“Berretti Erasmus”, di Giovanni Agnoloni

Recensione di Riccardo Ferrazzi

Giovanni Agnoloni, Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa (Fusta Editore, 2020)

La prima osservazione spontanea è che ci si trova di fronte a una rivoluzione nel concetto di biografia. In genere, le storie di una vita sono costruite in modo da indicare fin dagli esordi la progressiva realizzazione di una personalità. Qui invece il narratore dà quasi la sensazione di non cercare una direzione che dia senso ai suoi viaggi. Se Berretti Erasmus è un romanzo di formazione, lo è in un modo speciale. È una evidente scelta autoriale limitare a brevi accenni i fatti e i rapporti fondamentali della vita del narratore (Firenze, la famiglia, e perfino, almeno in apparenza, l’amore per Agnieszka, che pur è al centro dell’intenso capitolo ambientato a Cracovia). Sulle prime ciò stupisce: come è possibile trattare fatti e circostanze così fondamentali, con tanta leggerezza? Tanto più che, al contrario, ogni tappa delle “peregrinazioni” è costellata di eventi minimi, apparentemente senza significato, ma ricordati come fatti notevoli, che non è lecito considerare fine a se stessi.

È necessaria una riflessione per renderci conto di quanta verità sia contenuta in questi fatterelli: in effetti, anche i nostri ricordi sono composti da aneddoti, o magari soltanto sguardi, parole, pensieri, che non hanno avuto seguito e non si capisce perché si siano fissati nella memoria. Eppure sono lì, e non se ne vanno, e non possiamo fare a meno di domandarci se siano occasioni perdute, rimproveri del destino o aneddoti di saggezza buddista.

Cercando precedenti letterari a questo modo di raccontare, ho ricordato McCarthy, non quello fosco e catastrofico di “La strada”, ma quello elegiaco di “Cavalli selvaggi” o anche quello tragico di “Meridiano di sangue”. I suoi aneddoti, le sue descrizioni, perfino i dialoghi, sono raccontati con una minuzia che li fa sospettare ben più importanti di quanto appaiano, inseriti nella parabola di un destino sconosciuto. Tra i nostri conterranei e contemporanei, anche Marino Magliani ha questa capacità di soffermarsi sulle azioni in se stesse, come certi filmati che improvvisamente cominciano a scorrere al rallentatore e ci costringono a scomporre le azioni in gesti elementari. Leggendo, ci accorgiamo che l’autore non attira la nostra attenzione su un particolare per inquadrarlo in un’azione diretta a uno scopo, ma per fissarci sul fatto in sé, per decostruirlo e analizzarlo, come se ogni minimo evento, proprio perché è accaduto, possa contenere una verità universale, momentaneamente obliterata nel vortice della frenesia quotidiana, ma ricuperabile con la memoria.

Tutta la narrazione di “Berretti Erasmus” è centrata sul senso degli accadimenti della vita, e sarebbe davvero riduttivo pensare che i viaggi, gli incontri, le atmosfere rievocate siano semplicemente funzionali alla vocazione letteraria del protagonista-narratore. Ciò che sentiamo scorrere nelle pagine è una continua riflessione senza oggetto, la cieca fiducia in un modus in rebus nascosto ma in qualche modo attingibile, un sentimento del destino, un atteggiamento capace di coniugare un’affermazione di volontà con l’abbandono a una Volontà superiore.

Emblematica e giustamente ricorrente nel libro è la meditazione del protagonista a Land’s End: una meditazione della quale non veniamo a sapere se consiste in un ragionamento (probabilmente no) o se è soltanto uno stato d’animo (probabilmente sì e no). Certo, al cospetto dell’immensità sono possibili mille diverse sfumature, stati d’animo che possono variare dal contemplativo al volontaristico, ma ciò che conta non è l’impossibile scelta della sfumatura “giusta”, quanto un accettabile, convincente amalgama di tutte quante. Ma è una cosa possibile?

Si dice che Plotino, il teorico dell’estasi, sia riuscito a raggiungerla solo quattro volte in tutta la sua vita. Non sappiamo se Agnoloni, tra elfi e isole incantate, ha trovato l’armonia con ciò che lo circondava, col dentro e il fuori, col sopra e il sotto. In genere i momenti di equilibrio, di consonanza col Tutto, sono brevi e volatili. Ciò che rimane, per tutti noi, è la spinta dei giorni in cui scoprivamo il mondo convinti di riuscire a possederlo, a viverlo e a trasformarlo: quella particolare declinazione della speranza alla quale diamo il nome di giovinezza.     

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