Venti secondi – Omaggio a Hank Jones (July 31, 1918 – May 16, 2010)

di Ade Zeno

Martedì  12 luglio 2005: non ho idea di quanti siano, qualcosa tipo mille o duemila, uno sfacelo di gente affondata sui seggiolini verdi di un’arena rimovibile in preda a zanzare grandi come caccia bombardieri, ma in ogni caso qui e qui soltanto per celebrare uno sparuto gruppo di anziani padri con la musica dentro il sangue e le ossa. In mezzo a questo carnaio di corpi innamorati ci sono anch’io, piazzato in ultima fila, sul punto più alto dell’arena, a due passi dalle nuvole e dall’incedere cieco dei  pipistrelli. Continua a leggere

La città di freddo

Era una città di freddo. I muri, le strade, i binari del tram, gli interstizi sbilenchi che si piegavano sulla superficie dei marciapiedi, le teste dei passanti, perfino le ali dei colombi in bilico sui cornicioni: tutto era abitato da un freddo bianco e truce. Lo scrittore (ma forse era un poeta, oppure un portalettere) decise di parlarne, di dare corpo a questo gelo affidandolo a qualche decorosa parola. Ma si trattava di uno scrittore (o, lo ripetiamo, di un poeta, o di un postino) molto pigro, abituato a disperdere le energie in lunghi periodi di stasi. Inutile dire che la stasi è una malattia di cui i poeti vanno piuttosto fieri, anche se produce effetti collaterali piuttosto sgradevoli, come ad esempio (in realtà soprattutto nel caso dei portalettere) il ritardo nella consegna delle raccomandate. Lo scrittore della città di freddo, però, non disponeva di pacchi da recapitare, e almeno da questo punto di vista aveva la coscienza a posto. La pigrizia, comunque, lo tenne fermo per tutto l’inverno, e per buona parte della primavera, cosicché arrivò a trovare le forze per mettersi finalmente a scrivere quando il ghiaccio si era ormai sciolto da un pezzo, sostituito dal caldo opprimente che da alcune settimane andava sbraitando grazie all’agosto più afoso del secolo (secondo alcuni, del millennio). Continua a leggere

La pudeur ou l’impudeur

Hervé Guibert, La pudeur ou l’impudeur

dvd – BQHL Éditions

«Oggi, 13 agosto 1990, termino il mio libro. Il numero 13 porta fortuna. C’è un netto miglioramento nelle analisi, Claudette sorride (mi inganna?). Ho cominciato a girare un film. Il mio primo film». Con queste parole termina Le protocole compassionel, uno degli ultimi sconcertanti romanzi – scritto in meno di due mesi – dello stesso autore che appena pochi mesi prima aveva sconvolto l’opinione pubblica francese con À l’ami qui ne m’a pas sauvé la vie, diario appassionato e crudo della battaglia iniziata a combattere, dal suo corpo e dalla sua anima, contro un mostro infallibile chiamato Aids. Di quei due libri – e dei tantissimi altri che, malgrado la giovane età, seppe scrivere – in Italia restano oggi soltanto timide ombre, e le poche traduzioni uscite cavalcando il clamore mediatico seguito a quella tragica sconfitta sono ora perlopiù esaurite o difficilmente reperibili. Continua a leggere

Santo mostro

Allan Gurganus, Santo mostro, Playground,  Traduzione di Maria Baiocchi, € 16, pp 224

Quando, nel gennaio del 1991, uscì anche in Italia L’ultima vedova sudista vuota il sacco (presso l’editore Leonardo, con una delle prime, strabilianti traduzioni di Raul Montanari), furono relativamente in pochi ad accorgersene, e all’enorme successo che appena un anno prima aveva accompagnato negli Stati Uniti la pubblicazione di questo a dir poco fluviale romanzo (oltre 1170 fittissime pagine premiate, tra l’altro, con il “Sue Kaufman Prize” e con la diffusione in ben dodici lingue, per un totale di oltre due milioni di copie vendute) non corrispose, dalle nostre parti, un altrettanto meritato clamore. Continua a leggere

Riportando tutto a casa

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Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa, pp. 290, € 20, Einaudi

Un Paese sonnambulo ancora inconsapevolmente alle prese con gli scomodi detriti dei lenti decenni che avevano visto avvicendarsi traumi post-bellici, primi boom economici, stragi di stato, figli dei fiori, crisi missilistiche, cortei, pitrentotto e restaurazioni varie si sveglia all’improvviso nel sogno allucinogeno degli anni Ottanta. Una specie di esplosione sottocutanea fibrillante e sospesa in cui tutto pare possibile e ogni gesto sembra portare con sé dosi massicce di ilarità in potenza, una felicità finalmente raggiungibile, conquistabile, appiccicata come un insetto nella carta moschicida, carta filigrana, s’intende, soldi a palate, insomma una neo-ondata di benessere visibile spiando orizzonti davvero molto prossimi. Continua a leggere

Strane cose, domani

Raul Montanari, Strane cose, domani, pp.280, € 17.50, Baldini Castoldi Dalai

Le storie di Raul Montanari sono congegni raffinati, esperti, molto prossimi alla perfezione. Non è una novità, del resto: dopo nove romanzi pubblicati e una quantità impressionante di racconti sparsi fra riviste, quotidiani, antologie, e ovviamente raccolte in volume (Un bacio al mondo e È di moda la morte) l’abilità affabulatrice nell’intessere trame degne di questo nome animandole con personaggi quasi sempre memorabili sembra ormai un dato di fatto incontestabile (e, c’è da sospettarlo, incontrovertibile) se ci riferiamo a uno degli attuali maestri del noir italiano. Continua a leggere

Quando verrai

Laura Pugno, Quando verrai, pp.128, € 12, minimum fax

A due anni dall’uscita di quel piccolo e sorprendente Sirene che consentì a Laura Pugno di uscire allo scoperto (dopo i pur bellissimi, ma meno diffusi, racconti di Sleepwalking, Sironi 2002) e di farsi riconoscere come una delle voci più interessanti del panorama letterario italiano contemporaneo, scivola oggi in libreria una nuova storia firmata dall’autrice romana, fulminea come la precedente, e attraversata dalla stessa aura dolorosa e sospesa. Ma se l’universo dei personaggi del primo romanzo aveva la forma di un futuro lontano, irriconoscibile, abitato da sensuali mostri fatti di denti e acqua, la scena ora cambia, si fa più vicina, più prossima, viene allestita a due passi da noi in territori di provincia altrettanto inquietanti e selvaggi, eppure irrimediabilmente nostri (roulottes sporche, desolate stazioni di servizio, motels bui, e soprattutto l’acqua salmastra – ancora acqua, sì – di un paludoso, infero delta). Continua a leggere

Gridare

Ricardo Menéndez Salmón, Gridare, pp.176, € 14, Marcos y Marcos, Traduzione di Claudia Tarolo

Esiste, evidentemente, una tensione emotiva che in certi casi non può fare a meno di andare a braccetto con l’ammirazione, accompagnandone passi e movenze durante l’intera strada che ha deciso di percorrere al suo fianco. È pur vero che la si intravede appena: le sue squame opache non riflettono nemmeno una frazione minima del lucore che anima il manto della compagna, insomma nessuno se ne accorge – tanto meno il malcapitato che la sta calzando come un frack invisibile – perché lei, innominabile e rabbiosa clandestina, se ne sta in disparte, covando in segreto il rancore che le è proprio, insomma che è proprio dell’invidia, perché è di lei, della sua tragica insubordinazione che stiamo parlando, ossia dell’abilità con cui riesce a insinuarsi anche (soprattutto) nello sguardo esterrefatto di chi si è appena trovato al cospetto di una piccola, portentosa meraviglia.
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Trattato sull’uso del buon vino

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François Rabelais, Trattato sull’uso del buon vino, Edizione critica e note di Patrik Ourednik, Traduzione dal ceco di Alessandro Catalano, duepunti edizioni, pp.192, € 10

Magari non è vero, le possibilità che si tratti di una burla, di un falso clamoroso, di uno scherzo originale inventato come passatempo da un erudito d’altri tempi esistono eccome; insomma che ci si creda o no, può essere e non essere, nessun dato certo, soltanto ipotesi, suggestioni, sconfessabili speranze, ma tutto sommato le verità c’entrano fino a un certo punto quando la meraviglia per un’ipotetica scoperta oltrepassa di gran lunga l’eventualità di svelarne l’infondatezza. Continua a leggere

Convulsioni

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Filippo Betto, Convulsioni, Bompiani

In Italia, si sa, i libri durano poco, pochissimo, niente. Fagocitati da scaffali selettivi, adombrati dalle classifiche, e infine destinati, nel migliore dei casi, a confondersi fra le pile scomposte di magazzini e bancarelle, le centinaia di titoli pubblicati ogni giorno finiscono presto nel dimenticatoio, trasformati in corpi inerti, solitari, brossure fantasma che possono solo più sperare nella benevolenza di lettori-archeologi in cerca di nutrimenti anche tra le imperfette geografie dell’oblio. Fa parte del gioco, va bene, provare angoscia di fronte al dissolvimento di romanzi invenduti può apparire stupido, infantile, comunque ingenuo. Sono regole severe, per certi versi ingiuste, ma spietatamente applicabili a molti altri aspetti del mondo, della vita, del nostro essere naturalmente votati alla vanificazione. Continua a leggere

L’orco

Tra qualche minuto il bambino attraverserà le fronde, inizierà a correre come colto da un convulso furore spiegabile solo con la follia della sua orribile infanzia, poi guarderà il cielo per un motivo che io soltanto posso sapere, chiuderà gli occhi feriti dalla solita lama di luce, e infine cadrà nel fosso in volata, piombando di sotto definitivamente. È un trucco antico come il mondo, quello dell’abbaglio, e il fatto che continui a funzionare dimostra ancora una volta che le cose vecchie servono pure a qualcosa. Fra l’altro io sono una di queste. Non propriamente una cosa, diciamo piuttosto una via di mezzo tra l’uomo gigante e forzuto che ero e il mostro rammollito in cui gli anni, senza pietà, mi hanno trasformato con il loro incedere ingiusto. Continua a leggere

L’ubicazione del bene

Giorgio Falco, L’ubicazione del bene, pp.150, Einaudi Stile Libero € 16,

Quando, nel 2004, venne pubblicato Pausa Caffè, titolo che segnò l’esordio di Giorgio Falco, furono in molti a salutarlo con l’entusiasmo della sorpresa e con la meraviglia che si prova al cospetto di una scoperta felice. Ebbe particolare eco, allora, una favorevolissima recensione firmata Aldo Nove che dalle colonne di Tuttolibri parlò di «nuovo poeta epico del mondo del lavoro precario», intendendo così sottolineare il potere evocativo di una scrittura capace di partire dalle zone marginali di una realtà vicina per approdare a nuove forme, altri simboli, zigzaganti e instabili, ma universali. Marginalità, spazi a latere, luoghi angusti e miserrimi che nel caso di Falco erano attinti dal mondo del lavoro di oggi, un mondo popolato da personaggi completamente arresi al potere spersonificante della propria professionalità labile e precaria, e contro le cui aberrazioni si faceva strada l’impossibilità di opporre vere alternative esistenziali. Continua a leggere

Intervista a Tiziano Scarpa, di Ade Zeno

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Uscito nell’autunno 2008 da Einaudi, l’ultimo straordinario romanzo di Tiziano Scarpa mette in scena la storia di Cecilia, giovane orfana confinata tra le mura dell’Ospedale della Pietà di Venezia in cui trascorre le giornate a suonare il violino, e le notti a scrivere lettere destinate a una madre mai conosciuta. Oscura e inquieta, la quotidianità della ragazza sembra destinata a esaurirsi negli incubi della sua anima persa e rassegnata, fino a quando l’arrivo di un eccentrico insegnante di violino chiamato Antonio Vivaldi solcherà l’inaspettato punto di svolta in grado di farle trovare la strada per la libertà. A pochi giorni dalla notizia della candidatura di Stabat Mater al Premio Strega, ripropongo la breve intervista che gli feci per Liberazione, pubblicata il 2 novembre 2008.


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Certi giorni sono peggiori di altri giorni

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Piccola cronaca di un’amicizia mancata

Ho una memoria guasta, sbagliata. Chi a suo tempo si è occupato di confezionare la scatola nera del mio cervello deve aver dimenticato – per noia, per distrazione, o addirittura (ma è solo un malizioso sospetto) per scherzo, qualche passaggio essenziale, qualche rotella indispensabile perché il meccanismo funzionasse a dovere. Il risultato ultimo ha qualcosa di grottesco, che si presta con prepotenza alla materializzazione di lacune più o meno insormontabili contro le quali affronto ogni giorno battaglie irreali, faticose, ai limiti del ridicolo. Per scongiurare il rischio di inciampare in pericolose gaffes, ritardi maldestri, e imperdonabili equivoci posso solo fare affidamento su appunti, note a margine dell’agendina, soprattutto su un intricato sistema di simbologie laterali selezionate di volta in volta cui spetta il recupero dei momenti degni di essere rievocati per un motivo o per un altro. Non troppo menomata sul breve periodo, la mia facoltà di imprigionare dettagli a lungo raggio si fa via via più debole, inconsistente, e obbedisce a leggi tutte sue, completamente svincolate da logiche razionali. Continua a leggere

Grotteschi e Arabeschi

Vitaliano Trevisan, Grotteschi e Arabeschi, pp.100, € 14, Einaudi, Stile Libero

Un balzo a ritroso che attraversa due secoli, l’incontro con un maestro-mostro, il contatto implosivo fra poetiche distanziate da mezzo abisso che tuttavia vogliono spingersi oltre i propri confini per fagocitarsi a vicenda in una fusione oscura, tesa, febbricitante. Trevisan che rivisita Poe, oppure Poe che raggiunge (si fa raggiungere) da un collega lontano mille-miglia-luce nello spazio e nel tempo? Ha senso porsi interrogativi sulla natura di un big bang narrativo come quello che gioca ad autoalimentarsi in questo nuovo mirabolante Grotteschi e Arabeschi? Continua a leggere

Par terre

di Ade Zeno

Con gli occhi socchiusi e spietati che fissano un punto impreciso nell’aria, sul muso del mostro comincia a prendere vita un nuovo sorriso verde. La sua capacità di reggere il dolore è incredibile, non c’è niente da fare, considera Vic. Non sono bastati i calci e le bruciature sul dorso, non ha mostrato nemmeno una smorfia di disapprovazione, anche soltanto il minimo accenno di terrore. Ha resistito perfino all’acqua bollente, una pentola intera rovesciata sull’ala sinistra, tutta in una volta, addirittura il parquet ne ha risentito: ora, accanto al corpo tumefatto, c’è una piccola macchia scura del legno scottato. Può essere che gli piaccia, forse è questo che vuole, aspetta con ansia che continui a colpirlo, a lacerargli la pelle, non importa in quale modo, purché sia dolore, il più forte possibile. La dose di odio inumano che sto spendendo con il solo scopo di offenderlo, di complicargli le cose, è enorme, la sento spingere nelle vene per la prima volta; fino a ieri non mi sarei mai detto capace di avvertire una rabbia simile, continua a pensare Vic, e intanto riflette sulle possibili torture che non ha ancora inventato, sugli oggetti che sceglierà per infliggere il prossimo colpo. Un coltello da pesce, il martello, le tenaglie nascoste nella cassetta degli attrezzi? Sarà uno di loro a consegnarli finalmente la morte, oppure le mani nude, le mie dita grosse pronte a levargli via il respiro in una morsa feroce? A guardarle così non sembrano mani da assassino. Continua a leggere

Pazzo di Vincent

di Ade Zeno

Hervé Guibert, Pazzo di Vincent, Playground, pp.80, € 8

Traduzione di Maria Grazia Ruspoli

Bello come un dio in bianco e nero ospitato nel corpo leggero e tagliente del ragazzo che in pochi anni – quelli che partono dall’esordio letterario per interrompersi all’improvviso con una morte ferocemente prematura – scriverà trenta libri, quasi tutti di narrativa, seducendo un pubblico vastissimo, Hervé Guibert è approdato in Italia tardi, tardissimo anzi, soltanto grazie ai testi ultimi, pressoché postumi, vale a dire quelli (pur splendidi, meravigliosi) ai quali aveva affidato il difficile compito di raccontare il proprio calvario, l’avventura definitiva, lo scontro selvaggio destinato al fallimento tra il suo corpo e una malattia orribile, il virus maledetto che nei primi anni Novanta fu battezzato “peste del secolo”. La trilogia dell’aids, composta da Lettera a un amico che non mi ha salvato la vita, L’uomo dal cappello rosso, e Le regole della pietà, arrivò dalle nostre parti solo in virtù della sua riconducibilità a un tema tutto sommato di moda in cui il morbosismo e le umane affezioni nei confronti della morte che rendono ciascuno di noi – consapevolmente o meno – spettatore necrofilo, trovarono terreno fertile per un successo editoriale tanto vigoroso quanto prevedibile, clamore comunque destinato a spegnersi in breve tempo, considerata la natura passeggera di ogni evento mediatico. Continua a leggere

Francesco Forlani, Autoreverse

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Francesco Forlani, Autoreverse

pp. 160, l’ancora del mediterraneo, euro 13,50

Il 27 agosto del 1950, in una dimessa stanza dell’Hotel Roma di Torino, Cesare Pavese decise di togliersi la vita consegnando alla futura memoria di migliaia di lettori quel solitario e autodistruttivo simulacro che ancora oggi avvolge senza rimedio la sua figura artistica e umana. Un albergo che esiste tuttora – a due passi dalla stazione ferroviaria Porta Nuova – e che dopo quell’ultimo gesto non ha avuto molte difficoltà a tramutarsi in meta per devoti pellegrinaggi da parte di quanti in Pavese hanno voluto scoprire non solo l’artefice di romanzi e poesie intramontabili, ma anche l’essenza di un disperante e fanciullesco mito della letteratura mondiale. Continua a leggere

Matteo Codignola, Un tentativo di balena.

Matteo Codignola, Un tentativo di balena

con disegni di Roberto Abbiati

pp. 156, Adelphi, euro 13

Alla stregua di una malattia virale e degenerativa, l’ossessione per l’epica teratomorfa balena melvilliana ha saputo contagiare, lungo gli ormai centocinquantasette anni che ci separano dalla pubblicazione di Moby Dick, un tanto ricco quanto bizzarro catalogo di menti creative tutte frizionate dalla stessa magnetica spinta verso visite personali, riletture, reinterpretazioni più o meno celebri di un mostro letterario senza tempo. Dal grande illustratore Rockwell Kent, che intorno agli anni Trenta lo “tradusse” sotto forma di quasi trecento lunari disegni, allo sfortunato regista John Huston, che lo trasformò in una pellicola colossal pseudo-fallimentare, all’eterno giocoliere Orson Wells, che lo inserì senza esitare nella perennemente gravida famiglia dei suoi progetti dispersi, il “tarlo” del capodoglio albino è riuscito, con impressionante costanza, a generare altri mostri dando vita a tanti nuovi Achab votati, proprio come il torbido capitano del Pequod, a consumare considerevoli pezzi della propria esistenza nella conduzione di una chimerica abissalissima battaglia. Continua a leggere

Le storie di mia zia (e di altri parenti)

Ugo Cornia, Le storie di mia zia (e di altri parenti)
pp. 168, Feltrinelli, euro 12

Agili, rapidi e incalzanti come tanti piccoli romanzi-goccia, i cento bozzetti che Ugo Cornia ha messo insieme nell’esilarante e delicato reticolo di storie di questo suo sesto piacevolissimo libro divertono, seducono, di tanto in tanto addirittura ammaliano per la timida normodotatissima follia che si lasciano scappare spesso e volentieri tra una pagina e l’altra. Un rocambolesco esercito di personaggetti impastati nella quieta provincia modenese e spalmati lungo oltre un secolo attraverso il filtro dei ricordi, delle leggende quotidiane tramandate oralmente di nonno in nipote e di nipote in figlio, una lunga sequenza di episodi e divagazioni che restituiscono vita a corpi e a volti ormai dissolti da tempo, a gesti sopravvissuti soltanto nella memoria, insomma segnali di vita che appartengono al dominio delle grammatiche familiari, dei lessici psicoaffettivi, delle congreghe emotive con tutto il loro intimo ed esclusivo bagaglio immaginifico, linguistico e in fondo religioso. Continua a leggere