Intervista a Daniele Barbieri, di Raffaela Fazio

 

Daniele, in quanto semiologo, hai un approccio molto particolare alla poesia. Nei tuoi versi emergono spesso parole-iceberg che si ripetono, si ricombinano, spostando di volta in volta il senso, in una specie di nastro di Möbius. Si ha l’impressione di una variazione sul tema. Vorrei che tu ti soffermassi su due aspetti che, a mio parere, sono fondamentali nella tua scrittura: il ritmo e la ricorrenza.

 

“Variazione sul tema” mi sembra un’espressione azzeccata. Anche se non sempre si tratta esattamente di quello, l’espressione riporta comunque a un ambito di procedimenti musicali, e quello è invece in qualche modo sempre in gioco nel mio lavoro. In musica si lavora molto sulla ripetizione variata, e una delle principali competenze del compositore è proprio quella di essere in grado di gestire le modalità di questa variazione. Il motivo, quando proprio non il tema stesso, è l’elemento che ritorna, garantendo l’identità, l’unitarietà della situazione; ma questo ritorno deve essere ogni volta diverso, ovvero variato attraverso spostamenti secondo parametri musicali diversi. Per esempio, la medesima sequenza di note, spostata negli accenti o nelle durate, costituisce un motivo nuovo, ma al tempo stesso richiama quello di partenza. A volte, persino la ripetizione identica di un motivo, se arriva dopo sviluppi che hanno nel frattempo condotto la musica molto lontano, può produrre effetti emotivi diversissimi.

La mia poesia non vuole costruire discorsi, ma produrre l’effetto di un presente che si sviluppa. Si tratta di un presente emotivo, ovviamente, in cui c’è qualcosa come un motivo (o un tema) emotivo, espresso attraverso una o più parole chiave. La ripetizione vuole diventare il corrispondente verbale della persistenza dello stato emotivo, mentre la variazione a cui il motivo viene sottoposto ne crea la dinamica, perché uno stato emotivo non è qualcosa di immobile, bensì una sorta di oscillazione multipla, che talvolta arriva a un epilogo ma molte altre volte no.

Avevo bisogno, per ottenere questi effetti, di un verso che mi permettesse di utilizzare le proprie posizioni in maniera diversa, in modo che, per esempio, la ripetizione della medesima clausola verbale producesse effetti differenti a seconda che si trovasse all’inizio, verso il centro, oppure alla fine, e magari spezzata da un enjambement. Sono arrivato da alcuni anni a utilizzare un verso di circa sedici sillabe, con un paio di posizioni accentuali obbligate – sufficientemente diverso dall’endecasillabo e dai versi canonici italiani per non ricadere in quei ritmi, ma sufficientemente regolare da porsi come schema regolatore di fondo per l’andamento della sequenza delle parole. Su questa regolarità, la variazione delle posizioni diventa significativa, e può arrivare a trasmettere la varietà dei modi in cui il medesimo stato emotivo si può declinare.

 

Come variazione sul tema, vedo anche un altro aspetto della tua poesia. Nella tua ultima raccolta inedita, “La lepre di sangue”, le tue poesie sono “risposte” a poesie di altri autori, da cui parti – citando sintagmi e immagini – per elaborare un discorso personale. In questo senso, i versi a cui ti ispiri sono “luoghi generativi” di ulteriori pensieri e atmosfere. Mi pare che questo modo di procedere s’inscriva in un concetto più ampio di testo letterario, come campo di fruizione aperto a molteplici apporti e trasformazioni. Puoi dirci qualcosa al riguardo?

 

I testi che fruiamo sono campi di esperienza, proprio come lo sono le esperienze dirette. Le une e gli altri producono effetti emotivi, e possono essere stimolo più o meno diretto alla scrittura. Stimolo non vuole necessariamente dire argomento: argomento è ciò di cui si parla, e le mie poesie possono certo avere un argomento, ma non nascono allo scopo di dire qualcosa su qualche tema. Stimolo è un punto di partenza, da cui si apre un percorso che magari arriva pure da qualche parte, ma che cerca di essere interessante soprattutto come percorso.

Ne “La lepre di sangue” ho fatto l’esperimento di prendere come stimolo degli altri testi, invece che degli eventi del mondo. Questo mi dava anche il vantaggio di avere a disposizione delle parole chiave, oltre a un’atmosfera. Ma i testi di riferimento non erano oggetti da commentare, e in realtà nemmeno a cui rispondere, se non in senso lato. Alcune atmosfere e alcune espressioni diventavano lo stimolo da cui partire, ovunque si arrivasse poi. Qualche volta si finiva per restare in zona; altre volte si arrivava lontanissimo.

Dallo stesso testo di origine sono nate poesie molto diverse tra loro, anche quando condividevano alcune parole, a volte anche tre o quattro componimenti. Certo, resta il fatto che io sento la poesia sempre anche come un dialogo con tutta la letteratura poetica precedente. In un certo senso tutta la poesia è metaletteratura, cioè letteratura che parla (anche) di letteratura. Scrivere delle poesie che partono da altre poesie è qualcosa che si inserisce in maniera naturale in una prospettiva di questo tipo.

 

Come esperto di tutto ciò che riguarda il fumetto, sei naturalmente sensibile alla comunicazione visiva. Secondo te, esistono punti di contatto tra questo tipo di linguaggio e il linguaggio poetico?

 

Sono sempre stato affascinato dai margini della parola, cioè da quello che la parola può esprimere al di là di quello che esplicitamente dice. Per questo amo anche le comunicazioni non verbali, come l’universo del visivo e quello della musica, e ho dedicato soprattutto a loro la mia attività di ricercatore teorico. Credo che l’interesse della poesia stia non in quello che esplicitamente dice, che, preso letteralmente, il più delle volte è poco più che banalità, bensì in quello che trasmette attraverso il modo in cui parla. Questa comunicazione indiretta, laterale, ha dei legami forti con i linguaggi dell’immagine, come il fumetto, o con quelli sonori, come la musica.

 

Sul tuo blog, scrivi: “Se cercate un buco della serratura attraverso cui spiare la persona che sta dietro al poeta, avete sbagliato blog. Se invece siete interessati a questi tentativi di produrre emozioni complesse attraverso parole, vi ringrazio per l’attenzione, e mi auguro che appaiano a voi come appaiono a me.” Come commenteresti l’espressione “la poesia e i suoi tanti io”? 

 

Già mi sento poco “io” come persona; come poeta, poi, non sono che un tramite. Jone, il protagonista del dialogo platonico sui poeti, sobillato da Socrate, riconosce di non essere il vero autore di quello che declama, e che sono in verità gli dèi a parlare attraverso di lui. Io non credo negli dèi, ma credo che ci sia un qualche spirito collettivo (non lo spirito, ma un qualche spirito: non siamo hegeliani) che si esprime attraverso le mie parole. Se si cerca un io specifico attraverso i miei versi, non si troverà molto. Certo, inevitabilmente, ci sono ricorrenze stilistiche; aspetti che rispecchiano una specifica formazione individuale. Ma “individuo” è parola assai più debole di “io” (nel senso di autocoscienza): attraverso quella individualità gli io che parlano sono comunque tanti. Io, Daniele Barbieri, in realtà non c’entro: sono solo il tramite casuale attraverso cui le cose passano e prendono forma. Non sono io a esprimermi attraverso le mie parole. Non mi interessa esprimermi. Spero che quello che passa attraverso le mie poesie sia molto più interessante di me.

 

Ci sono scoperte (in qualsiasi campo e a qualsiasi livello) che hanno avuto un impatto decisivo sulla tua scrittura?

 

Quando ero molto piccolo, il fratello di mio padre, molto più giovane di lui, studiava a Bologna, ed era stabilmente ospite nostro. Diversi anni dopo, quando avevo circa dodici anni, scoprii un libro che lui aveva dimenticato da noi: era Charles Baudelaire, I fiori del male. Lo lessi e rilessi non so quante volte. Ancora oggi ricordo a memoria diverse poesie, in quella traduzione di Clemente Fusero. Fu un impulso fondamentale ai primi esperimenti poetici. Poi ci sono stati, a seguire, negli anni successivi, García Lorca e Jimenez, Montale e Eliot, Sanguineti e Porta e la Rosselli, quali altrettanti colpi di fulmine. Ma, in realtà, le scoperte più influenti le ho fatte in campo musicale, dai quattordici anni, su Classicismo e Romanticismo, ma poi ne avevo quindici quando ascoltai per la prima volta Anton Webern, e mi sembrò sconvolgente. Per uno strano percorso, dall’avanguardia arrivai poi al jazz, e da lì più o meno a tutto, sino a essere l’onnivoro che sono, in campo musicale. Le forme musicali sono diventate in me forme poetiche, non solo del suono ma anche del senso.

 

6) Qual è a tuo parere la sfida maggiore che, al momento, senti di dover affrontare?

Ora come sempre, la sfida maggiore è non smettere di scrivere. Tutto ti porta a non farlo. Scrivere richiede momenti di concentrazione totale. È un’attività molto gratificante, ma estremamente faticosa. Bisogna riuscire a non fermarsi. O, se ci si ferma, a riprendere. A volte, sembra quasi di fare violenza a se stessi. È un po’ come entrare nell’acqua del mare: al primo contatto sembra gelida, e preferiresti evitare. Solo quando sei entrato davvero ti puoi rendere conto che ci stai bene, e ci puoi restare anche a lungo.

 

***

 

NOTA BIOGRAFICA

 

Oltre a scrivere poesie, Daniele Barbieri, di formazione semiologo, insegna presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Ha pubblicato numerosi volumi di carattere critico, in alcuni dei quali si parla anche di poesia: Nel corso del testo. Una teoria della tensione e del ritmo (Bompiani 2004), Il linguaggio della poesia (Bompiani 2011), Testo e processo. Pratica di analisi e teoria di una semiotica processuale, (Esculapio 2020). Ha pubblicato due volumi di poesia (La nostra vita, e altro, Campanotto 2004, e Distonia, Kurumuny 2018) e un’altra raccolta (Canzonette) nel volume Emozioni in marcia (Fara 2015). Sue illuminate opinioni, anche sulla poesia, si possono leggere sul suo blog all’indirizzo www.guardareleggere.net. Sue poesie si possono leggere sull’altro suo blog, all’indirizzo ancoraunaltrome.wordpress.com.

 

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