Il colore dei ciliegi da febbraio a maggio, di Massimiliano Bardotti e Gregorio Jacopini

di Luciana Argentino

Ci sono due cuori pulsanti, due anime vive e profonde nel libro di poesie “Il colore dei ciliegi da febbraio a maggio” (Fara Editore, 2020) scritto da Massimiliano Bardotti e Gregorio Jacopini, ma quello che si dispiega sotto i nostri occhi sfogliandone e leggendone le pagine non è solo un dialogo a due, è un dialogo con l’universo intero e il suo mistero, la sua bellezza e le sue ombre oscure. E’ un dialogo con l’umanità tutta la cui bellezza e la cui ombra  ritroviamo anche in noi stessi e sono espressione vibrante di quell’inquietudine buona che spinge i poeti a scrivere.

Massimiliano Bardotti e Gregorio Jacopini, dunque, danno voce non solo alle loro anime, alla loro visione del mondo ma ci dicono che c’è un modo diverso di guardare alla realtà che ci circonda a cominciare da noi stessi e dal nostro prossimo e fanno sì, come tutti i veri poeti, che noi si crei la nostra personale visione. Visione mai statica ma mutevole in quanto la vita umana è un percorso di conoscenza e di presa di coscienza di noi stessi e del perché della nostra esistenza.  E così facendo danno vita ad un canto talmente armonico, perfettamente accordato che non  importa più chi ha scritto cosa tanta è l’affinità spirituale di due uomini, due amici, che si scavano dentro toccando il fondo della propria umanità. Ci dicono, quindi, anche delle imperfezioni, della fragilità della natura umana che, attraverso la parola poetica, riescono a far emergere in pagine di commovente bellezza perché non si può non avvertire la verità delle loro parole, non si può non sentire la grazia di cui, con la poesia, si fanno testimoni, non si può non sentire e ammirare il loro mettersi a nudo ed offrirsi così ai lettori. La poesia, infatti, è, secondo me, uno dei veicoli privilegiati per chi voglia trovare un contatto più profondo e vero con sé stesso per la sua capacità di portare luce in noi e di operare una trasformazione, perché la poesia come il silenzio è in prima istanza un intimo dialogo con sé stessi. 

“C’è un limite/ alla possibilità che il tempo smaga/chiudendolo esonda ogni lapsus,/ma cosa accade all’aperto?/ Cosa accade se dilaga?”  “Lo chiedi a me? Io come te solo so guardare/solo posso indagare quel mistero/e osservare il tempo farsi eterno negli incanti”. Ecco un esempio di questo ricco dialogo tratto dal poema centrale che dà il titolo al libro e in cui gli autori, a mio avviso, realizzano pienamente un reciproco scavo interiore come se in qualche modo uno riuscisse a penetrare nell’anima dell’altro e ad  offrirci così una testimonianza tangibile della verità che, come un verso di Saba, giace al fondo. Ed è ammirevole il coraggio che hanno avuto, la generosità con cui attraverso la parola poetica vissuta nella propria carne e nel proprio spirito ci aprono luoghi nuovi, costruiscono quell’abitare poeticamente di cui parlava Holderlin. E proprio Holderlin scriveva anche: “Molto ha esperito l’uomo/ Molti celesti ha nominato/da quando siamo un colloquio/e possiamo ascoltarci l’un l’altro”.  Il colloquio è la struttura dell’esistenza. L’essere dell’uomo si fonda sul linguaggio ma ciò accade autenticamente solo nel colloquio, nel parlare insieme che rende possibile l’incontro. Holderlin però parla anche di ascolto perché il poter ascoltare è il presupposto del parlare. E i poeti sono sempre in costante ascolto di sé stessi, degli altri e della realtà intera per riconsegnarcela tradotta nella parola poetica che a tutto e a tutti cerca di dare un nome nuovo. Ascolto e colloquio sono dunque la terra dove affondano le radici le poesie di questo libro arioso, luminoso, dalle cui parole ci sentiamo accolti e vivificati. Ho sempre sentito e vissuto la poesia come un atto di amore e di fede, direi che sono proprio la conditio sine qua non del mio fare poetico e lo stesso amore e la stessa fede la ritrovo nelle pagine di “Il colore dei ciliegi da febbraio a maggio”. Fede nella capacità innanzi tutto della poesia di essere parola che va all’essenza e di svelarcela, parola che nominando le cose le fa esistere e poi capacità dell’essere umano di ascoltare la parola poetica di farla propria e lasciarsi trasformare da essa, di servirsene per fare luce in sé, per farci portatori di luce. Consiglio pertanto vivamente la lettura di questo intenso libro in cui concetti e pensieri profondi vengono espressi con un linguaggio semplice, quel linguaggio che ci rende umani e di cui i poeti hanno cura.

Lucianna Argentino

Forse non abbastanza abbiamo cantato lo stelo

abbagliati come siamo dalla corolla, dai petali.

Ma sarebbe come non cantare le radici

o il giorno che, aperti i cieli, siamo nevicati.

E’ come scordare d’essere nati

e pretendere il diritto di morire.

Forse l’origine ha memoria di noi.

Forse ha a che vedere con la fine.

*** 

Non ha nome quel che manca

tutte le notti sognando

svegliarsi sempre un attimo prima

della rivelazione.

Tu sogni grappoli d’uva

e nuove cicatrici

ma il tempo rinnova quel che manca

ogni stagione incarna la sua età.

Accade tutto a un passo da qui

e nessuna notte narra più da dove viene.

Ma ancora, nel tuo giardino,

sai intuire le tracce di un mistero

e lo sguardo alzato oltre la siepe

cerca l’indizio dell’infinito.

***  

Del sole ha l’ombra, la stessa età

e non dell’una senza l’altra è l’apparire,

nel rivelarsi si ispirano

ci rammentano la nostra nascita.

Punti d’incontro invisibili

e una vita interiore mai svelata.

Aspettano anche loro un tempo nuovo

la goccia che basta al mare

l’incendio nella scintilla.

Un farsi dei giorni lento

che non diresti mai, compiuto.

*** 

Cercavamo uno squarcio

che ci aprisse la piazza in una volta,

poi ti voltasti,

dando le spalle al battistero e a tutto il resto:

la bellezza si vede ad occhi chiusi.

*** 

Diciamolo quel giro di filato

che il vuoto d’alto impari a ridere di sé

attento a stazionare tra le dita nel calore

affidata l’andatura al senso dell’ordito.

Perché passano i millenni

e la sera si riempie

delle misere inquietudini di sempre,

come avessimo da meritarcela l’aurora.

*** 

Era l’universo abbacinante

come in retrocosmica visione,

angolo d’ordine, d’osservazione,

da qui inizia la luce a farsi scura

eppure amica, su per le scale

invitandoti a braccetto

perdonandoti ogni male.

*** 

Massimiliano Bardotti (1976) è nato e vive a Castelfiorentino. Poeta e attore, presidente dell’associazione culturale “Sguardo e Sogno”, fondata da Paola Lucarini.

Pubblica tra gli altri: Il Dio che ho incontrato (2017 Edizioni Nerbini), recensito da Anna Maria Curci, Alessandro Ramberti, e molti altri. I dettagli minori, (2018 Fara Editore) opera di poesia e prosa dal quale è stato tratto l’omonimo spettacolo teatrale interpretato insieme a Viviana Piccolo. Diario segreto di un uomo qualunque, appunti spirituali (2019 Tau Edizioni) citato da: La libreria del santo e recensito da Elena Buia Rutt sull’Osservatore Romano. Il colore dei ciliegi da febbraio a maggio (2020 Fara Ed.) con prefazione di Filippo Davoli e postfazione di Isabella Leardini.

Dal 2014 idea il corso di scrittura ri-creativa: Cut-up, la sartoria delle parole, condotto a Empoli, Prato e Castelfiorentino, dove nel 2017, fonda la Scuola di scrittura Poetica LA POESIA E’ DI TUTTI presso l’ass. cult. OltreDanza. Dal 2018 conduce: “L’infinito, la poesia come sguardo: Ciclo di incontri con poeti contemporanei” al san Leonardo al palco di Prato.

*** 

Gregorio Iacopini (1996) è nato a Poggibonsi e vive a Castelfiorentino. Ha studiato filosofia all’università di Pisa, frequenta la scuola di poesia “La poesia è di tutti”, fondata da Massimiliano Bardotti.

Pubblica a quattro mani con Massimiliano Bardotti Il colore dei ciliegi da febbraio a maggio (Fara ed.).

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