“Berretti Erasmus”: intervista a Giovanni Agnoloni

Intervista di Alessandro Gianetti

In Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa, di Giovanni Agnoloni, appena uscito per Fusta Editore, uno studente di Legge partecipa al celebre progetto inter-universitario europeo e parte per l’Inghilterra, dove capirà che il suo destino è legato all’altrove. Si dedica dunque a una professione – principalmente quella di traduttore, cui unisce sempre più l’attività di scrittore – che continuerà a chiedergli di spostarsi. I ciclici ritorni nell’amata-odiata Firenze saranno fonte di ossigeno ma anche di sofferenza, perché là, in special modo nel Nord dell’Europa e lungo le sue propaggini orientali, inizierà a nascondersi il senso della sua vita. È un libro fatto di episodi in gran parte autobiografici, esplorazioni e lavori nel Regno Unito, Olanda, Lituania, Irlanda, Polonia e altri luoghi ancora. Il protagonista vi conoscerà anche l’amore, e lo vivrà tutto: sino a che questa ragazza che sarebbe dovuta diventare sua moglie, a nozze già fissate, non morirà in un incidente stradale. Il destino che credeva di aver in qualche modo piegato, presenta il conto all’improvviso. Allora tutto, tutto il vissuto e tutto ciò che resta da vivere, assume un significato altro, nuovo. Ed è forse proprio per questo che chiede di essere raccontato, messo nero su bianco.

Il tuo nuovo libro, Berretti Erasmusracconta esperienze legate alla scoperta di luoghi e persone molto diversi. Descrivi anche il cambiamento che si ravvisa una volta che si è abitato altrove. Come credi siano cambiate la tua vita e il tuo modo di scrivere in seguito alla partenza? 

In un certo senso, la mia scrittura è nata insieme al mio viaggiare. Ho iniziato a dedicarmici praticamente in contemporanea con il mio primo soggiorno lontano da casa, per una vacanza-studio in Irlanda, ormai 23 anni fa, e da allora non si è più fermato. La mia persona, sia in senso intellettivo, sia in senso emozionale, si è ampliata radicalmente e incessantemente, acquisendo risonanza e profondità con una progressione a volte dolorosa, ma quasi sempre entusiasmante. Il mondo dell’altro(ve) è tutto ciò che s’incontra lungo un percorso consonante con la propria vocazione. Non è un girovagare a casaccio, ma un seguire un richiamo che di volta in volta si individua e indirizza verso un luogo o una persona in particolare. Oggi riesco a veicolare molto di più attraverso le parole, perché questo Viaggio mi ha portato a perdere qualunque pudore o riserva mentale, “freni” che prima avevo, nell’espressione letteraria.

L’Erasmus è certamente uno degli aspetti più positivi dell’integrazione europea, e tu stesso scrivi nel libro che hai adottato una “modalità Erasmus” per viaggiare. Quale credi che siano gli effetti di quel programma su una società che mostra oggi inquietanti segnali di chiusura su se stessa?

Precisamente quelli che vanno in senso contrario rispetto a tale allarmante tendenza, alimentata da un uso acritico e autoreferenziale dei mezzi di comunicazione tecnologica, e in particolare dei social media (tra l’altro, aggravatosi in questa fase pandemica). Viaggiare con la curiosità e la disponibilità mentale che l’esperienza dell’Erasmus insegna – per lo meno, se non si limita a gloriose “ciucche” nei locali di mezza Europa – porta da una parte a fare i conti con se stessi, con chi si è veramente e con quello che si desidera diventare, e dall’altro a (ri)conoscere l’altro, a interessarsi alla sua lingua, alla sua cultura e allo spiritus loci di ogni singolo paese verso cui ci si sente attratti. Trasmette una caratteristica vibrazione interiore, virtuosamente dissonante rispetto alla claustrofobica riduzione a monadi che il dire sterilmente “Io!” sui social media induce.

Per te il viaggio è ormai una dimensione naturale. Come accadeva nel tuo precedente romanzo, Viale dei Silenzi (Arkadia Editore, 2019), la narrazione prende per mano il lettore e lo trasporta in luoghi aperti, imprevedibili e cosmopoliti. Come riesci a tradurre quelle esperienze così vitali sulla pagina, e perché senti la necessità di farlo?

Il come è difficile da spiegare. E’ un lavoro in gran parte pre-letterario, una sorta di alchimia interiore, per cui le esperienze che ho vissuto in giro per il mondo e i nodi interiori che ho dentro di me entrano in contatto e cominciano a reagire, sciogliendosi e dando vita a composti e miscele magneticamente risonanti. Questi, poi, a un tratto, a partire da uno spunto a volte perfino banale (una frase, un suono un altro tipo di percezione), suggeriscono un percorso poetico-narrativo (a volte schiettamente autobiografico, come in Berretti Erasmus, altre solo remotamente ricollegato a situazioni vissute, come nel romanzo psicologico Viale dei silenzi, peraltro ambientato tra Polonia e Irlanda, due paesi toccati anche nei Berretti). Quanto al perché, credo che sia la risposta comune a ogni tipo di espressione artistica: una profonda e ineludibile esigenza di espressione e comunicazione – il rendersi “voce” capace di trasmettere qualcosa che viene da luoghi più alti e profondi, da prima e forse perfino da dopo. Insomma, una necessità di natura sostanzialmente spirituale.

In una pagina di Berretti Erasmus, mentre descrivi un emporio indiano in cui facevi la spesa in Inghilterra, dici di esserti sentito “più vicino al cuore del mondo”. Perché?

In quell’episodio faccio riferimento a una famiglia indiana che aveva una drogheria vicino al campus universitario a Leicester, che non solo mi aveva sconsigliato di comprare prodotti troppo costosi, ma si era offerta di portarmeli a casa gratis, perché le buste erano pesanti. Con quell’espressione volevo dire che viaggiando possiamo incrociare piccoli ma autentici miracoli di umanità, sempre più rari nel mondo cinico di oggi. Impariamo così a spogliarci di qualunque orpello formalistico e a essere cuori pulsanti e consonanti con il ritmo profondo e viscerale del mondo, che è sempre e comunque amore e apertura. Alla faccia di tante pose a ganzi (per dirla in fiorentino) del mondo social di oggi, che peraltro al tempo del mio Erasmus inglese non esisteva neppure.

Mi pare che la passione per le lingue straniere non ti abbia più abbandonato, dopo i tuoi primi spostamenti. Quanto hanno influito i viaggi sul tuo lavoro di traduttore, che compagini con la tua attività di scrittore?

Hanno avuto e hanno un’influenza determinante. Al tempo dell’Erasmus, nel 2000, parlavo solo inglese e un po’ di spagnolo e portoghese. In seguito ho aggiunto il francese e il polacco (quest’ultimo, anche e soprattutto per amore). Una delle mie residenze letterarie all’estero, quella di cui parlo nell’ultimo capitolo di Berretti Erasmus, mi ha portato a interessarmi allo svedese, che sto tuttora studiando. Insomma, oggi non sarei un traduttore, se non fossi stato e non fossi ancora un viaggiatore in spirito Erasmus. Il tutto, anche qui, nasce dalle esperienze. Ti senti attratto dalle sonorità di una lingua un po’ come un musicista in erba prova una fascinazione particolare per la timbrica di uno strumento. Inizia a studiare, ti abitui a quei suoni e, pian piano, ti accorgi che “ti viene” da parlare come gli abitanti del posto, e ne prendi perfino l’accento. Questo è fondamentale, per tradurre bene, perché ti devi mettere nel punto di vista di chi quella lingua la parla. E’ fondamentalmente una sorta di mimesi.

Nel tuo libro parli d’Irlanda, Inghilterra, Olanda, Svezia, Polonia, Lituania. Quali di questi ha lasciato il segno più profondo, sul tuo modo di stare al mondo?

L’Irlanda, come sa chi ha letto Viale dei silenzi e chi mi segue su internet, è la mia patria spirituale. Sono irlandese dentro, e appartengo visceralmente a quella terra, alla sua magia naturalistico-spirituale e al suo popolo aperto e generoso, fiero nel combattere le tirannie e ospitale verso gli stranieri. La Polonia è la terra che mi ha dato il più grande amore della mia vita e che più mi ha valorizzato e mi valorizza come autore, attraverso ricerche universitarie condotte da studiose come la Professoressa Dorota Karwacka-Pastor dell’Università di Danzica e la sua dottoranda Karolina Kopańska, e da scrittori, traduttori, professori e giornalisti polacchi e italiani come Magda Wrana, Anna Pifko, Paulina Malicka, Leonardo Masi, Lucia Pascale, Roberto Polce, Marcin Wyrembelski e altri ancora (senza offesa per chi posso aver dimenticato di ricordare). In Polonia mi sento autenticamente a casa, e adoro luoghi speciali come il caffè di Sopot “La crema d’Italia”, dell’amico Marcello Mastroianni, centri di dibattito culturale di primissima qualità. Non vedo l’ora di tornarci, oltre le catene di questa assurda fase storica.

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