Un romanzo sul giornalismo. Guido Michelone dialoga con Remo Bassini, autore di “Forse non morirò di giovedì”

“Cinquantadue anni, ma certi giorni ha cent’anni e certi giorni ne ha dieci. Ha la saggezza di un vecchio capo indiano, ha lo sguardo curioso del bambino, che vuole andare a fondo, scoprire la vita, imparare. Un direttore anomalo, un uomo che ha fatto della verità e della libertà le bandiere sue e del giornale che dirige. I lettori del direttore Antonio Sovesci sanno che lui non li tradirà mai, perché sanno che il direttore Sovesci ha un difetto, un difetto che è in realtà un pregio: non sa o non vuole mentire”. 

Così nel nuovo romanzo di Remo Bassini, Forse morirò di giovedì (Golem Edizioni), Caterina Specchi, nel presentare il protagonista, prima di una lunga intervista (che nel libro è riportata quasi come un evento a sé) riassume pregi e difetti dell’antieroe di un libro corale, dove una notizia di cronaca nera sconvolge la vita di un giornale e di tanti personaggi. Ma a spiegarci questo e altro è lo stesso Autore in quest’intervista esclusiva.

Remo Bassini in libreria con il suo tredicesimo lavoro: “Forse non morirò di giovedì”, Golem Edizioni. Da cosa nasce l’idea per questo libro ‘diverso’ da tutti gli altri tuoi romanzi?

La risposta sincera è ‘non lo so’. Non ricordo quando e perché iniziai a scriverlo. A volte penso di averlo iniziato quando lasciai la direzione del bisettimanale La Sesia nel 2014 per una breve (e amara) parentesi politica, altre volte sono convinto d’averlo iniziato molto prima. Comunque è vero: è diverso, sì. Quando l’ho scritto, e di questo ne sono certo, sentivo l’esigenza di parlare del giornalismo come una fede, che sembra una parola grossa ma non lo è. Il giornalismo, quello vero, va fatto con fede. Chi fa questo mestiere dovrebbe sempre ricordarsi di quei giornalisti che ci hanno rimesso la vita, oppure il posto di lavoro, pur di fare con serietà, dedizione e coraggio il loro mestiere. Ma il libro non parla solo di giornalismo. Racconta la vita di provincia, parla di omofobia e di amori che fanno male.

Chi ti conosce bene (o anche chi legge il tuo curriculum) potrebbe chiedersi cosa vi sia di veramente autobiografico nel romanzo. Cosa, dunque?

Quando scrivo un libro cerco di fuggire il più possibile dalla realtà. Scrivo, e mentre scrivo cerco di vedere un film mai visto. Nel libro, quindi, non ci sono personaggi o situazioni vere, poi da me mutate. Insomma, non mi sono tolto nessun sassolino. Però è anche vero che tanto nella vita quanto nella scrittura non si riesce mai a fuggire da se stessi. Insomma, il protagonista del libro, il direttore Antonio Sovesci, non sono io e, al tempo stesso, sono io. Non sono io, perché lui nella vita privata si comporta in un modo che non mi appartiene, ma sono io perché per quanto riguarda il giornalismo la pensiamo allo stessa maniera.

Nel libro racconti appunto un certo modo di fare giornalismo: ma è davvero un’epoca che sta finendo? 

Il giornalismo è in crisi e qualcuno lo dà per morto. Dopo internet e la crisi economica sono arrivati i social che hanno mandato all’aria tutto. Nei social non c’è anarchia, nei social c’è solo tanta confusione che genera confusione, però adesso facebook ha un peso spropositato. Una volta per strada si sentiva dire “Lo ha scritto il Corriere”, adesso si commentano post o video, spesso demenziali. Il discorso è lungo, però lo chiudo non con una certezza: il giornalismo potrà sopravvivere se sarà di qualità e se sarà libero, che è un’altra parola grossa.

Forse morirò di giovedì è dunque, indirettamente, una pesante accusa a un mondo più meschino che cinico nel mondo dei giornali di provincia?

Il giornalismo non è certo quello dei salotti televisivi, e non si trova solo a Milano o Roma e non esiste un giornalismo di serie A o di serie B, esiste solo il buon giornale e il giornale fatto male. Ecco, questo libro è anche un’accusa al giornalismo fatto male. Una precisazione. Io “da grande” non sognavo di fare il giornalista. Io mi iscrissi a Lettere perché avevo un sogno: insegnare e, di tanto in tanto, scrivere un libro. Poi è successo che sono diventato giornalista per caso. Ho così scoperto un lavoro che non è solo un lavoro, è molto di più. Ti permette di dare e ricevere, ricevere e dare. Ma è anche un lavoro difficile, perché il giornalismo, dal momento che parla di persone, può fare del male.

Per le grandi testate giornalistiche spesso condizionate da politici o industriali la situazione è peggiore?

È una catena. Il potere economico condiziona tutto, quindi condiziona la politica e anche il mondo dell’informazione. Però un singolo giornalista può ribellarsi, semplicemente raccontando le cose come stanno. Non sempre è facile ma di giornalisti coraggiosi ne ho conosciuti. Anche di servi, purtroppo.

Una costante della tua narrativa è che il protagonista è quasi sempre un anti-eroe deluso, solitario, triste, problematico con le donne. Si tratta di una scelta spontanea o ragionata?

Provo una istintiva antipatia per i vincenti e i brillanti, e quindi i miei personaggi li voglio così. 

La redazione del giornale immaginario che racconti è una fauna variegata. Ma è davvero così? Tu hai collaborato con tante diverse personalità anche maligne?

Nei giornali c’è di tutto e succede di tutto, esattamente come in altri posti di lavoro. Però una cosa la voglio dire. Ho lavorato sette anni in fabbrica dopo il diploma. Bene, l’umanità che ho trovato in fabbrica, oppure quando ho insegnato due anni in carcere, non l’ho trovata in ambienti diciamo… acculturati.

Quale dei tuoi altri romanzi assomiglia più a questo e perché?

Di giornalismo ho parlato anche in altri miei libri. “Bastardo posto” per esempio. Che è un libro duro contro mafie e massonerie varie nel pacifico nord. In “Bastardo posto” il protagonista era il caporedattore di un giornale che, una sera, guardando un articolo che sarebbe uscito il giorno dopo aveva pensato che quell’articolo era ipocrita. A cominciare dal titolo. Anziché “Città per bene” avrebbe dovuto intitolarsi “Bastardo posto”.

Sei un uomo di svariate, ma sempre buone letture. Ma hai dei modelli di riferimento o da seguire fra gli autori di ieri e di oggi?

Ho amato Steinbeck e Remarque, poi Pratolini e Berto, quindi Chandler, Simenon, Böll. Gli ultimi innamoramenti sono stati per la Kristof e per Modiano. Ma in cima alla montagna, che svetta, io, che sono, o meglio che sono stato anche appassionato di teatro, metto Pirandello. Sono maestri, ma inavvicinabili.

E il romanzo che avresti voluto scrivere tu, fra i classici o i moderni?

Non saprei, forse perché sono troppi, e non ho nemmeno in mente nessun libro particolare che porterei su un’isola deserta. Ne porterei, certo, ma che non ho ancora letto. Nella speranza che mi lascino un segno.

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