Da “Piccolo Magnificat”, di Giampaolo Centofanti

Il sole triste della nomenklatura

Io non so più – diceva – che questo tempo

grigio dove tutto è spento, banale, senza senso.

E non vorrei morire come sciogliendomi al vento, senza che alcuno veda.

Eppure ricordo un giorno c’era l’odore dell’erba tagliata ed il campo per noi di calcio e qualcuno che viveva e pensava stava nell’aria che respiravamo.

E il pallido sole nel cielo argentato non era triste più di tanto.

La natura della luce

Tanto l’amore nasce come un tramonto

– diceva – Un raggio di luce rossa ferisce per un solo istante la siepe odorosa di gelsomini. E tutto trasluce, quieto, nel vespro, nella naturale mancanza di senso.

Ma quello squarcio di luce era un seme, ora lo sente. Cresciuto lungo la notte nel suo riposo e ora ti pensa ogni momento di più e si stupisce e si scopre abbandonata a questo amore mai considerato.

La rada

C’è una spiaggia lungo la rada

dove un tiepido sole splende

triste in questo novembre.

Lì tu celi e riveli il tuo mistero

e domandi sempre e non cerchi

più risposte. Solo guardi il mare

che brilla e si perde nella foschia

lontana e non hai più domande

e domandi sempre.

Rinnovo delle promesse battesimali

La lampada è spenta

il sole tramonta

la neve scende bianca

sul mio andare via.

Lungo la strada

dietro i rami spogli

volti a mezz’aria

dicono parole di cui

mi sfugge il senso.

Nella notte che viene

mi congedo per amore,

perché credo e spero

di tornare più vicino,

di morire tre giorni

e poi resuscitare

quando il fico germoglia

e l’estate è vicina.

Tratto da: https://gpcentofanti.altervista.org/piccolo-magnificat-un-canto-di-tanti-canti/

2 pensieri su “Da “Piccolo Magnificat”, di Giampaolo Centofanti

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