A me chi ci pensa?

Sonia Marra è scomparsa da due anni.
Era una studentessa che lavorava part time come segretaria per la
scuola di teologia della diocesi di Perugia. Emanuela Orlandi è
scomparsa da 25 anni, suo padre all’epoca era commesso della
prefettura della casa pontificia. La frase che accomuna queste due
sparizioni, quantomeno nei commenti comuni è: “Tanto so’ stati i
preti!”
E da quella frase alla stura di “facciamo vendere i beni alla Chiesa”
alle perplessità su questo Pontefice dall’aria restauratrice e ogni
altro tipo di luogo comune del genere il passo è brevissimo.
E a me, chi ci pensa? Continua a leggere

Semplicemente

Primavera, amore, poesia.
Cosa può esserci di più banale?
O di più sublime?
E quanto è bello trovare in uno dei libri che vengono ritenuti sacri un passo che racchiude da secoli l’essenza di tutto ciò?
Gli ebrei leggono questo brano celebrando la loro Pasqua, noi lo usiamo nella liturgia del matrimonio.
Ma più spesso questo libro (il Cantico dei Cantici) viene schivato perché troppo naturale, troppo amorevole, forse troppo erotico.
Eppure viene considerato l’essenza della scrittura sacra, paragonato al sancta sanctorum del tempio di Gerusalemme.
Perché il nucleo dell’uomo è l’amore profondo, così forte (più forte della morte, dicono i versi del Cantico) da imbarazzarci se lo percepiamo.
Ma non qui. Continua a leggere

Scontatamente

RACCONTO DI NATALE

Aveva seguito la strada che conduceva fuori dall’abitato mentre il sole invernale calava sulla scogliera come faceva spesso.
Ora il vento freddo che spazzava l’altopiano irlandese lo spinse ad entrare nel cottage.
L’aveva notato avvicinandosi, pensandolo abbandonato. Invece, non appena la luce del giorno era svanita, il bagliore dall’interno delle finestre era divenuto un invito gradito.
Spinse la porta e scrutò l’interno: legno ovunque, panche addossate alle pareti, tavoli desolati e un bancone dove tutto era scuro, anche le cromature dei rubinetti da cui veniva spillata la birra, luci accese ma nessuno in giro.
Fece per uscire quando sentì alle sue spalle una voce. Continua a leggere

Frustrazione

Non ricordo esattamente la frase né l’autore, ma era pressappoco: “Solo chi è infelice scrive romanzi” (e poesie, aggiungerei).
Partendo da questa frase posso dire, quindi, che la frustrazione del progetto di vita è una delle cause scatenanti di una certa produzione letteraria.
Ciò che mi preoccupa è che nei secoli la quantità e la qualità della frustrazione sono cambiate, portando più ampie fasce di scrittori a vivere una condizione disperata e allo stesso tempo veicolante un profondo malessere invece della frustrazione / indignazione che animava la voglia di riscatto e di costruzione attraverso la spinta letteraria.
L’ Oscura Frustrazione sembra proprio appannaggio dei giovani autori, i quali riescono utilmente a far porre l’attenzione sulle radici di un malessere che spesso ci troviamo a condividere a livello inconscio, effetto che giustifica ampiamente la lettura delle loro opere in prosa o in poesia.
Ma ogni tanto spero che ciascuno di noi faccia una tappa leggendo o rileggendo anche altri autori (magari del passato) che possano indurre in noi una positiva reazione o magari anche solo rasserenarci per un po’.

Buone Letture

Sguardo Nuovo

Mio figlio, in terza media, deve leggere e commentare questo sonetto di Ugo Foscolo.

A Zacinto

Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.

Presagisco un pomeriggio noioso, invece iniziamo a cercare le foto di Zacinto in rete per vedere concretamente le “sacre sponde” e le “onde del greco mar”, la “petrosa Itaca” e la tomba di Foscolo. Così ci troviamo a leggere e rileggere le strofe, i singoli versi, alle volte gigioneggiando “alla Gassmann” lasciando stare l’accademico rispetto ma trattando la poesia come una poesia e basta.
Finito il compito ognuno si dedica a qualcos’altro ma dopo cena, quando mando mio figlio a buttare la spazzatura, alza il sacchetto e mi dice: “Gli darò illacrimata sepoltura” ed esce ridendo, regalandomi uno sguardo nuovo su una poesia che credevo sterile.

Due bambini

Il primo si chiama Frank e racconta della sua vita di piccolo irlandese negli anni ’30. Il secondo, anch’egli irlandese, vive negli anni ’60 e si chiama Paddy Clarke. Entrambi fanno parte delle mie irregolari riletture. Succede che di tanto in tanto riprenda Le Ceneri di Angela di Frank McCourt o Paddy Clarke Ha Ha Ha di Roddy Doyle aprendoli del tutto a caso, solo per sentir parlare questi due bambini, due piccoli uomini che crescono. Frank tratteggiato sulla vera biografia del proprio autore raccontata con uno stile “sbrindellato”, Paddy più apertamente inventato eppure non meno vero grazie allo stile di Roddy Doyle straordinariamente vero nella sua “infantilità”.
Due romanzi che dovrebbero far parte dei testi obbligatori in un fantomatico Master per Genitori.

La prima…

…poesia che mi affascinò fu questa, al liceo.

Cuerpo de mujer, blancas colinas, muslos blancos,
te pareces al mundo en tu actitud de entrega.
Mi cuerpo de labriego salvaje te socava
y hace saltar al hijo del fondo de la tierra.

Fui sólo como un túnel. De mí huían los pájaros,
y en mí la noche entraba en su invasión poderosa.
Para sobrevivirme te forjé como un arma,
como una flecha en mi arco, como una piedra en mi honda.

Pero cae la hora de la venganza, y te amo.
Cuerpo de piel, de musgo, de leche ávida y firme.
¡Ah los vasos del pecho! ¡Ah los ojos de ausencia!
¡Ah las rosas del pubis! ¡ Ah tu voz lenta y triste!

Cuerpo de mujer mía, persistiré en tu gracia.
Mi sed, mi ansia sin límite, mi camino indeciso!
Oscuros cauces donde la sed eterna sigue,
y la fatiga sigue y el dolor infinito.

[Pablo Neruda]

Avventura

Sono l’Oceano Pacifico
e sono il più grande di tutti.
Mi chiamano così da tanto tempo,
ma non è vero che sono sempre calmo.
A volte mi arrabbio e allora do una
spazzolata a tutto e a tutti.

Era il 1969 e lessi queste parole sulla prima vignetta de Una Ballata del Mare Salato che iniziava la sua pubblicazione sul Corriere dei Piccoli, in una versione bicromatica “seppia”.
Fu così che conobbi Hugo Pratt e Corto Maltese, e lì iniziò il mio innamoramento che mi portò a conoscere Conrad, Melville, Cooper e scavare alla ricerca dei personaggi storici che il marinaio protagonista delle storie di Pratt incontrava nel dipanarsi delle sue vicende.
Esistono fumetti che restano “fumetti” ma l’opera di Pratt (insieme a quella di pochi altri autori italiani) supera il limite del mezzo, la restrizione della tavola disegnata per essere allo stesso tempo romanzo e cinema, immagine e poesia.
Se volete leggerlo o ri-leggerlo…

Chiaroscuro

Chiara la schiuma del caffè sullo scuro del liquido.

Il vecchio si attarda a zuccherarlo attento a non fare alcun rumore, con gli occhi bassi. Accanto al bicchiere da caffè c’è il piattino con un biscotto, lo mangia e al suo posto mette il cucchiaino. Dolce il sapore del caramello che poi, come sempre, si trasforma in un amaro retrogusto. Beve il primo sorso di caffè e alza lo sguardo verso l’orologio sulla parete, lancette scure sul chiaro dello sfondo, sono quasi le otto della sera. Beve un altro sorso e guarda oltre i vetri della porta. La visuale d’angolo gli permette di concentrarsi sulla gente che attraversa venendo verso di lui o allontanandosi, in entrambi i sensi, incrociando il traffico dei veicoli. Continua a leggere

Al Caffè

 

Il Caffè della Poesia ha due tavolini sempre occupati.

Si trovano agli angoli opposti della sala.

 

Nell’angolo est è seduto un uomo che mordicchia il cannello di una pipa spenta, si fa portare caffè e te, davanti ha un grosso quaderno e nella mano destra una penna a sfera, sul tavolino sono sparsi fogli e foglietti di varia foggia e colore, numerati, con personaggi, scene, ipotesi di sviluppo della trama. Continua a leggere

Max Tivoli

Un’ altra rilettura:

“25 aprile 1930

Siamo tutti il grande amore di qualcuno.
Voglio scriverlo, in caso io venga scoperto e non riesca a terminare queste pagine, in caso le mie confessioni vi turbino al punto da gettarle nel fuoco prima che io arrivi a raccontarvi d’amore e di assassinio. E come biasimarvi? Tante cose possono impedire di ascoltare il mio racconto. C’è da spiegare un cadavere. Una donna amata tre volte. Un amico tradito. E un bambino cercato a lungo. Così comincerò dalla fine, dicendovi che siamo tutti il grande amore di qualcuno.”

Le Confessioni di Max Tivoli è un romanzo di Andrew Sean Greer, tradotto da Elena Dal Pra e pubblicato in Italia da Adelphi nel 2004.

Linea d’ombra

Tra i miei libri ci sono brani che rileggo spesso e che mi piacerebbe condividere in questo blog nello spirito della frase “potrà questa bellezza rovesciare il mondo?”. Iniziamo da qui:

“Soltanto i giovani hanno momenti del genere. Non dico i più giovani. No. Quando si è molto giovani, a dirla esatta, non vi sono momenti. E’ privilegio della prima gioventù vivere d’anticipo sul tempo a venire, in un flusso ininterrotto di belle speranze che non conosce soste o attimi di riflessione. Continua a leggere