Van Gogh 1. Farabbi, Favola

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Me l’ha raccontata una vecchia. E quando ebbe affidato a me l’ultima parola della storia, si addormentò per stanchezza e passaggio di custodia. Il suo corpo, di colpo, sfilò l’arcobaleno e si chiuse nel sonno, davanti a me.

«Quando il ragazzo riuscì a trovare l’uscita della miniera, dopo aver conosciuto i labirintici intestini della terra, quando un mattino fu toccato dalla polpa sensibile della luce, lì sulla soglia, proprio all’entrata della miniera, svenne. Meravigliato, sconvolto, folgorato, zuppo di luce.

Aveva strappato il minerale dai sassi. Mangiato radici carbone e sassi. Studiò tutta la vita il significato del lucignolo, quella cordicella di fili di cotone intrecciati che forma l’anima della candela e che, intrisa dell’olio della lucerna, brucia facendo luce e consumandosi lentamente. Il suo sogno non volava nella sua temperata moderazione, ma nel desiderio di intingere le mani dentro il vento e lasciargliele. Voleva viaggiare la sua terra interiore, riconoscere la sua radice, rimanere in asse dentro il tronco per fiorire. Dipingere la luce del fiorire. Aveva avuto un senso vivere in miniera, saper estrarre dal profondo, sostenere la solitudine, condurre i piedi nel camminamento, riconoscere dall’odore la gemma nel buio, imparare la preistoria del colore, così come l’architettura dalla filigrana nella tela.

Rinvenne. Schiena in terra. Occhi al cielo. E lì, in quella posizione, a bocca aperta, rimase anni. Stordito dal movimento cromatico del cielo, dal linguaggio degli uccelli, dai corpi delle nuvole, dall’orchestrazione della pioggia, o dai silenzi della neve. Finché un uccello beccò la sua fronte. Le zampe dentro la fronte. Per proteggersi, si girò. Si accorse dei verdi. E lì con gli occhi camminò visivamente tra le erbe, sulle verticali dei cipressi, dentro le nascite umide dei muschi, sui palmi venati delle foglie, nel nitore del bocciolo. Guardò, crescendo da maestro zitto dentro la luce.

Nevicò e nevico anche nei suoi occhi. Li gelò, li congelò tanto che non vide più niente. Nessuna lacrima. Trascorse molto tempo, chiuso, meditando, guardando interiormente sé stesso.

Gli uomini intanto non sapevano la sua nascita.

Dei e angeli lo avevano abbandonato. Gli uccelli lo temevano pensando che fosse uno spaventapasseri . Ma quando il sole a mezzogiorno bucò il cielo, lo incendiò, lo coprì di giallo rovente, bruciando le penne degli uccelli, le ali degli angeli e i pensieri degli uomini, sgelando i suoi poveri occhi e la parete della sua fronte, lui si illuminò. Inspirò tutta la luce possibile: limone enorme, lucciolafaro magnetica, a sé le stelle, le comete nomadi, la luna nirvana. Sentì il sangue denso bussargli le tempie. Ascoltò tra le tempie la fioritura del grano e l’intero sole nominato in infinite lingue.

Corse travolgendo rovesciando scoperchiando i neri.
Sfolgorante come la punta della freccia, come la foresta setolata del pennello, dritto verso la grande tela. E la tela era lì, che lo stava aspettando da tanto tempo, infilzata in terra: lo straordinario fiore bianco da colmare. Una creatura vergine delicatissima, vibratile. Il ragazzo correndo, colore lui stesso, la sfondò.

Nessuno lo vide mai dall’altra parte, dove mai andò se mai si spense. Nessuno ebbe mai occhi sufficienti per imparare l’intensità del buco. In fondo, sul lato destro: la firma. Ogni lettera sangue: barriera corallina.»

*

Anna Maria Farabbi
VINCENT VAN GOGH. PARABOLA DEL COLORE. FAVOLA
da Nudità della solitudine regale. Marginalia
Zane Editrice, 2000

Immagine: Vincent van Gogh, Il seminatore, 1888, olio su tela, 64 × 80 cm, Kröller-Müller Museum, Otterlo. In mostra a Padova, Centro San Gaetano: Van Gogh. I colori della vita, a cura di Marco Goldin, 10 ottobre 2020-11 aprile 2021

(a cura di Giovanna Menegus)

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