Intervista a Maria Luisa Vezzali

Maria Luisa, vorrei iniziare da un aspetto che credo importante nella tua vita: il tuo essere “ponte”. Lo sei soprattutto come insegnante e come traduttrice. Si tratta in entrambi i casi di un servizio che comporta la capacità di mettersi a disposizione degli altri. Cosa transita su questo ponte a scorrimento bidirezionale?

Insegnare, tradurre – e anche scrivere poesia, aggiungo – percorrono lunghi tratti di strada in comune: in tutti e tre i casi sono fondamentali l’ascolto e la cura dell’altro, tenere aperta una prassi di interrogazione continua che non si aspetti in cambio troppe risposte, accettare di permanere nel rischio e nel dispendio, nel fraintendimento e nell’imprevisto, accogliere l’incomunicabile e tutti gli inciampi che resistono alla teorizzazione (per quanto siano importanti le formulazioni teoriche). Su questo ponte passa la libertà dell’incontro, e quindi necessariamente anche la sofferenza degli incontri falliti. Nella mia attività di insegnante mi risuonano costantemente all’orecchio le parole di Kafka: «Tu sei il compito. Nessun allievo in vista, da nessuna parte». In quella di traduttrice mi sostiene l’idea che sia comunque un labour of love (come mi ha scritto nella sua prima lettera Adrienne Rich) e che questo implichi un’apertura da entrambe le parti, una disponibilità/responsabilità che si gioca sul campo d’azione del testo.

L’insegnamento e la traduzione hanno influenzato la tua scrittura? La tua scrittura ha influenzato il tuo modo di insegnare e di tradurre?

Se quanto detto sopra è vero, è inevitabile che si influenzino a vicenda. Per quanto, come ripeterò più avanti, abbia cercato a lungo di tenere distinte scuola e poesia, ormai ho capito che è un tentativo inutile, e neppure molto proficuo. Da quando esistono i social media, poi, i miei studenti finiscono prima o poi per scoprire che scrivo, mi fanno domande sulla poesia contemporanea, vogliono confrontarsi sul senso della scrittura, e questo mi ha sicuramente influenzato nel tenerli presente come possibili lettori e critici. Riguardo alla traduzione, devo ammettere che l’ho cercata proprio come un acceleratore di cambiamento nel mio modo di scrivere. Traducendo Adrienne Rich sono entrata nel laboratorio di una donna «condannata alla lucidità» che si era già posta tante domande che mi tormentavano nel passaggio dai venti ai trent’anni, che mi ha insegnato la revisione, l’«atto di guardarsi indietro, di vedere con occhi nuovi» non solo il canone della letteratura, ma anche le bugie e gli omissis della storia, gli alibi e gli autoinganni della coscienza. E’ stata per me una maestra non solo di stile, ma anche di attenzione nei confronti della realtà, di fiducia nelle nostre possibilità di realizzazione individuale come donne e come artiste, nonostante tutte le voci intorno che insistono che ciò che siamo e facciamo è irrilevante, fuori dai grandi giochi: purché rimaniamo disposte a penetrare in zone di noi nelle quali, come diceva la Dickinson, «noi dietro noi stesse, nascoste / spesso trasaliamo». Non ho più scritto nello stesso modo, dopo di lei.

In “Tutto questo. Poesie 2004-2017” (Puntoacapo Editrice, 2017) hai raccolto testi che appartengono a periodi diversi della tua vita. In base a quale criterio hai operato questa scelta? Puoi parlarci brevemente del motivo alla base dei libri pubblicati finora?

Dei libri precedenti a Tutto questo ti dirò qualcosa subito dopo: sono pochi, perché sono una slow-writer. A volte me lo rimproverano, ma almeno nella scrittura non mi impongo corvée. Un progetto matura con il tempo, segue la sua crescita biologica, perché difficilmente io scrivo testi isolati: nascono già tutti all’interno di un’idea articolata, con una sua architettura e una zona di buio da mappare. Tutto questo può sembrare una “autoantologia” visto il lungo lasso di tempo che copre (così è stato definito da alcuni), ma in realtà il libro non è una selezione in senso stretto: contiene proprio tutti i testi che ho conservato tra quelli scritti dal 2004 al 2017. Molti altri sono stati buttati o perché non andavano bene o perché non rientravano in quella che, a mano a mano che mettevo insieme le sezioni in ordine cronologico, si andava manifestando come una struttura. Il libro, infatti, è scandito in quattro parti, separate da tre testi singoli lunghi che fungono da cerniera. La prima, “Versi di esperienze e di amnesia”, consiste di riflessioni su archetipi, segnali stradali per l’interpretazione dell’esistenza: ha un carattere prevalentemente gnomico, cerca le fondamenta e si pone frontalmente davanti a parole come “bellezza”, “violenza”, “comprensione”. La seconda si intitola “Le tre età”: è ispirata dalla celebre opera di Klimt, cerca di condensare il senso di freschezza dolorosa dell’adolescenza, la maturazione che permette il rapporto con l’altro e la misurazione della stanza gelida della vecchiaia. Nell’ultimo caso, non avendo ancora sperimentato sulla pelle questa fase, ho pensato alla madre di mia madre, alla sua storia che ha attraversato i dolori del Novecento, a quanto assomigliasse alla storia di schiere di donne mute come lei che nessuno avrebbe mai raccontato. Nella terza, “Scuola d’ossa”, ho tentato di fare qualcosa in cui non mi ero mai messa alla prova: ovvero raccontare il luogo in cui lavoro. Fino a quel momento, come dicevo, avevo sempre tenuto rigidamente separati questi due momenti della mia esistenza: a scuola non confidavo a nessuno che ero poeta; in poesia e tra i poeti non parlavo mai di scuola. Ma poi è avvenuto un fatto che ha sgretolato la porta stagna che sigillava questa divisione: la conoscenza, al liceo Copernico, di Margherita, una studentessa geniale e tormentata che nonostante tutti i miei sforzi non sono riuscita a non fare bocciare, a causa di questo ha interrotto gli studi ed è rimasta sola a dialogare con gli autori che conosceva più di noi: Marcuse, Goethe, Rimbaud. L’ho invitata a pubblicare alcuni testi su rivista, ma alla fine l’ho persa due volte, come alunna e come poeta, una doppia ferita, un doppio risentimento per come sono andate le cose, che ha dato inizio a questa sezione. L’ultima è “Cartoline metafisiche”, tredici brevi prose inviate a chi legge da luoghi in cui sono avvenuti eventi che vi hanno stampato il fantasma di un’impronta, corrugamenti nel tempo privato e pubblico. Quello che cercavo con questo libro, insomma, era un’ipotesi di sintesi tra movimento verso l’interno e verso l’esterno, ascesa e discesa, confronto con la cronaca e con l’inconscio. Per questo ho sperimentato diverse forme di metrica e di linguaggio che, almeno nella mia visione, procedono in climax.

Fermo restando che non è possibile/utile apporre etichette, quali sono a tuo parere i tratti principali della tua poesia? Quali gli snodi e i cambiamenti nel corso del tempo?

Ho iniziato a scrivere molto giovane e fin da quel lontano inizio la mia propensione non è mai stata lirica. Ho già raccontato altrove questo aneddoto, ma credo che sia indicativo di un dato… caratteriale, non vorrei dire “innato”, comunque precedente a qualsiasi momento teorico o di chiarificazione autocritica. Ho scritto la mia prima poesia a nove anni il giorno in cui, guardando fuori dalla mia camera da letto, ho visto il grande pino del cortile (sì, erano anni quelli… si parla del 1973… quando ancora esistevano i cortili e i bambini tenevano lì i primi giochi e riti di iniziazione) assediato dal cemento dei posti auto, dai cadaveri di piccione, da sghembi cartelli di regolamenti condominiali, dallo stucco sbrecciato dei palazzi popolari della Bolognina in cui vivevo, e ho avuto un moto di rivolta “ecologica” in senso molto lato, perché non sono mai stata una frequentatrice della campagna e sono allergica a fin troppi elementi della natura (pollini, graminacee, odore dell’erba tagliata, punture di zanzare, forfore animali…). “Ecologica” nel senso che ho avvertito qualcosa di bello e minacciato, e ho sentito che dovevo reagire. Da allora, se è rimasta una costante in ciò che scrivo, è una tensione agonistica nei confronti della realtà, perché per amare questa realtà si può solo combatterla. Si scrive forse solo per amore e per odio e io ho iniziato con il secondo. Per odio che le cose muoiano e si perdano, per odio che l’essere umano sia inchiodato alla freccia del tempo lineare e che proceda sempre dalla giovinezza alla vecchiaia e mai dallo sgretolamento alla costruzione. La mia prima raccolta, rimasta fortunatamente inedita e sepolta tra le carte dei cassetti più remoti, era una riscrittura dei libri rituali etruschi perché ambiva a cercare un incantesimo per la sopravvivenza della città umana… un’ambizione puerile, mi rendo conto, ma in fondo a quel punto avevo vent’anni. La mia prima raccolta, L’altra eternità (Edizioni del Laboratorio, Modena 1987), siccome pronunciava nomi come Core o Penelope, è stata accostata al mitomodernismo, anche perché quel movimento era una novità a quell’epoca. Ma a quell’epoca io non avevo mai letto Conte o Kemeny o Copioli o Tonelli, anche se poi li ho letti. Avevo letto il mito, questo sì, essendomi laureata in Lettere classiche, ma non cercavo l’«inestinguibile folgorazione del verbo». Il mito mi permetteva una maschera perché non sapevo dire “io”, mi proiettava in una dimensione sovrapersonale e negli archetipi cercavo la fondazione di un’identità di donna che non trovavo altrove. “Io” sono riuscita a dirlo in lineamadre (Donzelli 2007) perché nel frattempo erano accaduti due eventi cruciali nella mia formazione letteraria ed esistenziale: per il secondo aspetto mi ero sposata e avevo fatto un figlio e il nome “madre” mi si squadernava all’avanti e all’indietro in una necessaria rilettura del mio trovarmi all’interno di una catena biologico-affettivo-identitaria contraddittoria e piena di eredità dolorose; per il secondo aspetto avevo finalmente incontrato un’autrice che incarnava il mio ideale di scrittura personale e politica contemporaneamente, appunto Adrienne Rich, di cui sono diventata traduttrice (Cartografie del silenzio, Crocetti 2000, seconda edizione 2020, e La guida nel labirinto, Crocetti 2011, che sperabilmente sarà rieditata il prossimo anno). Ma si trattava comunque di un “io” relazionale, al centro di un ganglio di tensioni e di scambi, di nutrimento e di ferite, nessuna “cameretta” petrarchesca che mi fosse porto. Nel mio ultimo libro (Tutto questo, puntoacapo 2018) ho tentato di raggiungere un qualche equilibrio tra il disegno delle contraddizioni che ci circondano, quelle della lingua e quelle che pulsano dentro di me, e per farlo ho sperimentato diverse forme di scrittura fino ad approdare alla prosa (o alla “poesia in prosa” o a “testi in prosa che vengono recepiti come poesia”, con tutta la difficoltà di descrizione critica che concresce intorno a questa forma, per altro ormai estesamente praticata). 

Quali sono i tuoi “maestri” e perché?

Sebbene abbia, come dicevo, iniziato a scrivere precocemente, la mia percezione di “essere poeta” è nata durante gli anni del liceo con la frequentazione – durante la mattina – degli autori modernisti che tanto piacevano alla mia benemerita insegnante di inglese e – durante il pomeriggio – di musicisti che riuscivano a far scaturire visioni dalle parole: Jim Morrison, Lou Reed, Television, Joy Division… Eliot e Pound, Joyce e Beckett sono stati i miei primi amori (chi non è diventato poeta con Eliot?), il loro magistero con la lingua e con il silenzio. Poi ho iniziato a leggere gli italiani, quei poeti “impraticabili” a scuola, pare…, soprattutto Zanzotto, che ho incontrato di persona un pugno di volte, ma sempre è stato un maestro, e certo non nel senso che ho cercato di imitarlo. Ricordo un pomeriggio a parlare di quel sogno di una lingua primigenia, adamitica, sempre perduta, a cui rivolgeva il pensiero come un orfano al nostos mentale verso il golfo di una madre. Più tardi è venuta la lettura delle autrici, dopo la Rich tante altre, Plath, Sexton, Lorde, ma anche italiane, Amelia Rosselli, Patrizia Vicinelli, Jolanda Insana, Antonella Anedda, e il bellissimo esercito delle più giovani, Mariagiorgia Ulbar, Giusi Montali, Serena Dibiase… Oggi, sinceramente trovo le autrici più interessanti, più emozionanti, più aperte. Ti rispondo il giorno del premio Nobel a Louise Glück, una notizia che mi ha reso molto felice, per quanto forse ami di più altre come Jorie Graham, Anne Carson, Warsan Shire…: «Vieni da me, disse il mondo. / Non voglio dire / che parlasse in frasi distinte / ma che ho percepito la bellezza così…».

Nel modo attuale di diffondere la poesia e di sensibilizzare ad essa, attraverso progetti/eventi/ incontri, cosa ritieni che andrebbe scardinato e cosa potenziato?

Bologna è una città che pullula di presentazioni e letture. In alcuni momenti mi è sembrato quasi il sintomo di una nevrosi. Il lockdown ha imposto un assordante vuoto, che però in questo caso ha svolto anche un’azione disintossicante. Durante la prima lettura dopo la chiusura, in agosto, mi sono commossa come non mi capitava da tempo. Non dico, quindi, che vorrei scardinare questa pratica. A volte gli eventi sono troppo numerosi e si rubano il pubblico a vicenda. A volte sono troppo mirati alle amiche e agli amici, e i superlativi si sprecano per ragioni che non sono di merito. A volte prestano il palcoscenico a presenzialisti compulsivi. A volte, invece, sono occasioni uniche di conoscenza e di scambio. Piuttosto aspirerei a cercare un coordinamento, dato che i gruppi che fanno poesia a Bologna si conoscono bene e saprebbero forse concordare un’agenda che selezionasse gli appuntamenti e li rendesse più significativi. Ma capisco che è un’impresa difficile… Internet d’altro canto svolge un ruolo importante: quando non diventa un eccesso di autopromozione, permette quella circolazione di testi che nessuna rivista, nessuna antologia riesce a coprire con altrettanta vastità. Siti come “Le parole e le cose” sono atlanti, bussole e caleidoscopi.

Ci sono iniziative a cui partecipi e alle quali tieni in modo particolare?

Un aspetto che coltivo dal 1994 è la collaborazione con altre artiste, non necessariamente scrittrici. Per esempio, con la scultrice Mirta Carroli ho realizzato due libri (dieci nell’uno, eidos 2004, e forme implicite/unearthed shapes, Allemandi 2011): nascono idee incredibili quando si soggiorna ore e ore in uno studio pieno di meraviglie come quello di Mirta. Dal 2014, inoltre, sono redattrice della rivista (che è espressione di un’associazione) “Le Voci della Luna” e condivido pienamente la sua ricerca nel campo della scrittura femminile e delle voci civili. Questa esperienza mi ha confermato il volto “amicale” della scrittura, la soddisfazione di fare progetti insieme. Tengo molto anche alla possibilità di incontrare nomi nuovi come giurata del premio/frequentatrice delle serate di Bologna in Lettere: ogni anno faccio una scoperta (nell’ultima edizione il talentuoso Giorgiomaria Cornelio, per esempio) e come potrei altrimenti con i ritmi assurdi del lavoro? Nel 2015 mi è capitata anche un’altra fortunata occasione: l’amore per la poesia e per il pensiero di Audre Lorde ha messo insieme sette donne da ambienti disparati – oltre a me, Loredana Magazzeni, Anna Zani, Maria Micaela Coppola, Margherita Giacobino, Grazia Dicanio e Migi Pecoraro – e abbiamo creato WiT (Women in Translation), un collettivo di traduttrici che è riuscita a pubblicare la prima antologia di testi poetici lordiani in italiano: D’amore e di lotta (Le Lettere 2018). Mancava da tempo, era un’opera molto attesa a giudicare anche dalle cento presentazioni a cui siamo state chiamate un po’ in tutte le regioni, dal Trentino alla Sicilia. Parafrasando Levi, «se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, lavorare veramente insieme costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono». E’ questa l’immagine che mi si disegna in mente quando penso alla poesia: un cerchio aperto.

Cinque poesie:

Da L’altra eternità (Edizioni del Laboratorio 1987)

Sezione “Pietre dall’Ida”

Se oltre la soglia

chiudi il gesto che bagna

col torpore del gelo,

l’amore mi copre gli

occhi di sangue. Così

finisce il giorno.

***

Da lineamadre (Donzelli 2007)

Sezione omonima dedicata alla madre

ignis quidquid in nobis est

(Riccardo di San Vittore, Excerpta)

fino alla fine

noi bambine antiche figlie adulte

convinte

che un tale amore sia

incorrispondibile così denso

da coagularsi in non-amore

né solo vicine o solo lontane

né solo fuori o solo dentro

sostanza consistente

in ciò che non si slega e non si compie

noi abbiamo il tocco

contiguità contagio

di spargere fecondità sul mondo

mute solenni operose e poi

declinati quei molteplici modi 

tutti quei modi che sappiamo bene

di conservare la ferita

lasciando il campo

immarcito per troppa irrigazione

tra noi si irradia una concentrazione 

che esclude la parola

più che altro carne soffio materia 

banca amorosa informe 

alla quale non possiamo tornare

e ripagarci il debito

per quante volte ci moltiplichiamo

nella stanza buia il moto a ritroso

si inceppa in avanti: lo specchio 

è vuoto e forse anche irridente

oppure è l’occhio

incapace a vedersi

fino alla fine 

***

Da Tutto questo (puntoacapo 2018)

Sezione “Versi di esperienza e di amnesia”

del mondo 

chini la testa per passare la porta e al di là della soglia il mondo respira 

di visione, un’onda impaziente che trasporta gli odori delle case, umidità 

ruggine, cenere, benzina, età che turbinano verso il bruno 

gli occhi passano in volo le teste chine sui tavoli, la mano sul telefono 

la sosta al bar a metà mattino, il freddo che canta, la pelle 

che riflette l’assenza di un gesto
grumi di luce che tornano cose di luce in un sorriso mite 

sotterraneo 

***

Sezione “Scuola d’ossa”

Gretel 

se stai zitta, Margherita, forse non si accorgono 

che ti ho chiusa nell’armadietto
insieme ai libri vecchi alle tesine dell’anno scorso 

alle videocassette scricchiolanti ai materiali 

d’aggiornamento, non si accorgono forse 

che non ti voglio lasciare andare, uscire da qui 

che ti porto l’acqua della macchinetta
da mangiare il panino nel cellophan
può diventare, quest’armadietto, la tua tana 

ci staresti meglio che fuori in ogni caso
allunga il mignolo dallo spiraglio dello sportello 

se c’è ancora carne intorno all’osso puoi restare 

non c’è pericolo ancora dell’inedia 

resta dentro e zitta, però, la tua faccia
fa troppa paura: in mezzo stanno quei tuoi occhi d’Etna 

che squadernano le ore, fanno appelli
di cose disparate, la tua bocca digrigna
alla lavagna, è più scritta e nera di lei,
e quando ti muovi hai un’inarcatura del mento
che squassa di domande disordinate
sei maleducata e forse anche educata al male
balli sui confini scalza una specie di danza
primitiva, i piedi pesti e scrolli le mani
neanche ti fossi davvero bruciata 

ma se stai zitta, Margheritina, non si accorgono 

e ti tengo ancora un poco con me 

***

Sezione “Cartoline metafisiche”

11. (dal buio)

Dove il trasparente è in potenza, lì c’è il buio. 

Ovvio che il luminoso di noi si sfoglia fuori dai giornali di questo sfondamento di novembre, dove si tagliano teste a domande sempre più a ritroso e c’è protervo nella stanza un doppio trasparente che accigliato soppesa quale fossile inezia, propria o altrui, ha acceso il prossimo lago di sangue nel teatro. Perché naturalmente siamo terrestri, trascinatori di pesi, inventori di ruote, mercanti di armi, pavimentatori di strade, elevatori di templi, intrecciatori di navi, usciti d’acqua milioni di anni fa, laboratori di aria nei polmoni, non fatti per volare, l’aria linda e sottile la trasformiamo in anidride carbonica. È questo che facciamo, è questo il nostro scambio con il mondo. Fossimo verdi invece, agitatori di chiome con le radici diritte verso il centro, andremmo in coro, all’unisono con il sogno poroso delle albe. Fossimo verdi trasformeremmo l’aria nera in puro ossigeno da bere. Non è questo che facciamo. 

(dopo l’attentato al Bataclan, Parigi 13/11/2915)

Maria Luisa Vezzali (Bologna 1964), docente di Materie letterarie nella scuola superiore, è traduttrice di Adrienne Rich (Cartografie del silenzio, Crocetti 20202, e La guida nel labirinto, Crocetti 2011, premio per la traduzione dell’Università di Bologna) e Lorand Gaspar (Conoscenza della luce, Donzelli 2006). Per Raffaelli (2011) ha curato un’edizione dell’Anabasi di Saint-John Perse. In poesia ha pubblicato L’altra eternità (Edizioni del Laboratorio 1987), Eleusi marina (in “Terzo quaderno italiano” a cura di Franco Buffoni, Guerini e Associati 1992), dieci nell’uno (Eidos 2004, disegni e sculture di Mirta Carroli), lineamadre (Donzelli 2007, premio Anterem/Montano), Forme implicite (Allemandi 2011, gioielli e disegni di Mirta Carroli), Tutto questo (Puntoacapo editrice 2018, premio don Luigi Di Liegro 2020). Suoi testi sono tradotti in inglese, spagnolo, francese, tedesco, svedese e arabo. È comparsa in numerose riviste e antologie, tra le quali Sotto il cielo di Lampedusa. Annegati da respingimento (Rayuela 2014), Sotto il cielo di Lampedusa II. Nessun uomo è un’isola (Rayuela 2015), Officine della poesia/1. Bologna (Kurumuny 2018) e Lunario di desideri (a cura di V. Guarracino, Edizioni Di Felice 2019). Fa parte della redazione de “Le voci della luna” e del collettivo di traduttrici WiT (Women in Translation), che ha prodotto Audre Lorde, D’Amore e di lotta (Le Lettere, ottobre 2018). www.marialuisavezzali.com

2 pensieri su “Intervista a Maria Luisa Vezzali

  1. Annamaria Ferramosca

    Un’intervista sapiente ricca di spunti. Il femminile e soprattutto l’umano ne escono luminosi e densi. Memorabili molte delle risposte di Maria Luisa Vezzali, che sanno indicare direzioni: il fare cerchi limpidi nell’ambiente di poesia, il fare insieme. Grazie infinite, Maria Luisa e Raffaela.

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  2. giovannamenegus

    Un’intervista davvero ricca, densa, significativa, come dice bene anche Anna Maria Ferramosca, alla cui gratitudine mi unisco. Preziosa anche la sintesi che Maria Luisa Vezzali offre della propria raccolta “Tutto questo”. Grazie.

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