Poesia italiana del XXI secolo

Enzo Mansueto è nato a Bari nel 1965, è poeta, critico letterario e musicale, saggista ed insegnante. Ha pubblicato le raccolte poetiche Descrizione di una battaglia (Scheiwiller 1995) e Ultracorpi (Edizioni d’if 2006). Nel 1980 fondò, con Davide Viterbo, la band post-punk The Skizo. Nel 2010 ha pubblicato per le edizioni d’if, Scassata dentro, opera interessante in versione cartacea e sonorizzata, con la collaborazione di Davide Viterbo e Angelo Ruggiero. Collabora con le pagine culturali del Corriere del Mezzogiorno.

Nel tubo all’ora di punta

Balbettano barbariche parole
mutole, voci disossate, sfiati
fritti, scassati, sfatti, (articolati?),

bestiole sole.

*

La lingua dello Jago

Lo chiamano lo Jago, in gergo, il posto:
là si occultano i morti, i corpi, i resti,
là troveresti, manco lo diresti,
l’abito più giusto e fuori costo.
Lo lecca nella sera un gusto tosto
di criminalità e di sottovesti,
di gomma e vasellina e di pretesti
per plastinare in gin il cuore arrosto
dell’amante. Mentre il bus della notte
taglia insettone la strada centrale,
nei vichi si consumano le lotte
di lingue mute in un rapporto orale
donate a chi alla fine se ne fotte
della parola in giacca e funerale.

*

(sestina semianagrammata)

E tutta questa cosa che qui resta.
Che rimane. Sepolta nella selva.
Dissepolta. Per caso. Alla tersa
marina dello sguardo. Ma a che valse
la lacrima. Il sepolcro. Solo stare.
Lontane ormai per sempre, quelle salve.

Salvate dalla selva. Solo salve,
perché finite. E tutto ciò che resta,
ristagna appeso a un gancio. Così. Stare.
Scolare. Prosciugarsi. Nella selva
di salme del ricordo. A cosa valse
lo sbattersi dell’anima non tersa.

Anime salve? Andate. Non più tersa.
Questa che resta. Non anima. Salve.
Andata. Ormai per sempre. Se mai valse
dire per sempre. Se vale. Se resta
e finisce. Comunque. Nella selva.
Agganciata la salma. A questo stare.

All’occhio cavo appare il duro stare
uno strisciare il muro. Altro che tersa
la stanza. Una mattanza. Orrida selva
di salme. Mezzo sepolte. Alme salve
smarrite. Chissà le altre. Se anche resta
memoria di chi resta. Se gli valse.

Appesi a un gancio. In fila. A questo valse
crearsi l’anima. Che scola. In questo stare.
Attendere. Lo scarno. Ciò che resta.
Squartato. Infine. Lama. Affila tersa.
Tanto lima che spare. Tra le salve
cose. Finite. Infine. Appare. Selva.

Oscura infine. Appesa in questa selva.
Dondola ai bronchi. Fine. A che gli valse.
Rantola. Rantola. Scompare. Salve
le altre. Forse. A restare. Ancora. Stare.
Tanto per stare. Appese un po’ alla tersa
luce del giorno. Infine oscura. Resta.

Una selva di lettere che resta.
A che valse la voce. Appena salve
quelle. Questa un po’ a stare. Forse. E’ persa.

Ultimi e alienati, atmosfere metropolitane, afasie tecnologiche, ritmi notturni, versi autoptici. La poesia di Enzo Mansueto sembra fuoriuscire da un metropolitana punk, eppure possiede una freschezza post-moderna, inclassificabile nella sulla collocazione obliqua e trasversale rispetto agli stili, alle scuole, ai contenuti. E dunque non è affatto un caso che essa si connette agilmente con altre forme espressive come la musica e la pittura.

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