La “poesia” di Cioni Carpi, libero battitore

di Guido Michelone

Prima di raccontare questa lodevole iniziativa, occorre una premessa quasi di tipo sociologico, fra storia e attualità, onde meglio contestualizzare l’arte e il periodo in cui le si dedica spazio, valore, importanza, fatica, impegno, passione, lavoro, e tempo libero. Il discorso, insomma, cade inevitabilmente sul Covid-19 o Coronavirus, il virus che dal febbraio 2020 sta pesantemente condizionando ogni attività umana.

Anche il mondo della cultura soffre, ma di essa i mass media parlano quasi solo in termini di spettacolo (teatro, concerti, cinema) o di musei, raramente di mostre; eppure, se si dovesse fare il calcolo delle mostre che hanno aperto per pochi giorni, che sono state chiuse per mesi, che hanno fallito l’obiettivo, che sono state progettate ma bloccate all’ultimo minuto, l’elenco sarebbe spaventoso. Per quelle in attesa di riapertura, che hanno goduto di un periodo più o meno breve di fruizione pubblica, esistono da un lato la visita in remoto (ovvero con l’elettronico), dall’altro il catalogo (spesso in cartaceo), che da sempre risulta uno strumento cognitivo indispensabile anche a futura memoria. 

La mostra Cioni Carpi della serie L’avventura dell’arte nuova Anni 60-80, a cura di Angela Madesani, che si tiene dal 3 ottobre 2020 al 6 gennaio 2011 presso la Fondazione Ragghianti di Lucca – assieme a quella altrettanto significativa riguardante il più giovane Gianni Melotti – grazie al sostegno della Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti -, merita qualcosa di più di una normale segnalazione anche perché l’artista omaggiato – il milanese Cioni Carpi, appunto, al secolo Eugenio Carpi de’ Resmini, 1923-2011 – rappresenta un unicum nel panorama creativo italiano del secondo Novecento. Egli stesso è addirittura il primo a essere consapevole della propria singolarità, quando in una memoria scritta in terza persona (e posta quale biografia a fine catalogo) scrive: “Fin dall’inizio Carpi non vuole essere associato a nessuna corrente. Durante il suo cammino artistico dall’inizio degli anni Cinquanta a tutti gli anni Ottanta, Carpi è stato, infatti, un libero battitore, difficilmente ascrivibile a gruppi o movimenti”.

I soli artisti citati sono pochi: anzitutto il padre pittore Aldo Carpi (direttore fra l’altro dell’Accademia di Brera a Milano), dal quale si allontana alla volta di Parigi e poi di Haiti e Canada onde sfuggire alle eventuali influenze stilistiche; il fratello minore Paolo, prematuramente scomparso in un lager nazista; l’altro fratello Fiorenzo musicista, con il quale collaborerà in teatro come scenografo; il mimo Jacques Lecop, che gli fa da maestro in un’arte da lui sovente adoperata; la regista ed etnologa Maya Deren, che lo instraderà anche verso il film sperimentale. Infatti l’attività di Cioni è poliedrica, con l’utilizzo di svariati linguaggi espressivi: pittura, fotografia, cinema, performance, tecniche miste; benché egli detesti etichette o classificazioni, la sua arte è inquadrabile nel clima neovanguardista postbellico, che partendo dallo spazialismo di Lucio Fontana e dall’informale di Alberto Burri, approda al neodada e al concettuale dei primi Sixties (dove il concitano Piero Manzoni è l’antieroe conclamato), non senza strascichi fino all’arte povera e alla foto analitica del decennio successivo.

Tuttavia, ancora una volta, Cioni rifugge dagli incasellamenti: quando nel 1981, durante un lungo viaggio in tutto il Nord America, in totale isolamento, inizia un nuovo ciclo pittorico , onde effettuare una sintesi delle proprie ricerche (e scoperte) durante tre lunghi decenni, si limita a dire che vuole fissare “momenti di situazioni fantastiche generate dal rapporto ineffabile tra l’uno e i molti, tra l’io e l’altro da sé, rapporto comune a tutti,indipendentemente dal livello di coscienza che ognuno di noi può averne”.

E a differenza di quasi tutti gli avanguardisti di quel periodo, Carpi, libero battitore, non offre analisi o letture, ma invita i fruitori a osservare in piena libertà: “Proprio per l’assenza di qualsiasi possibilità di spiegazioni aneddotiche, viene lasciato a chi guarda il più ampio margine di interpretazione, fino alla reinvenzione dell’opera stessa o al ribaltamento dei propri siti originari e dei significati inconsci trasposti in forma visibile dall’autore sulla superficie della tela o della carta. Si tratta di lavori altamente comunicativi sia per la totale libertà pittorica e tecnica, sia per quella dei modi espressivi impiegati, dove passato e ‘futuro’ appaiono ugualmente disponibili”.

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