Sherazade e il suo racconto infinito

di Kika Bohr

Wunderkammer Sherazade, 2019


Qualcuno ha detto che il sessantotto col suo “la fantasia al potere!” sia stato possibile solo perché prima c’era stato un certo boom economico. Penso che anche più in piccolo, nella vita di un artista, alcune cose si siano potute fare solo perché c’era una particolare situazione, mentre in altre diventano impossibili e quasi inconcepibili. Questo parallelo che ha la fantasia come costante, mi è venuto in mente guardando la foto di un’opera che ho fatto nel 2019, Wunderkammer Sherazade, un’installazione che mi sembra ancora abbastanza interessante ma lontana anni luce dal nostro vissuto di questi tempi. Nel 2019 mi ero appena sposata con Antonello, avevo un nuovo lavoro, ma soprattutto non c’era la pandemia da Covid 19 e non la potevo nemmeno immaginare, quindi eravamo piuttosto felici. Mi era venuta la voglia di raccontare storie e quale storia più affascinante di quelle orientali raccolte nelle Mille e una notte?

Alcuni anni prima mi ero procurata Le mille e una notte in una bella edizione Rizzoli col “testo stabilito sui manoscritti originali”: un testo “storicamente informato” o “filologico” come si diceva qualche anno fa – un po’ gelido però. Poi mi capitò il terzo volume di un’edizione di Antoine Galland, la prima traduzione europea, in una splendida lingua del sei-settecento in cui c’erano le famose storie di Aladino, Ali Babà, del cavallo volante e del Principe Ahmed e della fata Pari Banu, storie di non sicura provenienza, che non si trovavano nella traduzione “fedele”. Ma – di male in peggio dal punto di vista della fantasia più sfrenata – ecco che trovo invece su una bancarella il primo volume in una traduzione del Dr. J.-C. Mardrus del 1899. L’opera intera in 12 volumi è dedicata a Stéphane Mallarmé e il primo volume a Paul Valéry. La nota dell’editore promette “le lecteur y trouvera le mot à mot pur, inflexible. Le texte arabe a simplement changé de caractère: ici il est en caractères français, voilà tout”. Se si va a leggere cosa ne dicono I critici si trova che questo Mardrus è il peggio del peggio e che si è inventato la metà delle cose che scrive! Nei miei ricordi però tutte queste letture si confondono e quando mi è stata chiesta un’opera che avesse come tema la narrazione, le Mille e una notte mi sono sembrate un’archetipo delizioso in cui tuffarmi attingendo dai ricordi e dall’immaginazione.

Tuffarmi… in effetti la mia versione della storia si svolge in un vecchio acquario che chiamerò Wunderkammer perché le Wunderkammer erano «camere delle meraviglie» dove dal Rinascimento in poi i collezionisti esponevano i loro tesori. Sherazade, la narratrice e protagonista delle Mille e una notte, viene evocata da oggetti e personaggi in cartapesta all’interno dell’acquario che è anch’esso un piccolo mondo.


Nell’acquario troviamo (in senso antiorario):

1) La cornice nera con la scritta “made in China” (una storia a cornici che si svolge in parte in Cina)
2) Due figure femminili sedute, in cartapesta di giornale (Sherazade e sua sorella Dunyazade)
3) Un cespuglio fiorito in vaso, (come nelle miniature persiane)
4) Una gazzella di plastica, comprata su di una bancarella del mercato
5) Due figure maschili, con arco, in cartapesta di giornale (Il re Shahriyar e suo fratello Shahzaman)
6) Un veliero (la nave di Simbad)
7) Una teiera in peltro con essere peloso indefinito (lampada di Aladino col Genio ma anche teiera col ghiro di Alice)
8) Una statuetta africana antropomorfa in ottone reggente un cavallo arabo in resina (il mago africano e il cavallo incantato)
9) Una piccola figura maschile in cartapesta di giornale (Simbad il marinaio che sventola il turbante)
10) Un uovo di struzzo appeso (l’uovo di Roc)
11) Due forme quadrangolari di rame e di alluminio ramato con apertura a fessura (la Città di Rame)
12) Un tappeto in pelle color malva (il deserto/il mondo delle fiabe)

Nel testo che segue, questi oggetti saranno evidenziati in carattere grassetto

Dimensioni totali installazione: cm. 70x50x30

Alcune storie dalle mille e una notte

Il re Shahriyar e suo fratello Shahzaman a caccia
Narra la storia di due fratelli che regnavano sulle isole dell’India e sulla Cina interna. Il maggiore e molto potente Shahriyar, conquistatore invincibile di terre favolose, non vedeva l’amato fratello, insediato a Samarcanda, da dieci anni. Gli mandò una delegazione con il suo vizir e innumerevoli doni per indurlo a venire a fargli visita. Il giorno della partenza, quest’ultimo, ritornando a salutare la sua sposa, la trovò con un garzone delle cucine. . . Naturalmente, come era d’uso a quei tempi, uccise entrambi ma partì verso la reggia di suo fratello pieno di tristezza. Così triste che Shahriyar organizzò una battuta di caccia per distrarlo, una battuta di caccia alla quale dapprima
Shahzaman non volle partecipare così che rimasto a casa scoprì che anche la regina e le sue ancelle si abbandonavano alla lussuria con schiavi mori appena il re si era allontanato. Vedendo come il suo potente fratello veniva tradito allegramente a Shahzaman passò il dolore. Rimessosi in salute venne costretto dal fratello a spiegare questo repentino cambiamento. E così, per averne prova certa, Shahriyar organizzò un’altra caccia (vedi le scene di caccia alla gazzella nelle miniature persiane) questa volta assieme a suo fratello e tornando ebbero conferma di quanto riferito da Shahzaman. Dopo un’altra storia in cui i due principi scoprono che anche un forte Efrit (genio) viene tradito e sbeffeggiato in continuazione dalla fanciulla che tiene incatenata e dentro una gabbia, Shahriyar decide di uccidere ogni volta la vergine che lui sceglie per una sola notte.
Finchè non ci sono quasi più fanciulle e arriva Sherazade, la figlia del Vizir. . .

Sherazade è la figlia del vizir del re Shahriyar. Decide spontaneamente e contro la volontà di suo padre di offrirsi al re, rischiando la propria vita, sperando di salvare sé stessa e le altre ragazze che venivano immolate ogni giorno all’alba. Riesce a ottenere dal re Shahriyar il favore di poter raccontare una storia alla sorella minore Dunyazad come ne aveva consuetudine ogni sera. Il re naturalmente ascolta la storia e, visto che questa non è ancora terminata quando giunge l’alba, concede la grazia di un’altra notte a Sherazade, perché lei possa finire il suo racconto. Di notte in notte lei racconterà centinaia di storie che si incastrano tutte le une nelle altre, finché, dopo mille e una notte, già madre di tre figli, sarà graziata definitivamente e diventerà la sposa del re, cioè la regina.
Quindi questa storia di Sherazade fa da cornice a tutti i racconti

Sherazade e Dunyazad


A partire dalla 536a notte, Sherazade incomincia la storia di Simbad il marinaio che racconta a Simbad il facchino le avventure di sette viaggi fatti per mare in terre misteriose e lontane.
Simbad il facchino, simile al suo omonimo solo per il nome, casualmente si ferma proprio sotto la ricca dimora di Simbad il marinaio e si lamenta con Allah per l’ingiustizia di dover subire una vita di stenti mentre l’altro se la gode. Il ricco dalla lunga barba bianca, ascolta i sospiri del povero facchino e lo invita a condividere il suo desco e ad ascoltare quanto sia stato faticoso e periglioso raggiungere la sua posizione. In ognuno dei suoi sette viaggi la nave cola a picco o lo abbandona su qualche isola piena di pericoli. Nel secondo viaggio Simbad incontra ad esempio il favoloso uccello Roc talmente grande che si può nutrire anche di elefanti e che cova il suo unico uovo dalle dimensioni incredibili. Nascosto all’ombra dell’uovo di Roc il marinaio si lega col turbante alla zampa dell’uccello e così riesce a fuggire da un isolotto sul quale era naufragato. Nel quinto viaggio invece i compagni di Simbad rompono un uovo di Roc e arrostiscono l’enorme pulcino. I genitori del piccolo perseguitano i marinai e fanno colare a picco la nave, ovviamente l’unico a salvarsi è Simbad.
Ogni volta che è su un’isola e vede una nave all’orizzonte Simbad srotola e sventola il turbante e in qualche modo si salva e torna a Baghdad sempre più ricco ma anche pronto a distribuire elemosine.

La storia di Aladino e la lampada magica non è sempre considerata appartenente alla raccolta originale delle Mille e una notte ma è tra le storie più famose e occuperebbe dalla 310a alla 342a notte. Aladino povero figlio di sarti, viene scelto da un perfido mago che lo vuole perdere per potersi impossessare di una lampada magica, in cui è rinchiuso un genio (Ifrit) molto potente e servizievole. Dopo varie peripezie, con l’aiuto di questo essere straordinario e con la propria astuzia Aladino riesce a sposare l’unica figlia dell’imperatore del Catai (Cina del Nord) di cui si era innamorato perdutamente, riuscendo ogni volta a sventare i piani del mago malvagio.

Il cavallo incantato era un magnifico cavallo di legno costruito ad arte da un mago africano e che portava il suo cavaliere nel luogo desiderato. Il giovane figlio del sultano di Persia durante una festa sale in groppa all’animale e si libra nell’aria, ma non sapendo come fermarlo, viaggia fino al Bengala e si ferma proprio sul terrazzo della principessa. Naturalmente ella si innamora di lui. Ma il mago africano non demorde, si riprende con l’astuzia il cavallo e rapisce anche la principessa che vende al sultano dell’India. La principessa resiste al sultano fingendosi pazza e il principe di Persia, che si fa passare per medico, riesce a liberarla con l’aiuto del magico cavallo.

La Città di Rame è la storia della 556a notte. Narra di una città misteriosa e fortificata collocata nel deserto. Nessuno riesce a penetrarvi, nonostante i tentativi più vari, tutti quelli che provano, muoiono. Si favoleggia che in essa ci siano i vasi di rame in cui Salomone ha rinchiuso degli spiriti malvagi. Solo dopo una lunga peregrinazione nel deserto da parte del protagonista, un emiro, la città si aprirà come per incanto ma i suoi abitanti sono pietrificati e si scopre anche una stupenda principessa imbalsamata sotto un baldacchino. Ovunque si leggono iscrizioni misteriose e minacciose che ricordano che nulla si può fare contro la morte. L’emiro che visita la Città di Rame con i suoi uomini, quando torna indietro nel proprio regno, si ritira dalla vita mondana.

Ultimatamente sono capitata sullo sconvolgente testo di Tahar Ben Jelloun che fa da prefazione all’edizione Einaudi delle Mille e una notte col titolo «Raccontami una storia, o ti ammazzo!». Lo scrittore marocchino-francese ci ricorda il sanguinoso patto che sta a monte della lunga storia: “Raccontare storie non è affare da poco. È sempre stato un rischio, un’avventura che va al di là del semplice piacere di trascorrere il tempo. Più precisamente, deve riuscire a far passare il tempo in modo che l’ascoltatore si addormenti nel momento in cui appare la luce del giorno.”
Mi sembra buon monito per tempi difficili come quelli attuali, la realtà è complicata ma ne potrebbero uscire storie appassionanti in cui gli intrecci narrativi non hanno fine. Per questo, forse, possiamo ancora guardare in quell’acquario.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.