Silvia Palatini. Poesie

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Frühling con frusta

Vieni, allegrezza:
è primavera, e le finestre
aperte origliano
sul mondo.

Se mi distendo
sul giaciglio
familiare
vieni,
il tenue
gesto del corpo
che si posa
conduce con sé
l’amore.

Il fondo tempo
concede pochi
istanti di
denso concetto;
scavato in lucente
metallo
splende lo smeraldo
del sogno.

Quando la storia
traccerà il solco indelebile
con morte estenuata
la poesia dalla piaga
aperta (sia
il costato di Cristo, sia
la bocca vermiglia socchiusa
sull’assurdo che
atterra) sprigionerà
il suo caldo lamento.

Il corpo intento attende.
Poesia, sorella
di terrestre grazia:
tu sempre tornerai
a lambire le piaghe
del corpo disteso.

*

Effimero

Liberandoci passiamo.
Stringendoci mani
e sorrisi amari
che solcano il volto.

Stupendi assorti
passiamo
inosservati.
Liberamente, andiamo!

La meta è una
che veglia e ostenta
la bocca sdentata.

*

Serenità

Resta, dunque.
Il sole è poco,
che ci illumina
e altre verità
chissà quando
visiteranno
questi deserti luoghi.

Qui non resta
che il barlume
di un sentimento.
Soffia, vedi
che il fuoco
si va
lentamente
spegnendo.

Le stanze ripetono
una nenia stonata.
Il sole cala dietro
l’orizzonte
che azzurro
vide i nostri occhi
aprirsi al
giorno. Fra sogni
destati or sonno
vero li accoglie.

Ma tu non
dormire. Gli avi
narravano in sere
come questa
ogni speranza;
e propiziavano ardenti
la ricca messe. Leggevano
negli astri degli occhi
dei figli
un chiaro futuro.

E umani come bestie
morivano; in sere come questa
semplici storielle
(parole, parabole)
stornavano la dolce paura
d’essere al mondo.

*

«In questo libro c’è tutta la vita di Silvia: “vita onnipresente schiva”. […] Il Novecento è scaduto ma il testamento (del secolo), nel bene, nel male, nella verità e nello sbaglio, è ancora a portata di mano. […] Le citazioni, i ritagli, i trucioli di memoria coprono solo in parte il silenzio che il poeta costruisce intorno a sé, come esercizio di riflessione, nella speranza che dal silenzio rispunti la voce, che la voce sia il bozzolo di tentazioni ritmiche, perché no narrative?, pronte a sfociare nelle acque un po’ torbide dell’esperienza letteraria. […] Con versi rapidi, quasi fugaci, Silvia Palatini insegna al lettore (e al poeta) che la paura non è un sintomo di vergogna, da eludere, o rinnegare. È una porta, una culla di gesti e di immagini. […] Anche il pensiero è un’attività creativa, come la musica, come il racconto. Nelle sue veglie, nelle sue insonnie, nelle sue instabili apparizioni, detta al poeta versi chiari, forti, veloci […]. Chiede al lettore una voce vibrante, anche virile, educata agli sbalzi, ai dislivelli del sentimento.» Giulio Ghirardi

Silvia Palatini, La dolce paura, Ibiskos Editrice, 2000. Postfazione di Giulio Ghirardi. In copertina: Franco Anselmi, Ballum Sanvictensis (particolare), 1998.

*

Silvia Palatini (Pieve di Cadore, 1968) si è laureata in Lettere all’Università Ca’ Foscari di Venezia, lavorando poi nella scuola. Ha pubblicato, con Ibiskos Editrice, due libri di poesia – La dolce paura, 2000; Ho ricordato il futuro, 2009 e una breve raccolta di saggi sul rapporto fra silenzio e parola che prende le mosse dalla sua tesi di laurea in estetica (La voce all’ascolto. Variazioni su Turoldo, Pasolini, Dostoevskij, 2002).

Giulio Ghirardi (Venezia, 1944-2014) ha pubblicato raccolte di versi – da La penna d’oro (Rebellato, 1979) fino a Sillabe indipendenti (Gangemi, 2014, con un saggio di Renato Minore) –, prose (Teatrino tascabile, Gangemi, 2011) e scritti d’arte (Appunti e contrappunti, Marcianum Press, 2014).

(a cura di Giovanna Menegus)

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