Monica Pezzella, “Binari”

Recensione di Francesco Improta

Monica Pezzella, Binari, TerraRossa Edizioni, 2020

Si tratta dell’esordio narrativo di Monica Pezzella, traduttrice e editor, originaria del salernitano e trapiantata a Roma, dove, dopo diverse collaborazioni a case editrici e riviste on line, nel 2019 ha fondato la rivista di scrittura verticale, Sulla quarta corda. Ed è su questa rivista che, a mio avviso, occorre soffermarsi per capire qualcosa di più dell’autrice e del suo racconto estremamente originale. Cosa intende la Pezzella per scrittura verticale? La capacità di superare il limite, di andare oltre e mettersi a nudo completamente, senza remore e senza infingimenti, di violentarsi e di violentare il lettore e, più in generale, la mercificazione culturale dei nostri giorni e l’atrofia intellettuale che connota buona parte dei nostri scrittori o presunti tali. Non è un caso che su questa rivista abbia trovato spazio e cittadinanza un’opera rivoluzionaria come Galleggiamento di Luca Perrone. Non meraviglia, quindi, l’incontro predestinato e proficuo con TerraRossa, una giovane casa editrice, che si propone di pubblicare, nella collana Sperimentali, solo quegli autori che non considerano la narrazione come semplice intrattenimento, e non mirano a compiacere il lettore medio ma pre­feriscono sfidarlo o quanto meno provocarlo, attraverso uno stile decisamente personale e originale.

Dopo questa doverosa premessa passiamo a una disamina di Binari (TerraRossa Edizioni, 13 €). Già a livello strutturale il racconto si presenta in maniera inconsueta diviso in quattro parti secondo uno schema rovesciato: fine, prima, dopo e inizio, o leggendo al contrario inizio, dopo, prima e fine quasi a voler ribaltare un ordine cronologico decisamente convenzionale. Le cose sono, accadono, si accavallano e si confondono, si dilatano nella memoria, si restringono nel racconto e il tempo elastico si allunga e si accorcia. Non ci sono indicazioni cronologiche e allo stesso modo mancano riferimenti spaziali: una casa, alla periferia di una città non meglio identificata, che si affaccia sulla campagna, su un duplice filare di aceri; un motel dall’insegna luminosa con la prima lettera spenta e lo sfrigolio del neon che fa quasi da antifona e introduce il racconto, un racconto privo di uno sviluppo lineare e coerente. La mancanza di nomi rimanda a un nulla che rispecchia il cuore di un mondo allo sbando, di una società malata. Come non pensare ai noir americani degli anni Quaranta e infatti la Pezzella non disdegna la tecnica cinematografica, facendo uso di sapienti movimenti di macchina per intrappolare e isolare i personaggi, ripresi ora in totale ora attraverso alcuni particolari o dettagli. I personaggi sono due e hanno lo stesso spessore e la medesima presenza (manca, cioè, quello che convenzionalmente è considerato il protagonista) Marcel, un architetto che viene dal contado, e Ale di qualche anno più giovane, atletico e affascinante che proviene dalla città, e che agli occhi di Marcel rappresenta la città con i suoi vizi e le sue contraddizioni. Intorno a loro personaggi di contorno: Anne, Vittoria, una vecchia senza nome e altri indicati solo con una lettera dell’alfabeto F., B. e S. Su tutti una Voce astratta non meglio definita che funge da Io narrante, che partecipa emotivamente alle vicende, le monta, le smonta e le rimonta, invenzione originalissima dell’autrice suggestiva e inquietante al tempo stesso. Il racconto è tutto in analessi. Si ricorda l’abitudinaria esistenza di Marcel, tra lavoro, casa e qualche sparuta e poco gratificante esperienza sessuale prima dell’incontro con Ale e della loro appassionata relazione. Ale probabilmente vede in Marcel un rifugio, un porto sicuro e uno sfogo alla sua prorompente e insaziabile sessualità, che in città dispensava a donne e uomini generosi. Intravede anche la possibilità di sentirsi normale vista la propensione di Marcel per le simmetrie delle linee e per l’armonia delle proporzioni, anche se con la frequentazione di Ale la vita dell’architetto si riduce a una serie di segmenti e di spezzoni. Marcel è colpito e ossessionato dalla spudoratezza, dall’imponenza sfacciata e dalla fisicità di Ale. Sesso e amore, congiunti o disgiunti, sono al centro di questa vicenda come testimoniano le tante scene di sesso descritte con dovizia di particolari e in maniera prevalentemente cruda e violenta mentre l’amore è oggetto di una lunga quanto sterile riflessione durante un congresso di architetti che mi ha richiamato alla mente IL Simposio di Platone e alla lontana il congresso dei dentisti/dantisti in Uccellacci uccellini di Pier Paolo Pasolini. Ci si interroga, infatti, sul senso dell’amore senza trovare una definizione convincente (desiderio, eros, attrazione, illusione, mito, utopia o mistero) fino a giungere alla conclusione che l’amore è indefinibile e, quindi, può essere espresso solo in maniera tautologica.

Lo stile è personalissimo e inquietante: a livello sintattico il periodare tende a spezzarsi di continuo per il sopraggiungere di un’idea o di un’immagine che non ammette di essere ritardata, i dialoghi sono ridotti al minimo a differenza del racconto, La discarica, pubblicato da Monica Pezzella su la Nazione Indiana dove sono la misura stessa della scrittura; la punteggiatura spesso latita e accostando un termine all’altro si viene a creare una gremitezza oggettuale da cui il lettore si sente sommerso e disorientato, come nel brano che segue:

     Marcel rientrò molto tardi con l’ombrello il tubo per i rotoli di carta da schizzi la borsa con i taccuini a pagine bianche matite carboncini pennini mine penne a inchiostro liquido metro scalimetro misuratore laser macchina fotografica una stecca di diapositive che avrebbe dovuto lasciare all’università ma si era riportato indietro per sbaglio.

Questa congerie di oggetti non solo conferma la predilezione della Pezzella per una scrittura per accumulo e non per sottrazione ma rivela anche la reificazione dell’uomo nella attuale società dove ci si circonda di oggetti non solo per rispondere agli input che ci vengono dal mercato ma anche, probabilmente, per sopperire o lenire quella solitudine che è la nostra condizione abituale.

La scrittura dell’autrice varia continuamente e questa è un’altra sua specifica peculiarità, valga come esempio questa bellissima descrizione, dove prevalgono la ripetizione concettuale e lessicale, la tendenza a ribadire, a rimarcare un’idea con cui mi piace concludere queste brevi considerazioni:

   Più avanti molto più avanti è una di quelle ore tra mattina e pomeriggio in cui il malessere è sospeso nell’aria. Anche l’aria si agita, smania, è tesa. La primavera dà tutto e toglie di più. L’ha sempre odiata. È nudo sopra il lenzuolo perché si sente avvampare. Quando Ale lo sfiora con le labbra, le labbra di Ale non toccano la sua pelle ma la febbre che gli formicola addosso, irritano ogni parte già esulcerata in un corpo tutto esulcerato.  Dalla sua pelle, le labbra di Ale sono lontane anni luce, una dimensione altrove. Sta pensando un pensiero assillante. O me la togli o te ne vai perché sei insopportabile ma vedi di togliermela e non andartene vedi di non andartene. Dopo non ci sarebbe stato più il desiderio. Ci sarebbe stata la stanchezza.

Quella stanchezza che non proverà di sicuro il lettore dinanzi a un’opera così interessante e coinvolgente, come degne di attenzione sono, a mio avviso, le iniziative della casa editrice TerraRossa e il programma della rivista Sulla quarta corda.

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