Poesia italiana del XXI secolo

Stefano Modeo è nato a Taranto nel 1990. Vive e lavora come insegnante a Ferrara.“La Terra del Rimorso” (ItalicPequod 2018) è la sua opera prima. Alcune sue poesie sono state pubblicate su: L’Ulisse, Versodove, Poetarum Silva, Poesia di Luigia Sorrentino, il blog di Roberto Deidier, Poeti e Poesia, Poesia del nostro tempo, Atelier, il blog di Poesia del Corriere della Sera.  Compare nell’antologia Abitare la parola – Poeti nati negli anni ’90 (Ladolfi editore 2019). Fa parte della redazione della rivista di poesia Atelier e collabora con il blog di letteratura Nazione Indiana.

La piazza semivuota del tuo cuore.

Hai percorso la piazza.

Hai smesso di guardare il passo tuo nella piazza:

tra la gente cercavi la tua gente.

Scarpe e volti nella piazza mattutina.

Le parole sono tante le idee sono poche.

Sei tornato a casa e hai scritto una poesia:

la leggeremo in piazza, risuonerà alta:

nella piazza semivuota del tuo cuore.

Da La Terra del Rimorso, italicPequod, 2018

*

[Caro mio,]

tua moglie ha dei figli dello Stato.

Tra di noi non ce lo diciamo

chiniamo la testa – non ci guardiamo

della paura di morire che abbiamo

che quasi è una vergogna.

Niente è giusto (qui)

tua madre lo sa

i tuoi figli lo sanno

le bestie lo sanno.

Eppure dopo giorni si pacifica tutto

rimane la luna nel mare dipinta e

[Caro mio,]

dimentica di te [di me, di lei, di noi]

neppure il vento freddo delle parole testimoni

i volti fotografati nei cortei disorganizzati.

Salutami tutti, abbraccia quei cari.

Da La Terra del Rimorso, italicPequod, 2018

*

Quando è andato via

ha portato con sé un coltello

con cui apriva la pancia dei pesci.

Lo tiene in tasca, ogni tanto

lo apre e lo chiude in un gesto.

Vorrebbe infilzarlo in un tronco,

abbandonarlo nel legno, ma

sulla lama c’è ancora il sangue,

il biancore del sale, del mare

e una vena cruda di nostalgia

che gli apre nel palmo una ferita.

*

Stefano Modeo non scrive dai territori di un Salento fantastico e idealizzato, ipnotizzato dai ritmi della taranta, ma dalla città che nel suo stesso nome porta le radici di quella storia arcana, pur avendo vissuto, sul proprio tessuto dilaniato, le ferite inferte da un’industrializzazione senza scrupolo e senza controllo. Il luogo da cui ci parla è Taranto. […] Modeo, con queste poesie così distanti dalla colloquialità malinconica, dalla tenerezza spossata e inquieta di tanto minimalismo fin-de-siècle, imposta un’anti-epica, dirotta i languori di una visione ancora elegiaca o lirica, come poteva essere nella sua tradizione (quella, per intenderci, di Bodini o di Carrieri), verso esiti più rigorosi e serrati. Il suo occhio è attento e severo, e con tale attenzione e severità allestisce le sue disarmanti allegorie, riesuma e rivitalizza una «lingua morta» per farne, ancora una volta, lo spazio di una significazione comune, condivisibile.

(Roberto Deidier)









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