oscuro.”

Insomma, il virus “ci ha fatto scoprire il timore di rimanere senza: senza cibo, senza benzina, senza sigarette, senza contanti, senza sapone, senza carta igienica.” Abbiamo così la lezione di valorizzare ciò che già possediamo, ciò che ci resta. E ci ha insegnato che la prima forma di ecologia è antropologica, umana.

Pasquale Vitagliano

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