Frammenti di Cinema # 33

I disaster movies sono uno dei generi più esplorati dal cinema, almeno a partire dalla metà degli anni ’70. E’ probabile che la crisi petrolifera ed economica, più che la guerra fredda, abbia influito sulle paure apocalittiche degli spettatori e così sulla scelta dei registi e dei produttori di esorcizzarle assecondandole. In realtà, il primo film di genere è La distruzione del mondo (Deluge, Il diluvio) diretto nel 1933 Felix E. Feist. Sono trascorsi, però, appena quattro anni dal il Crack del 1929. Tratto da un romanzo inglese del 1928 racconta la fine del mondo a causa di una serie di disastri naturali. Nel 1973 George A. Romero, vero e proprio padrino di questo filone, lo inaugura nel 1973 con La città verrà distrutta all’alba (The Crazies). A causa di un incidente, il Trixie, un’arma batteriologica che fa impazzire gli esseri umani inducendoli alla violenza, si diffonde nell’ambiente mettendo in pericolo la vita degli abitanti. Il film che, però, ha consacrato il genere, è Meteor (1979) diretto da Ronald Neame, con Sean Connery e Martin Landau tra i protagonisti. Questa volta siamo in piena “guerra fredda” ma le due super-potenze mettono in comune i loro sforzi per impedire, grazie al lancio di missili, la collisione con la terra di un asteroide. La fonte del film, direi non a caso, non è un romanzo di fantascienza ma un vero progetto sperimentale, chiamato Project Icarus.

Il più bel film sul pericolo della diffusione di virus letali è, comunque, Cassandra Crossing (1976) di George Pan Cosmatos, con Sophia Loren e Richard Harris. Le autorità devono dirottare un treno sul quale sono saliti dei terroristi che nel corso di un irruzione nei laboratori dell’OMS di Ginevra si sono infettati con un virus in sperimentazione. Il Transcontinental Express diretto a Stoccolma deve così essere deviato in Polonia per essere sottoposto a quarantena, al fine di evitare la propagazione del contagio. Negli anni più recenti lo scenario della pandemia è diventato dominante nel genere. Le pellicole sul tema sono tantissime e diversissime le varianti, da ipotesi del tutto verosimili a cause e conseguenze tanto orribili quanto stravaganti. Nel 1995 escono L’esercito delle 12 scimmie diretto da un genio nel ricostruire mondi futuri come Terry Gilliam, e Virus letale diretto da Wolgang Petersen, a dimostrazione che il tema non viene scelto solo per fare film spettacolari buoni per il botteghino. Il primo dei due colloca gli eventi nel 2014 (andandoci vicino), e  prefigura una popolazione terrestre decimata da un virus sconosciuto e costretta a vivere nel sottosuolo; mentre nel secondo il pericolo viene da un villaggio dell’Africa, dove vengono inviati gli esperti per evitare che la malattia dilaghi. E’ curioso constatare sul campo, sei anni dopo il futuro indicato da Gilliam, che per evitare il contagio da Covid-19 gli abitanti della terra si sono serrati in casa e che l’Africa è il continente meno colpito.

In 28 giorno dopo (2002) di Danny Boyle, e nel sequel 28 settimane dopo (2007) di Juan Carlos Fresnadillo, il virus, fuoriuscito da un laboratorio inglese, diffonde una terribile e micidiale forma di rabbia che spinge gli essere umani a massacrarsi tra loro (l’omaggio a Romero è evidente). Se spostiamo l’attenzione sugli scenari post-apocalittici, un piccolo capolavoro è The road (2009) in cui padre e figlio vagano in un paese devastato da un catastrofe misteriosa. Il film è tratto dal romanzo di Cormac McCarthy, a conferma di una curiosa costante: prima e più del cinema, è stata la letteratura a occuparsi di disastri e pandemie. Da questo terribile 2020 penso, infine, che questo genere perderà d’attrattiva. La realtà ha raggiunto la finzione. Anzi, si può dire che da quest’anno siamo in nuova epoca, quella nella quale “tutto è divenuto possibile”. In pratica, è finita l’era della “fantascienza.” Il film che più di tutti ha prefigurato quello che stiamo vivendo in questi mesi è Contagion del 2011 diretto da un altro regista di qualità, Steven Sodebergh, che racconta gli sforzi di una squadra di medici dell’OMS impegnati a circoscrivere il contagio partito da Hong Kong per effetto di un nuovo virus. Insomma, tanto tuonò che piovve.

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