Poesia italiana del XXI secolo

Silvia Rosa è nata a Torino nel 1976, dove vive e insegna. Laureata in Scienze dell’Educazione, ha frequentato il Corso di Storytelling della Scuola Holden (2008/2009). È vicedirettrice del blog “Poesia del Nostro tempo”, dove si occupa tra l’altro delle rubriche “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione” e “Scaffale poesia: editori a confronto”, ed è redattrice di “NiedernGasse”, dove cura le rubriche “L’asterisco e la Margherita”, firmandosi con il nome di Margherita M. e “Fuori banco: cronache dalla scuola degli ultimi”. Collabora con il blog Margutte e fa parte della redazione di “Argo annuario di poesia”. È tra le ideatrici del progetto “Medicamenta: lingua di donna e altre scritture”, che propone una serie di letture, eventi e laboratori rivolti a donne italiane e straniere, con le loro narrazioni e le loro storie di vita. Ha intervistato e tradotto alcuni poeti argentini, dando vita al progetto Italia Argentina ida y vuelta. Incontri poetici, pubblicato nel 2017 in e-book (edizioni Versante Ripido ‒ La Recherche). Tra le sue pubblicazioni: le raccolte poetiche Tempo di riserva (Giuliano Ladolfi Editore 2018), Genealogia imperfetta (La Vita Felice 2014), SoloMinuscolaScrittura (con prefazione di Giorgio Bàrberi Squarotti, La vita Felice 2012).

CATANIA POLAROID

Il cielo si incendia, lava liquida,

sull’autostrada asfittica,

sulla zagara che osserva il limite,

sulla schiera di case sbeccate

dall’orgasmo dell’Etna, su questa

età, dice la zia, novantacinque occhi

affondati nella demenza – la vecchiaia

è cosa tinta – mentre l’arancio radioattivo

del cielo spiove sulle famiglie in processione

sulle loro genealogie innestate di malanni,

sul macellaio con le mani di sangue

che riempie la velina del budello con pistacchi

e carne, sui fiori in bella vista davanti

al luogo dei silenzi di marmo, su questa

assenza, fissata come spina sotto l’unghia

dei ricordi, questo mi manchi che cambia

accusativo di persona ancora e ancora

per non tremare alla radice tutta la paura

d’esser vivi, finché il cielo piomba sulla luna

smarrendo il senso di ogni nome e

la musica commuta l’allegria in vocativo:

dove c’è origine c’è il rovescio del pieno,

la catena stretta alla gola del cane che tira

da un capo all’altro della solitudine,

senza direzione, il lampo d’una vita.

*

RELIQUIA

È così che ricordo il tuo corpo

– sole minuscolo ingoiato

da un cielo di lucciole e assenze –

come candido marmo, una perla

screziata di buio per ogni silenzio

che custodisci con mani di neve

Pochi giorni, le creste spampanate

dei soffioni turchini che si agitano

in questa distanza al rallentatore,

di paura in paura, e tu sei una statua

bellissima, terribile, senza occhi

né voce, reliquia del mio desiderio

Voglio tenerti –  un ossicino traslucido

una ciocca di capelli velluto

una goccia di sangue carminio

anche un dentino per la fata che sono

quando ti rubo il respiro – contro il mio cuore

o nella teca dell’ombelico, voglio che

l’odore di muschio che ti sboccia umido

in un’ombra del collo mi si arrampichi

addosso, lungo la schiena

Quando tornerai ad abbracciarmi

avrò cresciuto un piccolo bosco

d’inverno, bianchissimo,

dentro le vertebre e in bocca.

Da Tempo di riserva, Giuliano Ladolfi , 2018

*

TAGLIOLA

A lei di certo non sarebbe capitato

di ritrovarsi a notte fonda

nel vorticare luminoso di una strada

cacciata tra i palazzi a vista tangenziale,

periferia estrema popolata da un’umanità

precaria, in una casa senza luce, senza

entrata, solo una piazza tenuta a bada con cura

poco o niente oltre un letto straniero

a lei non capita sicuro di perdersi tra gli ultimi

lei è la prima, reginetta che non teme sbavature,

pupilla deliziosa acclamata su un piedistallo

di successi, lei non conosce il tempo oscuro

dell’infanzia, in cui ti cerco con caparbia

così simile a questo scorcio guasto di presente,

le stesse vie di fuga eluse a tappare bocca e occhi,

la stessa decadenza lustrata tanto da scorticare

il buio, a testa alta tra i marosi della sorte

tra le tue braccia lei non ci starebbe lo scarto

di un minuto, non può sapere quanto è difficile

covare una carezza lungo tutto l’abbandono

di una vita, cambiare identità, lasciarsi dietro

il mare del perdono: per questo io la invidio,

lei non conosce il senso della resa, il corpo

messo da una parte, il tempo questo sconosciuto

che gioca a mosca cieca e a ogni inciampo

ripiomba nel passato –  una tagliola

la stessa maledetta convinzione

di non poter più risalire il fondo.

Da Tempo di riserva,  Giuliano Ladolfi, 2018

*

“(…) Leggendo Silvia ho pensato ai diari-confessione di Sylvia Plath, in particolare alla sua campana di vetro. Quel guscio invisibile capace di proteggerla dal mondo esterno e al tempo stesso soffocarla. E ho pensato a lei che cerca di scalfirlo con la poesia, unico, liberatorio antidoto all’asfissia. Poi mi è apparsa anche Anne Sexton, così impareggiabile nel rendere i versi il riflesso della propria vita, così radicata a terra eppure consapevole dell’importanza dell’immaginario. Realtà e fantasia, un connubio necessario per suscitare immedesimazione nel lettore. E io nelle parole di Silvia mi sono immedesimata, mi sono lasciata condurre nel suo mondo doppio, fatto di mattoni e biscotti alla cannella. […] Tutto il calendario di Silvia, per quanto suddiviso in quattro momenti, è un’unica lunga stagione, quella che le condensa tutte e le osserva avvicendarsi senza sosta. È la stagione dell’analisi, della somma parziale, dello sguardo rivolto a quello che è già stato. E non torna. Al pari dell’infanzia, la vera protagonista di questa raccolta e, a mio avviso, uno dei pilastri della poetica di Silvia Rosa. (…)”

(Gabriella Montanari)

2 pensieri su “Poesia italiana del XXI secolo

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