La Terra Santa

Maurice Riordan

Padre Burns ci ha lasciato Basil, il suo cucciolo di levriero,

mentre lui è via per il viaggio in Terra Santa.

Basil ha un nome per le gare, lo chiamano Goldfinger.

Crediamo che sia il cane più veloce di tutta Christendom.

Quando corre attorno alla casa il suo naso appare

a un davanzale prima che la coda sia sparita dall’altro,

ma se lo portiamo a Buttevant per l’allenamento

si blocca per via del ronzio che fa la lepre elettrica.

Mia madre non vorrebbe insultare un animale

in cui il prete ha riposto tante speranze,

però quando quello sradica i gigli dall’aiuola

sento che gli dice piccolo bastardo a bassa voce.

Basil continua a sfrecciare intorno a casa nostra

anche adesso che padre Burns è tornato e ha proiettato

le vedute dei luoghi santi su nel solaio degli Smart: mosaici,

e basiliche; il Getsemani, il Monte degli Ulivi.

Poi il minibus risale a nord, attraverso Giudea

e Galilea – verso Cafarnao e Cana,

l’acqua su cui Egli ha camminato e Nazareth,

dove fu Bambino. Anche laggiù c’è una basilica.

Maurice Riordan (da “The Holy Land”, 2007: la traduzione è mia)

Flinn il cantastorie

Flinn il cantastorie guardava la strada

davanti alla locanda del mio villaggio.

“Perché guardi?”, chiedevano i bambini.

“Perché guardare è il gioco degli dèi

e fu il compito invidiato agli eroi

ogni notte prima di ogni battaglia. Continua a leggere

I volti della grazia

Raffaele Milani, I volti della grazia, il Mulino, Pagine 258. Euro 22,00

Norma? E chi è, una ragazza che abita a Brooklyn? La battuta circolava ai tempi della pop art e stava a indicare il deliberato superamento di ogni consuetudine. Il gioco di parole torna in mente, leggermente variato, al termine del saggio che Raffaele Milani, docente di Estetica all’Università di Bologna, ha dedicato a I volti della grazia. Concetto del tutto centrale per quasi tre millenni dell’esperienza artistica e letteraria dell’Occidente, ma oggi apparentemente emarginato da una mentalità intenzionata a respingere proprio l’intuizione di quel “più in là” con cui il “non so che” della grazia tende a identificarsi. Grazia, a questo punto, potrebbe davvero essere soltanto il nome di una ragazza che vive in qualche periferia, non per questo però cesserebbe di avere un significato profondo, autentico e necessario. Continua a leggere

Immigrata

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Novembre del ’63: a Londra da otto mesi.

Mi fermo giù al ponte per osservare i pellicani:

Galleggiano come cigni, inarcando il collo bianco

Su un fascio d’ali appena arruffate,

Seppellendo il becco goffo dentro l’acqua del lago.

Stringo pugni infreddoliti nella giacca presa da Mark and Spencer

E di nascosto, ancora una volta, metto alla prova il mio accento:

St James’s Park; St James’s Park; St James’s Park.

Fleur Adcock

Dostohegel

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Il titolo sembra uno di quei racconti in poche parole che tanto piacciono ultimamente: Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere. In realtà il pianto di Dostoevskij risale ai giorni tra la fine del 1849 e l’inizio del 1850, al momento della sua deportazione in Siberia. Durante la traversata degli Urali, di notte, con le slitte bloccate da una tempesta di neve, lo scrittore si rende conto che il passato è dietro di lui e che ad attenderlo c’è soltanto «il destino misterioso» della Siberia. Piange, perché capisce che nulla sarà più come prima e perché intuisce che è giusto così. Il destino, quando è autentico, è sempre misterioso. Continua a leggere

Teddy Bear

 

teddy-bear-zaccuri

«Come può un uomo nascere quando è già vecchio?

Può egli entrare una seconda volta

nel grembo di sua madre e nascere?»

Giovanni 3,4

 

Alla fine le hanno dato il permesso di portare uno dei giocattoli nuovi. Uno solo. E che non ci siano pezzi da perdere, istruzioni da dimenticare, parti che si rovinano. Giulia non ha detto niente, non ha neppure accennato un capriccio. “Siamo fortunati, almeno a Natale…” ha detto papà. È che lei aveva già deciso, prima ancora che iniziassero a farle tutte quelle raccomandazioni. Dalla nonna porterà l’orsacchiotto di peluche, bello grande, come aveva chiesto nella lettera, e con il pelo marrone chiaro, il muso che sorride, la scritta “Teddy Bear” sul bavaglino. “Si chiama così?” ha chiesto Giulia, e la mamma le ha spiegato che in America tutti gli orsacchiotti si chiamano Teddy Bear, poi uno può dare a ciascuno il nome che più gli piace. Continua a leggere

Federigo Tozzi

Non è bastato un “Meridiano” (curato da Marco Marchi per Mondadori nel 1987), non è bastato un film (Con gli occhi chiusi, diretto da Francesca Archibugi nel 1995) per fare di Federigo Tozzi un classico universalmente riconosciuto. È uno scrittore rispettato in sede critica, questo sì, per quell’intreccio di introspezione e rudezza che lo isola all’interno di un’epoca – il primo Novecento italiano – niente affatto avara di forti esperienze narrative. Eppure, nonostante tutto, Tozzi continua a essere compresso fra Svevo e Pirandello, due maestri con cui condivide lo spaesamento di fronte alla realtà e l’inettitudine al cospetto del mondo, ma che per altri versi ci appaiono oggi meno attuali di questo senese irregolare e visionario. Continua a leggere

Michele Ranchetti, Poesie scelte

Michele Ranchetti raccontava di essere stato un bambino solitario e sovrappeso, estraneo ai giochi dei coetanei e costretto – non del tutto controvoglia, forse – a coltivare precocemente il suo mondo interiore. Disegnava, componeva musica, scriveva poesie. Da sempre, anche se il suo esordio come autore in versi risale al 1988, a 63 anni compiuti (nato a Milano nel 1925, è morto a Firenze il 2 febbraio scorso). Al momento della pubblicazione de La mente musicale, dunque, il profilo di questo intellettuale versatile e irrequieto pareva già largamente delineato. Successore di Delio Cantimori alla cattedra fiorentina di Storia del cristianesimo, certo, ma anche imprevedibile animatore culturale (negli anni Sessanta aveva lasciato l’incarico di direttore delle Librerie Feltrinelli in dissenso con Giangiacomo) e infaticabile operatore editoriale, come testimonia la lunga serie di iniziative e traduzioni legate, fra gli altri, ai nomi di Ludwig Wittgenstein, Sigmund Freud, Rainer Maria Rilke e Paul Celan. Continua a leggere

Che cosa muore con DFW

Sostenere oggi, all’indomani del suo suicidio, che David Foster Wallace era un cercatore dell’infinito può sembrare un controsenso, magari addirittura una provocazione. Ma Infinite Jest era il titolo del suo romanzo-capolavoro, apparso nel 1996, quando Foster Wallace aveva soltanto 34 anni: oltre mille pagine di stile ineccepibile e visioni postmoderne, incentrate sulla critica del sistema economico-mediatico contemporaneo e attraversate da continui riferimenti all’Amleto di Shakespeare. A partire dall’espressione scelta per il titolo, quell’«infinita celia» che il dolce principe serissimamente rievoca facendo memoria di Yorick, il buffone morto. Un Moby Dick di fine millennio, si disse all’epoca della pubblicazione, lasciando intendere che anche Foster Wallace, come ogni grande autore americano, aveva una Balena che lo perseguitava, alla quale era obbligato a dare la caccia. Un male di vivere che – complice forse una malattia insidiosa – ha finito per raggiungerlo l’altro giorno nella sua casa di Clermont, in California, dove lo scrittore si è impiccato.

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Don Centofanti, diario tra letteratura ed emarginazione

di Alessandro Zaccuri

Di solito sono gli altri, i non consacrati, a tenere il diario dei
preti: l’indimenticabile Bernanos, il dimenticato Lisi, il sempre
riscoperto Bruce Marshall. Questa volta, però, Fabrizio Centofanti –
sacerdote della diocesi di Roma – ha deciso di provvedere
direttamente. La sua Guida pratica all’eternità, che di fatto
costituisce un esordio narrativo, è un journal
come se ne possono scrivere oggi: frammentario, allusivo, alla
continua ricerca di un punto di equilibrio e consistenza che, prima
ancora di essere enunciato con chiarezza, viene percepito dal lettore
quale dimensione interiore, sguardo, attesa. Continua a leggere

Violenza e desiderio

È appena uscito un mio piccolo saggio che si intitola In terra sconsacrata: perché l’immaginario è ancora cristiano (Bompiani, pagine 152, euro 10). Comincia così.

Sto per raccontarvi una storia di anime in pena, terre sconsacrate e corpi sconvolti dalla passione. È una storia che conosce il desiderio e non è ignara della violenza, perché questo in definitiva siamo, noi umani:un grumo di violenza e desiderio che soltanto la bellezza può redimere. Prima di tutto, è una storia, è il grande racconto attraverso il quale il cristianesimo, in parole immagini e opere, continua a influenzare le parole, le immagini e le opere della nostra contemporaneità. In definitiva, e a dispetto di ogni altra considerazione, è una storia di speranza.

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Un fulmine, un pugnale

Da qualche giorno è in libreria il volume 68 lettere d’amore, curato da Marina Visentin per Ponte alle Grazie (conta 202 pagine e costa 10 euro). Sono love letters di grandi scrittori e scrittrici, pubblicate con un certo anticipo rispetto alla data canonica di San Valentino. Mi avevano chiesto una prefazione, io ho scritto un racconto. Questo.

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Le cose più grandi no

Le cose più grandi no, non le possiamo imparare.

Per morire non c’è maestro, e per nascere neppure,

Né per sapere come si brucia

In amore.

Con quanta pena siamo costretti a ritornare

Alle cose piccine di cui noi sì, noi siamo signori.

Mervyn Peake (c. 1949)

The vastest things are those we may not learn. / We are not taught to die, nor to be born, / Nor how to burn / With love. / How pitiful is our enforced return / To those small things we are the masters of.

Ecce Puer

Da tenebra antica

Un bimbo è nato:

Di gioia e dolore

Ho il cuore straziato.

Sereno in culla

Giace il vivente.

Che amore e pietà

Lo rendan vedente.

Sua giovane vita

È fiato su vetro:

Un mondo non era,

Già passa, sta dietro.

Un bimbo che dorme:

Un vecchio è andato.

Perdona tuo figlio,

Padre abbandonato.

James Joyce (1932)

 

Of the dark past / A child is born; / With joy and grief / My heart is torn. // Calm in his cradle / The living lies. / May love and mercy / Unsclose his eyes! // Young life is breathed / On the glass; / The world that was not / Comes to pass. // A child is sleeping: / An old man gone. / O, father forsaken, / forgive your son!

Il figlio, il Signore

Caro Valter, nella lettera-recensione che hai avuto la bontà di inviarmi a proposito del mio romanzo Il signor figlio ci sono due righe, una in fila all’altra, per me particolarmente importanti. Sono nella parte finale, quando mi chiedi che cosa sia (anzi, che cos’è) il Male. Forse rinnegare il padre, suggerisci e argomenti tu, evocando a questo proposito «la maledizione di Edipo». Alla quale però, subito dopo, contrapponi «la benedizione del figliol prodigo». Ecco, per me scrivere Il signor figlio ha significato anzitutto affrontare l’alternativa tra queste due figure di figlio o, meglio, tra queste opposte visioni del padre: il re da uccidere e spodestare nel mito greco, l’uomo che attende e abbraccia nella parabola evangelica.

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