Van Gogh 3. La mostra di Padova

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Settembre 1880, esattamente 140 anni fa, Borinage, regione carbonifera in Belgio. Fine di luglio 1890, Sud della Francia, 130 anni fa.
La folgorante parabola artistica di Vincent Van Gogh si sviluppa entro la durata tanto breve quanto esatta di dieci anni (e la sua conclusione, come è noto, è insieme esistenziale, biografica, coincidendo con la morte del pittore).

La mostra di Padova – che tra dipinti e disegni presenta al pubblico 82 opere di Van Gogh e una ventina di altri artisti, tra cui i formidabili Bacon della prima sala – traccia in modo ampio ed efficace questo percorso dal grigiore nordico e fuligginoso delle miniere e di contadini curvi tra campi di torba o nella neve sporca, di austere chiese protestanti, alla conquista del colore e della luce della Provenza. Aggirando qui la storia e la critica dell’arte, per suggestione di sintesi e necessaria brevità viene in mente la formula Blinded by the light (titolo di una canzone di Springsteen e più di recente di un film). Vincent è Blinded by the light. Lo sappiamo tutti, lo abbiamo imparato a scuola, e visto in libri, cataloghi, film, riproduzioni e gadget di ogni genere. Vederlo – toccarlo quasi – attraverso un numero significativo di opere originali varie per tecnica, soggetto, dimensioni e datazione, è cosa diversa. Tanto che, paradossalmente, l’emozione più intensa possono magari trasmetterla proprio le opere tecnicamente più acerbe e incerte, testimonianze dell’artista alla ricerca della sua via, dotato di strumenti espressivi ancora rudimentali e tuttavia strenuamente determinato a rappresentare la fatica e la dimensione umane di cui è umanamente partecipe (penso per esempio al disegno del settembre 1880 Minatori nella neve, la prima opera vangoghiana in mostra, ma anche ad altri successivi disegni, schizzi, studi preparatori, rapidi appunti grafici presenti a Padova).

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Gli Studi per un ritratto di Van Gogh di Francis Bacon (1957) proposti nella prima sala stabiliscono invece uno straordinario dialogo con il Ritratto di Joseph-Michel Ginoux, un amico che Van Gogh ritrasse nel dicembre 1888. Il dipinto, con la mostruosa deformazione del volto e lo sfondo verde acido che ne amplifica la torsione e il risucchio, è già Bacon.
Nell’impossibilità di accennare o anche soltanto elencare tutte le opere che è possibile vedere (incontrare) nella mostra curata da Marco Goldin, scelgo di suggerire almeno un altro dialogo.
Di Van Gogh con un maestro che lo precede, in questo caso.
Soprattutto durante i suoi ultimi anni Vincent, che non ha avuto una formazione accademica regolare ed è arrivato tardi e con fatica a padroneggiare i ferri del mestiere pittorico, ovvero a costruirsi uno stile, realizza varie opere ispirate a Millet, a Rembrandt. E a Delacroix. A Padova è esposto Il buon samaritano (da Delacroix), datato al maggio 1890, l’ultima, intensissima fase creativa di Van Gogh, precedente il suicidio di due mesi. La tensione drammatica del soggetto evangelico che qui Van Gogh ricrea a partire dal piccolo dipinto a olio del pittore francese è affidata in primo luogo alla scelta dei colori e alla deformazione espressionistica delle due figure al centro della scena. In Delacroix le vesti del samaritano e del giudeo ferito che egli soccorre caricandolo sul proprio cavallo sono rosse (il colore prevalente), gialle e blu, e distinguono i due personaggi. Van Gogh al rosso sostituisce il giallo. E usa lo stesso azzurro-blu, la stessa stoffa, per gli ampi calzoni del soccorso e del soccorritore: le gambe dei due sembrano confondersi nell’anatomia improbabile di un abbraccio convulso, tra lo sforzo del samaritano e l’aggrapparsi abbandonato del giudeo ferito, che leva verso l’alto il volto livido e sofferente.
I colori sono dunque quelli dell’ultimo Van Gogh: il giallo grano, giallo sole, giallo terra e l’azzurro-blu cielo, aria, iris, montagne. Il rosso, che è il colore dominante del dipinto di Delacroix, qui è concentrato e risucchiato nel copricapo tondo del samaritano, che attira lo sguardo e in qualche modo ne rende invisibile il volto, sostituendolo e dando maggior risalto al volto del giudeo, che è illuminato anche dal triangolo di cielo fra le montagne alle sue spalle e dai riflessi dorati che riverberano dall’ondosa veste gialla.

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IMMAGINI

Francis BACON, Studio per un ritratto di van Gogh. IV, 1957, olio su tela, cm 152 × 116, Tate Gallery, London.
Opere di Vincent VAN GOGH, in prestito dal Kröller-Müller Museum di Otterlo: Minatori nella neve, settembre 1880, carta velina, cm 44 × 55; Ritratto di Joseph-Michel Ginoux, dicembre 1888, olio su tela, cm 65 × 54; Il buon samaritano (da Delacroix), maggio 1890, olio su tela, cm 73 × 60.
Eugène DELACROIX, Il buon samaritano, 1849, olio su tela, cm 37 × 30, collezione privata (non in mostra).

In mostra a Padova, Centro San Gaetano: Van Gogh. I colori della vita, a cura di Marco Goldin, 10 ottobre 2020-11 aprile 2021.

4 pensieri su “Van Gogh 3. La mostra di Padova

  1. Pingback: Van Gogh 3. La mostra di Padova | Crudalinfa

  2. Iole Chessa Olivares

    Van Gogh, il suo segno incisivo, vibrante, mi perfora l’anima, mi giunge e mi scuote nel profondo…Ho visitato, negli anni, il museo a lui dedicato ad AMSTERDAM.

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  3. Pingback: Van Gogh 3. La mostra di Padova. – (ripubblicato da ‘La poesia e lo spirito’) – mauridibe

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