Stefania Onidi, Archivio del bianco

Stefania Onidi – Archivio del bianco (Terra d’ulivi Edizioni, 2020)

di Fabrizio Bregoli

“Si viene al mondo senza intenzione”: si apre con questa affermazione perentoria la raccolta di Stefania Onidi, rimarcata dopo con una citazione da Mark Strand: “Not the life you wanted. / Not the life you had.” L’autrice ci pone immediatamente di fronte a una parola poetica lapidaria che tutto cerca tranne di essere equivoca; una parola allusiva ma al tempo stesso circostanziata, mai imprecisa o vaga. La scelta formale di Stefania Onidi punta soprattutto su componimenti brevi o brevissimi, in cui avviene un processo molto spinto di sottrazione semantica e di concentrazione verbale, con un verso libero spesso molto breve ma intercalato da misure più ampie con funzione esplicativa o per mettere a fuoco dettagli: tuttavia non c’è nessun intendimento ermetico né orfico, piuttosto una forma di reticenza che solo a sprazzi sente il bisogno di palesarsi, più spesso propende per eloquenti omissioni.

Il bianco, colore che in sé assomma tutti gli altri ma al tempo stesso perde ogni specifica connotazione cromatica, si associa strettamente in questi versi al silenzio, assenza di suono che paradossalmente è anche compendio di tutti i rumori che così si annullano: non serve scomodare John Cage per percepire questa associazione evidente. Eppure l’osservanza del bianco, del silenzio pieno – tentazione di ogni poesia che si riduce, che ambisce a essere minima – non può soccombere al bisogno della parola di farsi voce, come “un cadere preciso / su una strada vuota e zitta”: la poesia di Stefania Onidi cerca allora di modulare e preservare le frequenze e le ampiezze utili, le parole necessarie, sopprimendo il rumore che distoglie e confonde, allontana dal centro nevralgico della dizione, la sola che spetta alla poesia. Le sue sono parole di inquietudine, senza però resa alle circostanze, ma tentativo di salvare brandelli di senso, “tentare il nostro giro di luce”; forse a questo allude nel titolo la parola “archivio” che si riferisce al bisogno di difendere la memoria, raccogliere e fare tesoro di tutti i dati esperienziali come materia viva che è alla base della nostra identità: un titolo che ci ricorda per vicinanza il “Salva con nome” di Antonella Anedda. Ma nessuna nostalgia o elegia gratuita, solo consapevolezza, come ci dice bene l’autrice: “Vorrei vivere usando il presente indicativo.”. 

Non sorprende l’attenzione dell’autrice al bianco, alle “campiture”, sapendola oltre che poeta anche artista figurativa, capace di lavori di pregio. Ecco allora come il procedimento stilistico debba ricercare una linea guida comune, ut pictura poesise simmetricamente ut poesis pictura, come chiaro anche da questi versi

Dovevo dividere il bianco dal nero

come l’albume dal tuorlo

un taglio preciso della luce.

[…]

È sempre una questione di nervi

come la scala dei grigi sul foglio.

Ne scaturisce un’idea della scrittura come agone sulla pagina: “Osservarmi venire al mondo o andare in pezzi”, comunque una concezione conflittuale del rapporto fra io e mondo che inevitabilmente porta a percepire la falsità del canone classico, del “rigore matematico”, a ritenere che la forma polita e armonica, in cui si ricompongono e si risolvono gli scontri interiori, sia ingannevole e sempre a un punto dal precipizio: “Ci inghiottono le pupille perforate / la tragedia imminente.”. L’autrice è senz’altro più affine a Manet che a Michelangelo: “Ha disonorato il modulo classico / sbagliato il chiaroscuro e la prospettiva.”. Ecco sta proprio qui il cuore nevralgico: saper scrivere una poesia “sbagliata”, l’unica che in definitiva scandaglia i moti contraddittori dell’interiorità, rinunciando a quella mimesi aristotelica che è illusoria, che apre le porte alla falsificazione consolatoria del verso. Questo è emblematico in una delle poesiepiù riuscite del libro: Clean, in cui si certifica questa impossibilità della poesia al dialogo chiarificatore, perché tutto sta ancora prima delle parole, nel bianco indistinto in cui queste si confondono nel silenzio, sono “sguardo puro” pur sapendosi vuote di forma, impermeabili al significato, pre-esistenti a ogni senso e incapaci di portarlo a sintesi:

Poi si lava le mani nel lavello dello studio. 

Aspetti sul lettino

di ferro e non ti rivesti

perché guardi il rubinetto il camice e il gettito 

moderato dell’acqua contro il bianco

della stanza

prima delle parole. E non vuoi parole.

Da piccoli quando si ama la neve non si pensa al 

freddo

si educa a questo sguardo puro

sul niente.

Quale allora la strada? Per quanto si cerchi di approcciare la realtà, calarla nei versi per comprenderla e comprendersi, “Le ciglia sono finte.”, “Le parole rimbalzano / tornano indietro spezzate. // La tela esplode. // […] nessuna traccia di te al risveglio”. 

Il disegno e le “campiture”, ancora accomodanti pur nella loro imperfezione costitutiva, cedono fragorosamente e a questo punto dominano solo “tele e armature”, “le stanze della perdita”: Stefania Onidi non si sottrae al grande tema della perdita, del distacco definitivo da chi si ama, tema che attraversa tutto il suo lavoro e tocca in questa sezione un’intensità particolare, con una dizione efficace e sobria; il coinvolgimento del lettore è sincero, senza cedimenti sentimentali da parte dell’autrice, che espone di sé una “parola intatta poi fatta a pezzi”, “la sintassi del tempo / che non accontenta mai nessuno”.  Non resta che leggere, farsi attraversare da questi versi così intensi.

Tuttavia la vera rivoluzione – ci sembra dire in chiusura Stefania Onidi – resta la fiducia nella vita, per quanto insensata possa apparire, ed è con questo messaggio di speranza che si chiude la raccolta: “chiamala come vuoi / forza di volontà / movimento / anche amore.”. Non è un ripiegamento consolatorio, una contraddizione rispetto al percorso coerente del libro: il bianco ha necessità di essere scomposto; è stato vagliato dal prisma ottico della parola poetica, sezionato e ricondotto alle sue componenti costitutive che solo per una forzatura della visione risultano indistinguibili. Ora occorre esporle, senza falsi pudori o illusioni ottiche. Al bianco subentra il “passo vulnerabile del giallo”, “piedi nudi e gatti che fanno l’amore”, la loro “gioia ferma”.

Fabrizio Bregoli

3 pensieri su “Stefania Onidi, Archivio del bianco

  1. Fabrizio Bregoli

    L’ha ripubblicato su La poesia di Fabrizio Bregolie ha commentato:
    Il blog “La poesia e lo Spirito” pubblica una mia nota di lettura al bel libro di poesie “Archivio del bianco” di Stefania Onidi. Un vero piacere l’incontro con la poesia di questa autrice che suggerisco a tutti gli amici.
    Ringrazio il blog con tutta la redazione per l’ospitalità così cortese.

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  2. Pingback: Archivio del bianco. Recensione su La poesia e lo spirito a cura di Fabrizio Bregoli. – stefaniaonidi

  3. giovannamenegus

    Ottima recensione, e una poesia di cui si avverte il carattere, la definizione (ripromettendosi di leggerla, se i tempi e le forze lo consentono).

    "Mi piace"

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