Riccardo Ferrazzi recensisce Mascarò, di Haroldo Conti

“Mascarò” è, dopo “Sudeste”, il secondo romanzo di Haroldo Conti che appare per i tipi della casa editrice Exorma. 

È l’ultima fatica letteraria di Conti che, non molto tempo dopo averla conclusa, fu sequestrato dai sicari del dittatore Videla, giunto al potere con un colpo di stato, tragico contraccolpo alla discutibile gestione di Juan Domingo e Isabelita Peron.

Al testo del romanzo è opportunamente premessa una prefazione di Gabriel Garcia Marquez: spoglia, giornalistica e proprio per questo impressionante cronaca degli ultimi giorni di libertà per Conti e la sua famiglia, seguiti da una desolante trafila di indiscrezioni filtrate attraverso il vergognoso silenzio sulle torture e sulla morte inflitta allo scrittore. 

Davano fastidio al regime le sue idee politiche professate e sbandierate in faccia alla dittatura, la sua simpatia per il sistema sociale cubano e un prestigioso premio letterario ottenuto all’Avana. Non risulta che Conti abbia avuto parte in iniziative insurrezionali o in organizzazioni politiche eversive. La sua colpa fu di non aver nascosto le sue idee e di aver rivendicato la propria libertà di pensiero. 

Per le sue convinzioni Haroldo Conti fu torturato e ucciso senza processo. Il suo corpo non è stato ritrovato. Si presume che, come avvenne per tanti altri “desaparecidos”, sia stato gettato in mare da un aereo.

Il romanzo ha una struttura curiosa: presenta, uno dopo l’altro, molti protagonisti. Personaggi che, di volta in volta, compaiono nella vicenda e acquistano ruoli che momentaneamente appaiono preminenti. Solo al termine del romanzo diventa chiaro che ciascuno di loro è in fondo un aspetto di quell’unico personaggio che è l’uomo libero, disposto a soffrire e a combattere per correr dietro alle sue ispirazioni. 

Mascarò, che nell’ultima parte della narrazione viene presentato come “il cacciatore americano”, parla pochissimo e compare solo di quando in quando, ma dà il suo nome al romanzo perché a conclusione di tante avventure si scoprirà la sua vera natura, e ne verrà fuori una guerra di liberazione, con pistole e fucili, ma anche con un ingrediente – la voglia di libertà – che dovunque compare risveglia sentimenti e passioni. 

Il Principe Patagon (un personaggio indimenticabile!) è una smagliante figura di imprenditore culturale, capace di concepire l’idea di un grande circo, reclutare i “numeri” e svilupparli infondendo negli artisti una fiducia in se stessi che non sapevano di possedere. 

Oreste è il vagabondo buono a niente che incontriamo all’inizio del romanzo e ci accompagna in tutte le peripezie, compresa la prigione e la tortura, fino a un ritorno a casa che prelude a un nuovo impegno, più serio e consapevole. 

Ogni personaggio, ogni “numero” nel gran teatro del mondo, è delineato nelle sue motivazioni e aspirazioni, che lo rendono emblematico.

Su una trama spesso labirintica ma in fondo semplice, seppure vagamente misteriosa, si dipana la scrittura di Conti, piena di descrizioni dal sapore fiabesco, ma anche di divagazioni storiche, precisazioni tecniche, dialoghi stralunati, bizzarre superstizioni sudamericane, e molto altro ancora. Così come i registri narrativi, con imprevedibili scarti, passano dall’oggettività del cronista al giudizio morale o all’invettiva, dal linguaggio elevato alla parolaccia triviale; mentre la tavolozza svaria dal realismo assoluto all’impressionismo, fino ad assumere sfumature francamente surrealiste.    

Dall’Argentina, il paese “alla fine del mondo” che produce letteratura di altissimo livello (basti ricordare Borges e Cortazar), giunge fino a noi questo inno alla libertà, visionario e poetico, che l’autore ha pagato col suo sangue.

Haroldo Conti – Mascarò – Edizioni Exorma 

Prefazione di Gabriel Garcia Marquez

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