Lirico terapia. Fina García Marruz, Il tramonto

Quando eravamo piccoli

scoprimmo una sera sulla nostra terrazza avanera 

il tramonto splendido del sole.

E tutte le sere correvamo a vederlo.

Correvamo su per la scala a chiocciola, buia,

tiravamo per il braccio gli adulti:

“Correte, correte, il tramonto,

il tramonto!”.

E lui, vanitoso,

come un’attrice avanti con gli anni

che si facesse ammirare da uno studente,

si imbellettava e ardeva per noi,

sperperava cataratte ignee, esagerava,

non sapeva che fare per sedurci.

A volte, variava i suoi artifici,

le sue cadute e impennate dell’arancio, 

per inabissarci in violetti profondi,

come una cava che avesse divorato un palazzo.

Io credo che a lui piacesse il nostro gioco.

Io credo che il sole ci amasse allora,

noi, i bambini.

Fina Garcìa Marruz fece parte di un gruppo di poeti cubani della metà del Novecento, raccolti attorno alla rivista Orìgines, orientata a una lirica che superasse le ideologie contingenti per riallacciarsi a un respiro più ampio, creaturale, quasi fuori del tempo. Una poetica che nei versi proposti appare chiaramente. 

“Quando eravamo piccoli”: è noto a tutti lo spessore fantastico dell’infanzia, il vedere le cose come per la prima volta, tanto raccomandato da Rainer Maria Rilke in quel capolavoro che è Lettere a un giovane poeta.

“Scoprimmo”: è proprio di questo sguardo ingenuo lo scoprire, il meravigliarsi, l’ammirare, che, come ormai sappiamo, è il presupposto di ogni vera conoscenza. Vivere con questa predisposizione salva dal pericolo mortale che può essere, a volte, l’abitudine.

“E tutte le sere correvamo a vederlo”: lo stato permanente di meraviglia permette di ripetere un atto senza che diventi ripetitivo: è il segreto delle relazioni autentiche, profonde, dove l’incontro non è mai motivo di stanchezza.

“Tiravamo per il braccio gli adulti”: si intravede, qui, la differenza dello sguardo del bambino e dell’adulto, il quale ha bisogno di essere “tirato”, trascinato a vedere qualcosa che ritiene già visto, conosciuto.

“E lui, vanitoso…”: segue una straordinaria descrizione antropomorfica del tramonto, avvertito come particolarmente sensibile a questa inedita attenzione.

“Io credo che il sole ci amasse allora,

noi, i bambini”: il senso della poesia è tutto in queste ultime parole. Solo inseriti nell’amore che penetra tutta la creazione ci sentiamo a casa: ecco perché Gesù raccomanda fortemente di tornare come bambini, assaporando la gioia di condividere col Padre ogni realtà.

Un pensiero su “Lirico terapia. Fina García Marruz, Il tramonto

  1. S&R

    Molto commovente! tocca la corda più profonda del cuore, quel sentimento di “paradiso perduto” che, in fondo, inabita l’animo di ogni essere umano, che lo si percepisca in modo esplicito o meno.

    "Mi piace"

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