Antonio Bux, La diga ombra

di Rosa Salvia

                                                                La diga ombra

                                      (nottetempo, Milano 2020)

Si entra in questo libro di Antonio Bux con il tremore e timore di chi vìola una sacra privatezza ben sapendo, però, che la porta è lasciata aperta dall’autore perché il fervore dell’ambiguità agisce nel dominio di chi accetta di essere poeta. Si ha l’impressione per ognuna di queste poesie, nate da una forte passione, da un incontro determinante e necessario, di assistere alla registrazione, dal vivo della sua introspezione, di possibilità del pensiero che mobilitano continuamente la lingua in una caccia al sensibile.

Su questa strada si intrecciano cortocircuiti mentali e figurali ognuno dei quali forma il caso di un incontro: Giorni d’acqua, simili a dèi…; il tramonto del sole che non è mai; accecarsi bui / per le strade interrotte dove dio / padre è una pietra, freccia grezza / sulla strada, e noi la meta.

Incontri che associano intorno a sé come in una rete inclusiva elementi di una fisica sconvolta: è il caso del componimento che inizia con i versi “Vivono di un solo amore gli alberi, dove “nel sogno come sono di parole e buche / un tuffo dall’ombra li allontana / e sembrano perduti tra le foglie ma vivi /senza esistere perché si pianteranno a spora / nel sole da qui anni luce”.

Prigioniero della parola, Antonio Bux assedia amore, vita e morte in un drammatico tu per tu che rende questo libro potentemente avvincente: sia il mondo sia la donna sono obliquamente evocati

dal pensiero che rumina, lavora, dissolve, crea in un continuo mutamento la loro presenza e al contempo la loro mancanza.

Tutto questo obbliga ogni volta l’autore a sfidare le ragioni della sua scrittura. “E se non fosse scrivere? // Andrebbero sempre gli alberi / malati a cercare una mente, / o vespe in un vibrare il prato / inventando il mare – e là Dio?” […] “E se invece sì scrivere, ma male? // O fare finta di amare – soffrire / per un momento – gli occhi / girati nell’anima // vuoi vedere che era già scritto?” 

 Di sicuro Bux è dentro il suo scrivere, ha bisogno di esserne posseduto, catturato, ma, nello stesso tempo, è esterno ad esso, ne sente la dura insufficienza, la crosta tenace che lo tiene e lo preme.

Mi vien da pensare con André Breton: “Le parole fanno l’amore” anche se derivano “dalla bocca d’ombra?”

Direi proprio di sì leggendo questa poesia visionaria e fabulatoria dove si fa preponderante l’anafora, la ripetizione lirica e sonora, una musica tutta ripiegata in sé, che, rivolta al vuoto, non chiama nessuno; dove le ipotesi della sua metafisica sono semplici possibilità, supposizioni per probabili scacchi matti al misterioso ed invisibile giocatore che muove l’uomo sulla scacchiera del destino: Forse Dio è solo un uomo, / un uomo che non sa di vivere, /  ma esiste, solo per dare / amore a un dio più umano. […]”

Il nostro autore sa che viviamo in un tempo reale che ci umilia e che ci ferisce e dal quale l’unica evasione possibile è offerta dal sogno, quell’ “aperto” dove si conosce senza voler possedere, con la stessa immediatezza con cui si respira, lontano dalla volontaristica tensione verso una meta da raggiungere: “Credere come un angelo al cielo / devoto ma senza salire, /ché il trono è stare al mondo / inclinati poco, e per poco esistere.” E ancora: “Dormire come in un cielo sonoro / con gli angeli a benedire i respiri, / bella sensazione essere presi / quieti per sempre nella coltre cieca, // e poi un volare fra tonfi d’azzurro / dove chi vola non ha più fine, e il corpo che si libera dai suoi mali, / di tutte le necessità che non sono vere, […]”

Per tale ragione il passaggio dal reale, visibile, al vero invisibile avviene nelle poesie di Antonio Bux attraverso una sorta di cartesiana condizione di sonno-veglia dai confini labili e sfocati: 

“[..] E io che adesso devo dormire / per vedere dio in me sveglio, / o per amare la mia faccia / nella faccia di chi non esisto, / saprò attraversare i tagli, le ore, / saprò del mio sonno la linea?” 

Esiste un aldilà psichico contiguo al reale attraverso cui Bux esprime la condizione di prigionia e di incertezza dell’uomo contemporaneo. E l’iterazione e il monologo, in una pluralità di livelli che comprende al suo interno la persistenza di una linea lirica alta, sono gli strumenti linguistici che caratterizzano una poesia in cui lo spazio del mondo e lo spazio interiore dell’io si legano insieme, al di là di ogni separazione.

Mi pare possibile il richiamo al Rilke de L’angelo, de I Sonetti ad Orfeo e delle Elegie il quale parla di “un solo spazio che compenetra ogni essere”, di “una luce serale” che abbraccia ed è abbracciata contemporaneamente, di un trasformarsi dell’amante nell’amato, di “un doppio regno” che lega in una appartenenza inscindibile la vita e la morte.

È questa la strada che anche Bux pare indicarci per uscire dal labirinto in cui l’uomo si è smarrito e lo fa attraverso una sorta di operoso abbandono.

“La création est abandon”, scrive Simone Weil, e nella poesia di Bux l’abbandono diventa necessario, rimane gesto assoluto che non ha più bisogno di referenzialità, rimane istanza, pura, che urge e si fa primizia di ogni messaggio d’amore: “Scrivere per averti perduta / non ti farà ritornare. / Come nessuno di me / vedrà ancora le stanze / mie tue dove non eravamo /che ombre, ma ombre vicine. / Ombre di due come baci…” O di dolore: […] “Ma che strano vedersi atterrati / e da soli, in volo senza  più meta / maestri solo di un fiore cieco. / Perciò, dolore, non puoi dirmi addio. / Da questa stella ti provo, / riesco a vederti e sembri chiaro / come il destino di un seme. / Dolore, il tuo padrone sono io, / e di questo io tu mi devi soffrire”. 

*

Cadono ombre sulla terra

quasi a chiedere immagine

diversa da chi le guarda:

a volte somigliano luce

d’una parola come chi siamo,

altri giorni vorrebbero esprimere

un solo giorno d’amore;

ma come mutare in parole

e capire chi è il vento,

se un essere produce

a stento la forma… Perciò ombre,

simili a foglie che non volano,

a terra parlate piano. (Che non viene

per essere il pianeta, non vuole nuvole

ma volti di nuvole da sperare;

perciò cadete poco, ombre,

dappertutto cadete piano).

*

Proprio di un albero ti innamori.

Lo vedo nascosto nei tuoi seni

come il capezzolo verde bambino;

così tu mi spogli e sento il sole

sereno, non più di macchie.

Così vedo gli anni passare…

Morbidi, rotondi, senza fatica

(ma sono solo un vecchio

che vuole vedere perché il sole

dentro di te è eterno); un ragazzo

laggiù, chi hai amato; così di me

al di là dell’albero ami

e le mani simili a foglie – sapremo

questo – lo stingersi solo

e i colori, i volti attaccati alla terra.

*

Anche se mi fugge via l’anima

vedo nelle anime altrui il sogno

d’essere altrove come rinati

di una sola anima e così soli

solamente lasciandosi in pace;

ma non fugge via la mia anima,

c’è e rimane nelle anime altrui

quando guardo altrove e sento

di me forse un sogno più vivo

ed è l’anima sola che parla.

(Ma dove Dio parla un’anima zitta

parla senza di lui, di dio in verità

e non parole che più definiscono

cos’è solo amare, o questa pietà

di baci profondi dati a se stessi

dormendo; un animo di baci più bui

con l’animosità di una bestia

spaventa la carne dov’è silenziosa:

questo dio ci collega, in sé ciechi

d’imparare a parlare, e lui dappertutto).

*

E il chiaro di un monito che non è

mai una vera stella ad aprirsi

quando il chiarore diventa freddo

unisono di un bacio, l’azzurrarsi suo

siamo noi che diventiamo

da qui a una stella distanza falsa

come da un vento all’altro una sola vita

se amarsi è proprio spegnere due luci

giunte la notte a disunire

a spiegare come si diventa bui

pur amando un corpo una speranza

che il corpo qui sia tutto

è il bianco di un ghiaccio che si è stati

vivi amando questa diga ombra.

4 pensieri su “Antonio Bux, La diga ombra

  1. antoniobux

    Grazie a Fabrizio Centofanti per l’ospitalità, e ancora grazie a Rosa Salvia, che ha saputo riconoscere un fondo comune nei nostri due percorsi. Così come ringrazio per le testimonianze Giorgio Stella e Alessandro Ghignoli, che ritrovo qui con piacere e che sempre ha avuto belle parole e attenzioni nei miei confronti. Un caro saluto a tutti,

    Antonio

    "Mi piace"

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