Le Corbusier, un architetto per la musica. Guido Michelone intervista Giuseppe Azzarelli

Dialogo sul progetto multimediale Cité Radieuse (Città radiosa)

La città non è solo un luogo di spazi e di forme ma, inevitabilmente, esprime la sua dimensione anche attraverso i suoni: ogni luogo ha una propria impronta acustica che riflette attività umane, relazioni col mondo e con sé stessi. L’idea di una Cité Radieuse, ideale ed utopistica città nella città, immaginata da Le Corbusier attorno all’Uomo e ai suoi bisogni, mi ha subito affascinato per il suo “umanesimo”, avvicinandomi a un mondo sonoro che possa evidenziare o accennare possibili equilibri emotivi nella poliedricità della città contemporanea.(Giuseppe Azzarelli)

Come nasce il progetto discografico Cité Radieuse ispirato a Le Corbusier?

Come capita per molti progetti artistici tutto nasce da un’incontro, si tratta di situazioni in cui bastano poche parole a convincerti che puoi essere parte di un progetto artistico che si ricollega alla tua poetica e al tuo modo di fare musica. Se penso all’album Cité Radieuse, la prima cosa che mi viene in mente sono le idee di Stefano Meneghetti e il suo modo di raccontarle. Stefano ha concretizzato un progetto musicale costruito attorno a Le Corbusier e alla “Cité Radieuse”, l’Unité d’Habitation di Marsiglia, in un’ottica di creatività “collettiva” che oltre me ha visto partecipi personalità differenti come quelle di Massimiliano Donninelli, Yannick da Re, Cristian Inzerillo e Alessandro Rorato, coinvolti in un processo di arricchimento reciproco. Stefano, che è ideatore e produttore dell’album, aveva inizialmente composto una serie di spunti musicali ciascuno ispirato ad un ideale appartamento di questo complesso residenziale. Per usare le sue parole «gli abitanti di uno stesso edificio vivono a pochi centimetri di distanza, separati da un semplice tramezzo e condividono gli stessi spazi ripetuti di piano in piano, fanno gli stessi gesti nello stesso tempo: aprire il rubinetto, accendere la luce, preparare la tavola. Qualche decina di esistenze simultanee che si ripetono da un piano all’altro, da un edificio all’altro, da una via all’altra. (…) La musica mi ha aiutato a creare mondi paralleli, vicendevolmente abbiamo costruito scenari, storie, vivendo il mondo senza farne parte, come se lo vivessi guardandolo da un finestrino, attraverso un binocolo, un microscopio».

Come hai affrontato da compositore i rapporti su musica e architettura?

DellUnité d’Habitation mi ha da subito attratto il tentativo di creare in architettura un equilibrio tra spazio e materia che fosse misurato attorno all’uomo. L’idea di Le Corbusier è in relazione a proporzioni e connessioni basate sul pensiero, antichissimo, che esistono riferimenti oggettivi, traducibili in numeri, su cui è possibile fondare un equilibrio che costituisce il senso della bellezza, appagante in quanto espressione del Tutto. Cercando di tracciare un parallelismo con la musica, nei ritmi, le melodie, le armonie e nelle forme musicali in cui i suoni sono organizzati, possiamo ritrovare il bisogno di ricondurre ad una dimensione umana ciò che è del Cielo, attraverso una misura che non è più solo dello spazio architettonico, ma anche del tempo musicale. Grazie a queste suggestioni si è concretizzato il mio lavoro di composizione per l’album Cité Radieuse. Nel rispetto del materiale originario di Stefano Meneghetti, ho composto elementi riconducibili, ad esempio, alla sezione aurea e alla serie di Fibonacci, presi come riferimenti numerici che, nel gesto creativo, hanno contribuito a generare relazioni melodiche e strutturali utili alla definizione del materiale e al suo divenire. Il gesto del “porre insieme” tessere sonore eterogenee, unito all’idea di lavoro collettivo, ha trovato spontanea continuità nelle sessioni in studio, dove l’iniziale impronta elettronica è stata gradualmente arricchita dagli apporti di strumenti acustici anche con la pratica dell’improvvisazione. Comporre ha dunque richiesto un lungo lavoro di ascolto e di ricerca di soluzioni che potessero unire le tessere in una serie di affreschi sonori, così come in un edificio coesistono materiali, forme, colori e proporzioni differenti. Ad un anno dall’uscita del disco, pensiamo che il passo successivo sia quella di approdare ad una versione live del progetto.

Quale è la tua idea su quanto realizzato da Le Corbusier per la musica a livello architettonico (es. il padiglione Philips con Xenakis)?

Per rispondere a questa tua domanda penso sia necessario partire  da lontano…..Nella poetica di Le Corbusier il rapporto tra suono e forma è particolarmente significativo, ma credo debba essere inquadrato all’interno di una visione in cui aspetti scientifici, connessi al controllo della componente acustica degli edifici, si fondono ad una concezione metafisica delle forme, capaci di  “trasmettere” le loro qualità nello spazio. Le Corbusier è particolarmente sensibile a questo aspetto: già nel 1911 un’intuizione lo sorprende nel visitare l’Acropoli di Atene, a suo dire capace di “irradiare i suoi effetti fino all’orizzonte”. Molti anni dopo, questa impressione troverà ampio respiro nella stesura dell’articolo “Lo spazio indicibile” in cui Le Corbusier, riferendosi a tutto ciò che ci circonda, dall’ambiente naturale alle opere realizzate dall’uomo, ci rende partecipi del suo sentire. Alcune sue parole sono particolarmente significative: «…il fiore, la pianta, l’albero, la montagna (…) provocano delle risonanze tutt’intorno. Noi ci fermiamo, sensibili a tanto legame naturale; (…) e misuriamo allora che quello che guardiamo irradia». Nel brano dell’album L’espace indicible, in cui il pianoforte è protagonista col suo potere di astrazione, ho voluto “fermarmi” di fronte a questa intuizione, in cui suono e silenzio, come “pieno” e “vuoto”, non sono opposti, ma manifestazione di una stessa origine.

In quali lavori architettonici, secondo te, si riscontrano tutte queste idee?

Si ritrovano in molte opere di Le Corbusier, in particolare mi riferisco alla Cappella di Ronchamp, interamente progettata su una concezione acustica delle forme che potremmo definire un’architettura musicale. Nel 1954, prima che l’edificio fosse ultimato, Le Corbusier chiese a Edgar Varèse di scrivere una musica adatta a questo luogo, ma l’opera non venne mai realizzata. Qualche anno dopo, nel 1958, l’architetto proporrà di affidare a Varèse la composizione della musica per il Padiglione Philips, realizzato in occasione dell’esposizione universale di Bruxelles. Si tratta di  una costruzione avveniristica, progettata da Le Corbusier e Iannis Xenakis, in cui musica, architettura e immagini convivono con lo scopo di proporre, a chi la attraversa, un’esperienza immersiva e multimediale che prenderà il nome di Poème Électronique. Credo che qui Le Corbusier abbia trovato il modo di mettere in pratica l’dea che musica e architettura sono parte di un simbiotico processo comunicativo ed esperienziale. Musica e architettura non hanno senso di esistere senza qualcuno che le abiti. Mi pare significativo che questo luogo, dopo aver risuonato, sia stato smantellato e abbia cessato di esistere.

Il tuo giudizio in generale su Le Corbusier, che anche nei suoi quadri, così come in certi progetti urbanistici, metteva (traslata) in fondo molta musicalità?

Il mio “incontro” con Le Corbusier, in preparazione dell’album Cité Radieuse, è legato soprattutto all’architettura. La sua pittura e la sua scultura, per quello che ho avuto modo di comprendere, penso siano un risvolto della sua poetica, fedele all’idea che l’artista debba essere un uomo “in ascolto” e che l’arte debba essere “per l’uomo”. Questa visione, così semplice, ma non così scontata, richiama ciò che la mia sensibilità riconosce come una possibile via di lavoro. In tal senso il progetto Cité Radieuse non vuole essere un’opera autoreferenziale ma, al contrario, ha cercato di aprirsi alla possibilità di generare relazioni tra mondi musicali e sensibilità differenti. In questa dimensione sento che l’arte e la musica possono avere poco a che fare con i concetti di gradevole o sgradevole, ma hanno più la funzione di richiamarci ad essere in un certo posto in un determinato momento, spogliando di senso le parole “moderno” e “contemporaneo”.

Cité Radieuse

Libro + CD realizzato il 24, ottobre2019

Stefano Meneghetti – Production, Composer and Electronics

Giuseppe Azzarelli – Composer, Piano and Keyboard

Massimiliano Donninelli – Composer and Electronics

Yannick da Re – Percussion

Cristian Inzerillo – Electric bass

Alessandro Rorato – Creative and Sound assembler

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