Lirico terapia. Giovanni Giudici, La vita in versi

Metti in versi la vita, trascrivi

fedelmente, senza tacere

particolare alcuno, l’evidenza dei vivi.

Ma non dimenticare che vedere non è

sapere, né potere, bensì ridicolo

un altro voler essere che te.

Nel sotto e nel soprammondo s’allacciano

complicità di visceri, saettano occhiate

d’accordi. E gli astanti s’affacciano

al limbo delle intermedie balaustre:

applaudono, compiangono

entrambi i sensi 

del sublime – l’infame, l’illustre.

Inoltre metti in versi che morire

è possibile a tutti più che nascere

e in ogni caso l’essere è più del dire.”

L’inizio del testo è perentorio: “metti in versi la vita”. È un appello a fare ordine nel caos, a ricavarne un cosmo che può essere opera solo dell’arte o della fede. Tutti noi soffriamo a causa di nodi irrisolti, di ferite non rimarginate, per l’incapacità di dare un senso a frammenti dissociati dell’esistenza quotidiana. La poesia compie il miracolo di dare una forma a questo magma, anche grazie alle sue tecniche più note: il ritmo, la rima, le figure retoriche. È noto, in parallelo, il potenziale terapeutico del diario, che mette ordine nel groviglio di pensieri e sentimenti che rischiano sempre di creare, nell’anima, ingorghi e labirinti senza uscita.

“Trascrivi[…]l’evidenza dei vivi”. Noi vediamo il mondo in una modalità che ci appare evidente, inappellabile. Fatichiamo ad accettare un’idea diversa da quella che possiamo constatare “con i nostri occhi”. Potremmo, in questo senso, fare davvero un quadro del mondo senza omettere alcun particolare, dal nostro punto di vista. Ci sentiamo sicuri della nostra ottica, e cerchiamo conferme per una interpretazione che diamo, spesso, per scontata. Il poeta, tuttavia, consiglia di “non dimenticare che vedere non è sapere, né potere”: è la saggezza di chi conosce i limiti della propria prospettiva, e per questo relativizza le proprie conclusioni. “So di non sapere”, sosteneva Socrate; don Tonino Bello, da parte sua, ammoniva a non cercare i segni del potere, ma il potere dei segni. Precisamente questo è il compito della poesia: fornire un angolo visuale inatteso e imprevedibile, arricchendo la vita di un vocabolario prima sconosciuto.

La poesia aiuta a essere se stessi in quanto stimola la creatività: l’io autentico non è inflessibile e ostinato, ma in grado di cogliere sfumature sempre nuove. 

Nel mondo si trova tutto e il contrario di tutto: si intrecciano fili che sembrano, a volte, inestricabili, contraddizioni più o meno apparenti, fatti e misfatti che coprono tutto lo spettro del possibile, dall’”infame” all’illustre”. Spesso solo l’unione degli opposti permette di comprendere l’incomprensibile, e la poesia è specializzata in cortocircuiti vertiginosi e sorprendenti.

La sapienza del poeta supera questa conclusione già geniale, perché ricorda che è più facile morire che nascere e che l’essere è più del dire: la creatività, che mette la vita in versi, mette noi al mondo, e ci ricorda che nessuna parola potrà sostituire la vita, ma solo renderla più umana. L’arte guarisce, libera, consola: e non è poco.

5 pensieri su “Lirico terapia. Giovanni Giudici, La vita in versi

  1. S&R

    L’arte guarisce, libera, consola: e non è poco

    Aprire un varco al mondo simbolico dell’inconscio da un lato, e all’anelito profondo di bellezza dall’altro,, davvero non è poco!

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  2. Paolo Ottaviani

    L’arte non guarisce, non libera, non consola. L’arte semplicemente crea. E’ ciò che viene creato che può contribuire o non contribuire a guarire, a liberare, a consolare. E non è neppure vero che “l’essere è più del dire”. Nulla infatti sarebbe senza il soffio della parola.

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  3. Clown: opinioni

    Sento, istintivamente, che “mettere in versi la vita” sia maggiormente rappresentato dal concetto di “angolo visuale inatteso e imprevedibile” piuttosto che “appello a fare ordine nel caos”.
    Mi viene da dire che una vita in “prosa” può essere altrettanto, anzi forse ancor più ordinata, definita, destinata.
    Mettere in versi, significa piuttosto donare alla vita l’armonia della poesia, dare cioè alle nostre scelte un suono armonico e coerente, modulando a poco a poco l’opera d’arte che può essere l’esistenza di ognuno. E da questo punto di vista la poesia, la bellezza, spesso e volentieri è proprio l’opposto dell’ordine; più facilmente ci sorprende, disorienta, destabilizza ad ogni verso, accompagnandoci immancabilmente alla volta di un finale inatteso e ad effetto.
    Poi, certo, esiste “L’infinito” di Leopardi, da poco trattato in questa rubrica, dove il naturale sgomento di spazi interminati, silenzi sovrumani, morte stagioni, viene raccolto da un’armonia divina e trasformato in una perfezione che, da due secoli, compie il miracolo di permeare il lettore di serenità, anziché atterrirlo.
    Ma che la poesia sia associabile o no all’ordine, in tutti i casi nulla è più terapeutico del mettere in versi la vita; sono convinto lo pensasse anche Bukowski.

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