Raffaela Fazio intervista Sonia Caporossi

Foto di Dino Ignani

Sonia, ti occupi di diverse cose, senza rientrare per fortuna nella categoria dei “tuttologi”, perché vai a fondo dei tuoi interessi e perché hai gli strumenti necessari per sviluppare un pensiero critico e originale. A proposito di pensiero critico, cosa occorre a tuo parere coltivare e cosa occorre evitare per rimanere lucidi e onesti intellettualmente?

Mi piace parlare in termini di “critica impura”, che è quell’atteggiamento attraverso cui il critico letterario riesce a guardare ai fatti culturali in genere, e di poesia in particolare, badando più al testo che al contesto (o al nome dello scrittore e del poeta di turno…). Occorre, secondo me, tornare al testo e alla critica testuale coi suoi strumenti privilegiati d’indagine, per sfrondare l’opera da “tutto ciò che le gira intorno” (nel senso di tutto ciò che esula dalla dimensione estetica, cadendo così inevitabilmente nella sociologia dei processi culturali). A mio parere, inoltre, una buona dose di studi filosofici non farebbe male ai critici, così come ampliare le letture oltre le preferenze personali non farebbe male ai poeti. La lucidità è quella forma mentis con cui analizzi la realtà da dietro la maschera indossata dai ruoli e dalle aspettative dell’universo circostante, allo stesso modo in cui l’onestà si rende esplicita quando riesci a dire a un amico, in modo assolutamente assertivo, che il suo ultimo libro non ti piace, argomentando perché senza che lui se la prenda.

Chiunque ti conosce, sa che il confronto con te è stimolante. Ricordo una delle nostre prime discussioni sulla poesia, campo in cui non sempre il nostro gusto estetico coincide. Cosa ricerchi (se ricerchi qualcosa) nella poesia che leggi? E cosa è alla base della tua scrittura poetica?

Parto dal presupposto (teoretico-estetico e di gusto: non sono la stessa cosa) che una poesia si differenzia dalla prosa per la forma, con la quale non si deve intendere il mero aspetto tecnico-formale, bensì la sostanza retrostante al poetico in quanto tale: il contenuto di un testo poetico, infatti, può essere qualsiasi cosa, dalla più elevata alla più banale, dalla più specializzata alla più comune, ed è il modo in cui si informa (cioè la modalità in cui il poeta le dà forma) che rende quel contenuto poesia. Quando ciò avviene, di fatto, forma e contenuto divengono la stessa cosa, in perfetta adesione e coestensione. L’opera d’arte più o meno riuscita (in tutte le espressioni artistiche, non soltanto in poesia) nasce dalla fusione più o meno compiuta di forma e contenuto. Alla base della mia scrittura poetica, oltre a questo principio, c’è una ricerca linguistico-espressiva che si estrinseca anche attraverso il significante (posizionamenti, slittamenti, sfasature, segni grafici e di interpunzione, ad esempio). Attraverso espedienti metaverbali e accostamenti semantici azzardati cerco di dire ciò che spesso non si può dire, l’ineffabile retrostante al sentimento e allo stato d’animo, tentativo che ho perseguito specialmente nel mio Taccuino dell’urlo (Marco Saya 2020). La mia attitudine, inutile negarlo, è filosofica. Ma non ricerco necessariamente la medesima complessità nella poesia degli altri: anzi, sono molto aperta a tutte le forme di espressione, dalla più lirica alla più sperimentale, considerandole ognuna funzionale alle esigenze comunicative del poeta.

Come si rapporta la tua scrittura poetica alla tua scrittura in prosa? Qual è la differenza tra le due, ovviamente non a livello formale, ma a livello di intenti e di matrice?

Rispetto alla mia scrittura poetica, quando scrivo un racconto o un romanzo mi attengo a uno stile decisamente neobarocco e neomassimalistico. Come ho detto più volte nel corso degli anni, gli autori della mia sacra Trimurti sono Gadda, Morselli e Manganelli. Nella ricerca di una via di comunicazione preferisco la pagina concettualmente e stilisticamente densa, ipertrofica, ricolma di sostanza aggettivale e nominale, di ipotassi sequenziale e di pathos. La poesia è la mia dimensione sincera, quella in cui, più o meno scopertamente, mi metto volontariamente a nudo; la prosa invece per me incarna il principio manganelliano della “letteratura come menzogna”, che fa pendant con quello di Picasso: “l’arte è la menzogna che ci permette di conoscere la verità”. Ciò non esclude che ci sia molto di mio nei personaggi che tratteggio. Prediligo in prosa la forma del monologo in prima persona (che ha i suoi referenti immediati, per me, nella Yourcenar di Fuochi come anche nei Ricordi del Sottosuolo di Dostoevskij). I personaggi, che traggo dalla storia dell’arte, della letteratura, della filosofia, svolgono un doppio ruolo di esemplificazione della natura dell’animo umano e, attraverso l’abituale processo di autorispecchiamento del lettore, hanno anche la funzione catartica di indurre alla riflessione il lettore stesso sulle contraddizioni e le idiosincrasie del mondo contemporaneo. Quindi, potrei affermare che la poesia è per me la mia catarsi, mentre la prosa offre il medesimo processo di catarsi a qualcun altro, in un circolo infinito di rimandi tra autore e lettore. Questo processo l’ho ricercato sia nella mia prima raccolta di racconti Opus Metachronicum (Corrimano 2014) sia nel romanzo successivo Hypnerotomachia Ulixis (Carteggi Letterari 2019).

Qual è il poeta (se tu ne potessi indicare solo uno) a cui regaleresti la P maiuscola?

Dipende: se devo indicare colui che per me è il massimo poeta di ogni tempo, sicuramente risponderei Publio Virgilio Marone, nella poesia del quale vige quel principio di coestensione perfetta tra forma e contenuto di cui parlavo sopra; nel Novecento, ti direi, per il suo geniale scarto di senso e significato, Dino Campana; tra gli ultracontemporanei non mi pronuncerei ancora, essendo io per principio restia a dare definizioni assolute di un fenomeno ancora in atto, nel pieno del suo svolgimento effettuale.

E se potessi invitare a cena solo tre filosofi, di qualsiasi epoca storica (anche se è strano parlare di cene in questo periodo!), chi sceglieresti?

A tavola posizionerei uno di fronte all’altro sicuramente Hegel e Nietzsche, per vederli litigare e andare alle mani!; seduto vicino a me metterei Wittgenstein, col quale ignorerei gli altri due e mi chiuderei in un dialogo sferzante e serratissimo sulla possibilità estetica e logica dell’esperienza in genere. Ovviamente, a capotavola, osserverebbe con sommo gusto tutta la scena Emilio Garroni, colui che considero il mio indimenticato maestro. Ho sforato coi posti, lo so, ma saremmo sempre in meno di sei, rientreremmo ancora nel blando alveo delle concessioni del DPCM anti-Covid!…

Ultima domanda. In questo momento particolare, quale brano musicale, tra il numero infinito di canzoni che ami, ci consiglieresti di ascoltare e perché?

Beh, ne ho parlato anche recentemente in una puntata di Moonstone, la mia trasmissione radiofonica di musica alternativa che va in onda ogni lunedì sera su NorthStar WebRadio; per il suo significato catartico ed esplosivo che spero sia di buon auspicio per il prossimo anno, direi proprio una canzone di “resistenza umana” come Blow up the outside world dei Soundgarden.

***
Sonia Caporossi (Tivoli, 1973) è musicista, poetessa, prosatrice, critica letteraria e saggista. I suoi ultimi libri sono il saggio critico Le nostre (de)posizioni. Pesi e contrappesi nella poesia contemporanea emiliano-romagnola, con E. Campi, Bonanno, Acireale 2020; la curatela su G. Leopardi, L’infinita solitudine. Antologia ragionata delle poesie, Marco Saya 2020; la silloge poetica Taccuino dell’urlo, Marco Saya 2020, finalista al Premio Montano 2020. Dirige per Marco Saya Edizioni la collana di classici italiani e stranieri La Costante Di Fidia. Dirige inoltre i blog Critica Impura, Poesia Ultracontemporanea, disartrofonie e conduce su NorthStar WebRadio la trasmissione Moonstone: suoni e rumori del vecchio e del nuovo millennio. Vive e lavora nei pressi di Roma. 

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