Alessandro Gianetti, “La ragazza andalusa”

Introduzione e intervista di Giovanni Agnoloni

Alessandro Gianetti, La ragazza andalusa, Arkadia Editore, 2020

La storia di un italiano trapiantato a Madrid e impegnato in una coscienziosa esplorazione dei locali della movida della capitale spagnola diventa l’innesco di un duetto amoroso e linguistico tra lui e una ragazza sivigliana dal carattere particolare, che, in un brioso e rocambolesco gioco di attrazione magnetica, lo porta a viaggiare verso il cuore della cultura andalusa. Questo il “succo” del romanzo di Alessandro Gianetti La ragazza andalusa, edito da Arkadia per la collana “Senza rotta”, e appena uscito. In questa intervista cerco di scendere più in profondità nel suo lavoro.


 

La ragazza andalusa è un romanzo impregnato dell’anima festante spagnola. In questo senso, dà un contributo speciale a una collana di Arkadia imperniata sui luoghi come “Senza rotta”, e allude anche a quanto più ci manca in questa fase di restrizioni: la socialità e la possibilità di viaggiare. Ci puoi parlare del percorso che ha intriso la tua ispirazione di questo mondo?

Sì, è un romanzo in completa antitesi con ciò che stiamo vivendo, come la vita in Spagna prima di questa crisi. In tal senso, la collana Senza Rotta è un luogo ideale. Non si può concepire la Spagna senza fiesta, ma non sopravvaluterei questo aspetto, che esiste, ma non è l’unico ed ha anche il suo rovescio. Nel mio libro cerco di ridare uno sguardo diverso da quello del viaggiatore occasionale, anche perché in Spagna ci vivo da anni. Volevo rendere le diverse sfaccettature della Spagna, e per ossigenare la narrazione ho attraversato le terre dell’Andalusia e dell’Estremadura, che sono molto poco conosciute, per arrivare fino in Portogallo. Credo in effetti che la narrazione sia molto legata ai luoghi. C’è una frase in Inverno a Lisbona, di Antonio Muñoz Molina, che rende meglio l’idea di quanto possa fare io: “Erano nati fuggiaschi, e avevano sempre amato i film, la musica e le città straniere, come se dovessero preparare in quelle pellicole, in quei suoni e in quelle città lontane le basi remote per la loro prossima diserzione, per la loro indifferibile fuga”. I luoghi sono spesso dei richiami a cui non siamo capaci di resistere, emettono un canto di sirena.

– Un altro tratto tipico del carattere degli spagnoli è la passionalità, qui presentata sub specie dell’eccentricità bizzosa della protagonista, a confronto con la galanteria e il romanticismo del tuo “alter ego” letterario italiano. Quanto il tuo libro è una storia d’amore e quanto, invece, un confronto tra due mondi “cugini” tra loro, ma diversi?

I miei protagonisti sono costretti a viaggiare per vedersi, a confrontarsi per capirsi, dato che partono da punti di partenza territoriali, culturali e linguistici molto diversi. La loro storia è un esperimento: possono davvero arrivare a capirsi due persone così lontane tra loro? Credo che senza l’amore non ci avrebbero nemmeno provato, ma la risposta risiede nei linguaggi universali che conosciamo: l’arte e il corpo. Per questo i miei due personaggi ascoltano musica in continuazione e si esplorano usando i corpi come metafore. La lingua occasiona spesso dei malintesi, delle incomprensioni, tra di loro.

– Nella vicenda narrata nel tuo romanzo pare potersi leggere, in controluce, parte del tuo percorso di vita. Non ti farò la solita, scontata domanda se si tratti di un libro autobiografico. Però m’interessa sapere, soprattutto da un collega traduttore come te, come sei riuscito a tradurre elementi presi dalla tua vita nel linguaggio della narrazione.

Ti risponderò con le parole del protagonista: “Ognuno ha le proprie deformazioni professionali, e io, in fin dei conti, ero un traduttore. A volte cercavo di tradurla. Non le singole frasi che diceva: cercavo di tradurre lei, quella ragazza, tutta intera”. Quando conosciamo persone che parlano una lingua diversa, il nostro universo di riferimento cambia. Non abbiamo pregiudizi, quelle preziose prevenzioni che usiamo per interpretare le persone. Diventiamo di nuovo bambini, che si sentono attratti da tutto, perché è tutto nuovo ai loro occhi, specialmente se siamo immersi in un paese straniero. Questo ci rende più liberti, certo, ma anche più vulnerabili. È per questo che il protagonista, sentendosi attratto e intimidito dal mistero che vorrebbe decifrare, cerca di riportarlo sul terreno che conosce meglio, quello delle parole italiane. È un meccanismo di difesa che ha a che fare con la relazione tra le parole e il significato, tra il linguaggio e il suo contesto di riferimento. Naturalmente, come ogni tentativo di decifrare il mistero, fallisce.

– Un altro tratto che mi affascina è il dialogo/contrasto tra l’istituzionalità aperta e festaiola della capitale spagnola e l’anima andalusa, con elementi arabi e gitani, di Siviglia. Quanto la distanza (e il tentativo di ridurla) tra l’io narrante (l’italiano trapiantato a Madrid) e la sua capricciosa lei sivigliana rispecchia quella, geografica e antropologica, tra il cuore politico della Spagna e la principale città del suo Sud?

Madrid è una metropoli, e come tutte le metropoli è un po’ caso a parte. Esalta alcuni aspetti del carattere spagnolo e al tempo stesso li diluisce. È come se aprisse i barattoli che contengono le essenze dei caratteri regionali e le spargesse per aria. Il profumo che ne viene fuori è diverso da quello contenuto nei singoli barattoli. Siviglia invece è una città gelosa dei propri colori e dei propri profumi, primo fra tutti quello degli alberi di arancio, che si diffonde in ogni strada. In spagnolo quel profumo si chiama azahar, una parola di chiara origine araba. Poi c’è la presenza della cultura gitana, la cui espressione più bella e conosciuta è il flamenco, una musica dolorosa e profonda. A Madrid per ascoltare il flamenco devi entrare in determinati locali, a Siviglia invece ti può capitare di ascoltarlo per strada, in un bar dove restano gli ultimi clienti. È una musica che fa parte della vita delle persone.

– Si può affermare che La ragazza andalusa riflette un tema sensibile della contemporaneità europea, cioè quell’interazione culturale, professionale e affettiva che tanti fattori congiunti oggi sembrano provare a mettere in discussione (anche se non ci riusciranno)?

Ricordo che da studente ero determinato a capire i caratteri di questa contemporaneità, quale società ci attendesse, cosa fosse ciò che mi avvolgeva. Per questo andai a Bruxelles per studiare la Società dell’informazione. Ho capito di voler restare in giro per il mondo quando misi a fuoco che la parte migliore della contemporaneità era proprio l’apertura verso le altre culture, la possibilità di andare verso le terre degli altri, in spazi lontani, e quando lo spazio cambia, anche il tempo lo fa. La Spagna in cui arrivai somigliava molto, per certi versi, all’Italia degli anni Sessanta. Aveva una fiducia in sé stessa e una spregiudicatezza che adesso si è attenuata. Non credo si debba rimettere in discussione proprio questo, a fronte di una società che sta diventando al contrario sempre più provinciale, più chiusa e controllata. Siamo cresciuti con un’idea di progresso che è entrata in crisi, e credo si debba stare attenti a considerare impossibile una regressione, che in parte è già avvenuta.

– Un’ultima domanda: quanto ti senti madrileno, quanto sivigliano e quanto fiorentino?

Credo che l’influenza di una città, di una cultura o di una lingua sulla personalità di ognuno di noi dipenda in gran parte dall’età in cui ci entriamo in contatto. Mi sento fiorentino perché c’è tutta una parte della mia vita che è legata a Firenze, e che anzi alimento quanto più possibile, benché viva all’estero. Cerco sempre di trascorrere lunghi periodi nella mia città di nascita, e in questo periodo sto soffrendo la lontananza forzosa a cui sono costretto, come tante altre persone. A Madrid, arrivai in una fase della mia vita adulta ancora incipiente, e mi trovò permeabile all’assimilazione del suo carattere, aperto ed energico. Mi piacque subito e so che senza aver vissuto a Madrid sarei molto diverso da come sono adesso. Mi succede la stessa cosa con Bruxelles, anche se ci ho vissuto solo pochi mesi. A Siviglia invece sono arrivato quando ormai mi ero formato, ero già stratificato, per così dire, quindi lo strato sivigliano si è sommato a un cumulo di reperti autobiografici già consistente. Diciamo che è la città della maturità, in cui, forse non a caso, ho scritto un romanzo invece di perdermi per le vie. Continuo a perdermi, intendiamoci, ma ormai mi ritrovo sempre, per mia sfortuna, dietro l’angolo.

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