Buona lettura 25: “Non finirò di scrivere sul mare”, di Giuseppe Conte

Buona lettura è una rubrica curata da Mara Pardini. Uno spazio per “assaggiare” libri buoni, ovvero utili, piacevoli, intelligenti, capaci di lasciare un segno nell’immaginazione di chi li sfoglia. Un taccuino per catturare le impressioni, i messaggi e le parole che escono di pagina in pagina ma anche per incontrare scritture nuove e legate all’attualità. Un angolo per parlare di libri e condividere il gusto di una buona lettura.

Un viaggio fonte di visioni, avventure, ricordi. Un modo di vivere il mare che diventa possibilità di tempestiva e sottile consonanza con le reazioni interiori di chi ne scopre i molteplici impulsi.

Il mare, “l’amico immenso della luna”, “libero per i liberi” e “preghiera degli innocenti”, mare “sirena” e mare “amore”, mare “sacro”, “divino”, “padre e madre”, “altare”, “ossessione”: una fecondità di scambi prodotta dal ritmo delle vicende ondose, capaci di distrarre dal silenzio e di continuare senza interruzioni tra i malinconici affanni del poeta che tenta di carpirne i segreti, le vibrazioni interne del figlio che ricorda l’infanzia, le ansie dolci e amare di chi vorrebbe veder esaudite le proprie preghiere.

Perché è la potenza di ispirare finemente i diversi stati d’animo che rivela quanto sia profonda la penna di Giuseppe Conte in Non finirò di scrivere sul mare (Mondadori).

Un poema sul mare, dove l’esperienza dell’autore mostra la mobilità del suo svolgimento in ogni direzione: dall’infinità dell’abisso alla finitudine della conchiglia, per arrivare al mistero sempre rinnovato dei colori e delle luci che dettano le atmosfere, non importa se del luogo natio o delle terre visitate durante i viaggi, perché comunque attraverso il paesaggio vissuto passa la rassegna di meditazioni sull’amore, la vita e il suo rigenerarsi.

Il viaggiatore Giuseppe Conte sa calarsi nel paesaggio marino cogliendo, insieme alla fisica evidenza, il pathos sotteso a quest’entità quasi divina, dove non esistono limiti, misure e ci si può perdere dentro.

Il mare ha trascinato tanti destini individuali e collettivi, ha accumulato tante storie e memorie e ne accoglie ancora, come se potesse allargare il suo abbraccio, sempre un po’ di più: luogo di riposo per “gli annegati senza nome”, porto per i lavoratori, voce per i solitari, amore vero, amico scortese e inaffidabile, maestro di libertà infinita.

Intriso di “riflessi di luce, di spuma e venti“, si rigenera ad ogni sussulto, ad ogni onda che accarezza la riva, ad ogni giorno che ci regala un nuovo respiro, nonostante l’imbruttimento e l’avvelenamento del mondo.

Sappiamo che Giuseppe Conte conosce l’arte delicata e preziosa del testo puro e in “Non finirò di scrivere sul mare” ci regala la preghiera di chi compie un pellegrinaggio in luoghi dai tratti quasi mitici, dove i diversi scorci marini rimandano continuamente alla vita esprimendone l’enigma, la verità del sentimento, attraverso un suono morbido che sa produrre momenti di estrema dolcezza.

E appena un brivido, come una nota che prende il sopravvento e impalpabile si lancia oltre l’abisso.

GIUSEPPE CONTE (Imperia 1945) ha pubblicato saggi, romanzi e le seguenti raccolte di poesie: L’ultimo aprile bianco (1979), L’Oceano e il Ragazzo (1983), Le stagioni (1988), Dialogo del poeta e del messaggero (1992), Canti d’Oriente e d’Occidente (1997), Nuovi canti (2001), Ferite e rifioriture (2006), tutte riunite nel complessivo Poesie 1983-2015 (Oscar Mondadori, 2015). Ha curate le antologie La lirica d’Occidente (1990) e La poesia del mondo (2003) e tradotto Blake, Shelley, Whitman e D.H. Lawrence

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