Intervista a Tiziano Fratus

Tiziano, ti sei scelto come appellativo “homo radix”. La parola “radice” evoca l’idea del legame, della stabilità, dell’appartenenza. Ma non c’è fissità: le radici si muovono e, al loro interno, permettono il fluire di ciò che dà vita. Cosa significa per te “radice”? E cosa vuol dire “radicare” e “sradicare”?

Non è tanto un appellativo quando un concetto: l’uomo radice è una persona che attraversa il paesaggio e matura relazioni emotive, culturali e linguistiche con gli elementi naturali. I boschi, le montagne, le riserve, i fiumi, i laghi, gli animali e così via. Le radici hanno diversi valori. Esiste una definizione fisica delle radici, che appunto esprime fissità, radicamento, stabilità, possesso di un territorio, di una identità. Ma esistono anche radici mobili, simboliche, che si traghettano ovunque l’individuo vada, d’altronde le nostre radici, di umani, non sono paragonabili alle radici arboree, nonostante le tante nuove scoperte che la scienza ha fatto o proclamato ultimamente. Per me, nel tempo, la radice ha cambiato significato e peso specifico. Quando questo concetto nacque, molti anni fa, ero in California fra le sequoie, avevo bisogno di nuove chiavi di letture per il mio presente, avevo bisogno di capire chi fossi o chi potessi diventare. L’Homo radix è stato il mio alter ego per diverse stagioni. Dapprima un turista della natura, poi un migrante, un bosco uomo che cammina – Selva itinerans – che trova casa ovunque vada, ma nel mezzo c’è stato bisogno di maturazione, di trasformazioni, di meditazione e d’indagarsi, di un lungo interrogarsi. Che non è ancora concluso, anzi, sento di essere soltanto al principio di un percorso. Il buddismo zen silvatico che pratico si poggia sul sentire che esiste una radice primordiale, universale, che unisce, che incerniera ogni forma di esistenza, la coesistenza la chiamano i buddisti: dall’albero allo scoiattolo, dalla neve che si scioglie sul Monte Bianco a me, esiste una radice comune che mi consente di lavorare su quello spogliarsi dell’identità a cui invece avevo lavorato in precedenza, in senso opposto, direi. Per anni ho accumulato, stratificato, aggiunto e irrobustito, oggi al contrario levo, spoglio, appiano.

Da bambini si studia il mondo soprattutto attraverso la lente della curiosità. Da adulti può avvenire la svolta: la curiosità iniziale confluisce nella percezione di essere “accolti” proprio da ciò che si sta osservando. So che è successo qualcosa del genere anche in te, quando ti riferisci al bosco e a quello che incontri nella natura. Come e quando c’è stato questo passaggio? 

Al contrario di molti non sono così curioso nei confronti degli altri umani. Non lo sono mai stato, se non nei riguardi di singole persone. Sono un intermittente sociale, che non vuol dire provare terrore o disgusto dell’umanità, anzi, negli ultimi tempi mi ritengo abbastanza pacificato, credo di riscoprire, nonostante il mio veleggiare verso la mezza età, addirittura una forma di generosità indistinta nei riguardi delle altre persone. Mi sono sentito accolto dai boschi, dalla natura, nonostante abbia ben presente, fin da bambino, la ferocia dei rapporti di forza che esiste in quella natura che noi tendiamo oggi a vezzeggiare, a imbellettare per compiacerci, anzitutto. Mai incontrati così tanti cittadini intellettuali a loro dire inselvatichiti, tantissimi nuoveau Messieurs Thoreau(s), coi portafogli pieni ma pronti a giurare di sentirsi in simbiosi col filo d’erba e la quercia secolare. Mi fanno impazzire, poi quando c’è occasione, magari nei festival o nei convegni, inizia la gara fra il più autentico interprete di Madre Natura, che sia scrittore, poeta, autore, saggista, scienziato oramai si fa a gara a chi sa ascoltare la natura come nessuno mai l’ha fatto. Io non ho mai capito questa tendenza al competere, sono sempre stato un uomo pieno di dubbi e di domande, e oggi men di ieri mi permetto di capire a fondo. Cerco di intendere, cerco di carpire, cerco di intuire, sono sempre stato uno che si mette in un angolo e si dice: bene, ora prova ad imparare, prova a fare, prova a capire… e piano piano alcune cose forse sono stato capace di farle anche decorosamente. Ad esempio scrivere un silvario, comporre delle poesie, disegnare percorsi in natura, esperienze utili e nutrienti anche per altre persone.

Leggendo la tua poesia, mi pare che sia proprio l’ “accoglienza” a caratterizzarla, come se la tua voce volesse restituire al mondo quello che dal mondo ha ricevuto, con generosità. È una scrittura che fa posto, che lascia spazio, che rispetta. Il tuo sguardo “ama” ciò che vede, anche se non ne tace la durezza e non rinuncia all’ironia. Potresti dirci alcune delle ragioni alla base della tua poesia?

Non sono certo di poterlo fare. Nel senso che quando costruisco un bosco miniato – così mi piace indicare le mie poesie – opero spesso su intuizioni che immagino durante le immersioni nel bosco, le meditazioni o le camminate che faccio quasi quotidianamente, covid permettendo, nei boschi vicino casa. Credo che tutto quel che sento, che vedo, che elaboro rientri alla fine nel dettato della poesia, dai suoni alle cose, dalle presenze all’invenzione. Dipende anche se è una poesia slegata da un tema, o se invece appartiene ad una serie, ad una “casa”, in questo caso la costruzione stessa della poesia ne risente ed è vincolata, ovviamente.

Parlaci della forma grafica dei tuoi testi, che sul bianco della pagina si stagliano come piccoli oggetti totem, non più definiti dallo spazio interno (non ci sono versi staccati tra loro), ma dallo spazio esterno, che dà loro compattezza e singolarità. 

Ricordo ancora, da ragazzo, la prima volta che mi imbattei nella poesia a rombo del poeta gallese Dylan Thomas. Mi innamorai subito di quella forma, non era stato lo stesso per le simpatiche trovate dei futuristi, che sì, mi piacevano ma non tanto da portarmi a copiarle. Da ragazzi si imita tutto o quasi quel che ci impressiona e ci piace, è un modo di costruire la nostra identità e di affermare in qualche misura la nostra volontà. Ci provai, a imitare Thomas, ridicolmente, ma al tempo la passione per il teatro e il lungo poema neomoderno sopravanzava e quindi mi sentivo spinto a comporre poesie poematiche, narrative, prosastiche. Ventanni dopo, all’incirca, invece, grazie anche alle lezioni di boschese che ho appreso frequentando i grandi alberi, regolati da una costante parsimonia nelle azioni e nelle reazioni chimiche, sono tornato ad una scrittura più sintetica. Ho così scritto la prima serie di poesie a forma di seme, composta nel 2015, Musica per le foreste, a cui sono seguite le nuove poesie e la riformulazione di alcune poesie scritte in precedenza. Gli esisti si sono sedimentati in Poesie creaturali e Sogni di un disegnatore di fiori di ciliegio. Per me tutto quello spazio bianco che le circonda è paragonabile al silenzio che tutela le parole, è un tessuto che distanzia ma al contempo unisce il senso delle parole scritte e il mondo che circonda il libro, l’opera, me stesso. Ossia il mondo tutto.

Ti lancio altre quattro parole: leggerezza – resilienza – rinnovamento – contraddizione. Che risonanza hanno in te? 

Mi appartengono. Alcune più, alcune meno. Ma amo anche i loro esatti opposti e le diverse sfumature che sopravvivono e fioriscono nel mezzo, fra loro e l’annientamento.

Il raccoglimento, il tempo dedicato all’ascolto e all’osservazione silenziosa, la meditazione come si rapportano agli impegni e alle scadenze del vivere quotidiano? La solitudine, carburante essenziale, ha un costo? 

Il percorso nel buddismo zen è una costante fonte di scoperte e lacerazioni. Le prime, le scoperte, nascono dal confronto con gli altri praticanti, e per fortuna in Italia le comunità iniziano ad essere nutrite, con gli esempi, molto spesso letterari e irraggiungibili, dei patriarchi, ovvero dei maestri delle oltre cento generazioni che scavallano i secoli e i millenni. Le seconde, le lacerazioni, nascono dalle reazioni, talora anche violente, che questo togliere, semplificare, silenziare, da laico, mi porta, perché non è sempre un processo riposante, rilassante. Talvolta le meditazioni ti scuotono, raggiungono parti di te che non ne vogliono sapere di essere infastidite, il dormiente va risvegliato come direbbe Frank Herbert, ma non è una passeggiata domenicale al tepore del mese di maggio. Talvolta sì, altre volte no.

C’è qualcosa che vorresti che rimanesse di te? 

Non mi sono mai posto questo problema. Sono un piccolo artigiano che cerca di fare il proprio meglio, con i mezzi che di volta in volta ha a disposizione. Non ho mai nutrito la presunzione di fare la storia, non dipende comunque in nessun modo da me.

2 pensieri su “Intervista a Tiziano Fratus

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