Prima la poesia ne “La domanda della sete” di Chandra Livia Candiani

Propongo una mia lettura del nuovo libro di Chandra Livia Candiani, La domanda della sete (Einaudi 2020). Il testo è stato pubblicato in forma leggermente ridotta sul n. 321 di Gennaio-Febbraio 2021, da oggi in libreria, della rivista l’immaginazione (Manni editori), che ringrazio per averne concesso la riproduzione.

Prima la poesia ne La domanda della sete di Chandra Livia Candiani
di Giorgio Morale

Ne la La domanda della sete (Einaudi, settembre 2020) i lettori de La bambina pugile (Einaudi 2014) e di Fatti vivo (Einaudi 2017) troveranno le poesie scritte dal 2016 al 2020 da Chandra Livia Candiani e la conferma di una voce, un mondo, una proposta che hanno reso Chandra Candiani una delle presenze più amate della poesia di questi anni. Presenza che è cresciuta al riparo da esibizionismi e spettacolarità, fino a costituire uno dei casi di questi anni nel campo dell’editoria di poesia.

Ci sono poeti in cui la persona prevale sull’opera ed è il “personaggio” a imporsi sul poeta. In Chandra Candiani avviene l’opposto: è il poeta a prevalere sulla persona ed è la poesia a costruire il poeta, per quella “dedizione leggera e costante” che il poeta le porta, per quella fiducia nella parola di cui la sua poesia si fa segno. In questo modo la sua voce poetica “non è il riflesso seriale di un’identità collettiva” come nel poeta classico né “l’incarnazione soggettiva di qualità esemplari” tipica del poeta decadente e nemmeno “un io individuato che vive esperienze personali e irripetibili” che rende criptica l’opera del poeta della tarda modernità, fino a fare cantare a Guido Mazzoni l’ennesimo de profundis della poesia (Sulla poesia moderna). La ricerca della precisione della parola coincide in Chandra Candiani con la ricerca di una precisione del sentire e del pensare che lega come per osmosi linguaggio e verità, poesia e vita. In questa crescita Chandra Candiani porta con sé il lettore trasmettendogli l’inconoscibile con la forza delle parole, senza allusioni e vaghezze, senza le facili soluzioni di rime o topoi tipici del poetico. Ne La domanda della sete il poeta porta ai massimi livelli l’arte di aprire e chiudere un componimento, di eliminare il superfluo per portare in primo piano l’essenziale, di fare spazio tra le parole per esaltarne l’energia sonora e il significato. Eppure l’altezza dell’esercizio tecnico e stilistico non viene mai in primo piano, superata com’è dall’urgenza del discorso.

La domanda della sete è divisa in sei sezioni che trattano il corpo, il male del mondo e la fatica di vivere, l’amore, la morte, gli ultimi della società, gli alberi e gli animali che fanno la grande natura. La poesia di Chandra Livia Candiani conosce “la ferita di essere al mondo”, la conosce per vissuto personale: “la pelle ustionata porto”, e sa che è esperienza comune: “Molto soli siamo. / E manchiamo. / Sempre manchiamo.”. Ed è per questo che “ruotiamo in cerca di luce / d’intero”. La proposta del poeta non è la negazione del male: “Ho bisogno del male / ho bisogno del suo appello”. È piuttosto apertura al mondo: “Povero molto povero / è l’occhio / finché non è il mondo”. È disponibilità a essere toccati dalla vicinanza essenziale delle cose, viverle in tutta la loro pienezza: “Ballare, adesso bisogna ballare”. E dire con la parola il fondamento del loro esserci: “tutte le mirabili cose / dell’universo sono nate / dalla voce”. Proprio per questo, il compito della poesia diventa più che mai necessario: “Tutto è a rischio. / Custodisci”. Un compito che il poeta condivide con gli altri esseri viventi:

Custodite il giardino
voi betulle tu faggio rosso
custodite il nostro silenzio vegetale
l’intreccio radicale
il nostro fare stirpe.

Custodire significa attenzione e cura per quanto ci circonda, e rispettarlo nella sua singolarità: “Grande albero / come ti vedo bene / perché non sei me / felice che siamo due”. Questo risulta controcorrente rispetto allo spirito dei tempi. Allo stesso modo, Chandra Candiani oppone ai “non luoghi” anonimi della postmodernità l’abitare, e l’accoglienza alle chiusure che prevalgono in tempi che pure sono definiti di globalizzazione. “Vivere è ospitare”, scrive. E ospitare è relazione: “Vieni a salvarti in me” scrive Chandra Candiani, “ti tengo nello sguardo / il tempo necessario / a tatuarti nel cuore / della memoria”. Così la capacità di conferire significato al mondo diventa capacità di conferire significato alla vita. Così questa poesia parla al lettore che cerca “di comprendere meglio l’uomo e il mondo, per scoprire una bellezza che arricchisca la sua esistenza” (Tzvetan Todorov, La letteratura in pericolo).

Questo è il frutto di una consapevolezza che matura sotto gli occhi del lettore e conferma essere la lirica il genere della “presenza radicale” (Earl Miner, Poetiche della creatività). Il poeta si mostra mentre “Mi accuccio nel tempo degli alberi / i miei profeti e ascolto”. Oppure mentre “Imparo a guardare / a imprestare lo sguardo / a chi ha urgenza di tana / imparo a ospitare”. Perché, come scrive Wisława Szymborska, “si nasce senza esperienza,/ si muore senza assuefazione” (Vista con granello di sabbia). Un atteggiamento simile Chandra Candiani lo ha espresso in Bevendo il tè con i morti (Interlinea 2007):

Mi insegno
a non proferire urlo
mentre mi cadono addosso
secchi di notte…
mi insegno nascoste acrobazie
d’ascolto, tane e cunicoli
sottopelle mentre l’erudita
superbia dell’ovest mi conta
le ciglia perdute per delicatezza
.

Un modo di dire cosa è poesia e cosa è vivere: guardare, ascoltare, essere sempre in apprendistato, non eliminare mai la domanda della sete.

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