Archivio dell'autore: alfonson

A richiamo d’amore o arma di guerra

di Alfonso Nannariello

Spesso la Grande Guerra aveva messo i soldati da questa e l’altra parte dei reticolati occhio contro occhio, baionetta contro baionetta.

Appena un poco prima, quando il porpora dell’aurora allora si imbiancava, tra i soldati stanchi e ancora mezzi addormentati, si propagava una voce che faceva sobbalzare. Continua a leggere

A bacche rosse e sfondi neri

di Alfonso Nannariello

Nei giorni freddi
con la morte in braccio
brillava al collo la foto
nell’oro del suo laccio.

Più di recente, ed io me lo ricordo, sui tremori del seno alcune donne avevano laccettini d’oro o d’osso, a cuore o a medaglione. Spesso chiavacuori.
Il chiavacuore era un fermaglio al centro del petto.
Il più delle volte fermava o riduceva la scollatura di una maglia. Nella forma di un cuore trafitto o di un sole con cortissimi raggi aveva un amorino o un’immagine sacra o una foto di un figlio o del marito perduto o morto o disperso chissà dove, ma non nel loro cuore.
Da tempo, anche quelli come nicchia del marito, non erano più amuleti. Erano un ricordo vivo certamente, ma, forse, anche un appunto contro le insidie alla fedeltà, pur non più dovuta ad un defunto. Continua a leggere

D’amore e crudeltà

di Alfonso Nannariello

Da noi il sole non riscalda troppo, e non resiste tanto, come invece a Napoli. A noi lascia dentro sempre un po’ di gelo.
Da noi il Vulture vicino, pieno dell’acqua di un diluvio, non è più un vulcano che fonde la pietra in lava, come fa il Vesuvio.
Da noi non c’era un santo che faccia da funaro, che sbrogli nodi diventati lacci, che scrosti il cuore da scaglie troppo nere, che risquagli il sangue come san Gennaro. Continua a leggere

Con tutti gli amuleti cuciti sul vestito

di Alfonso Nannariello

Quando nacqui io non si usavano più. Qualche tempo prima, invece, per vincere ansie, paure e qualche satanasso, le donne portavano appese al petto come scongiuri zampe di lepre o di coniglio, forse anche di tasso.
Col tempo questi ciondoli furono sostituiti da altri d’argento, d’oro o di corallo, detti manùzz. Le manine facevano il gesto delle corna o quello della fica. Al loro posto poi furono messi corni e croci, rimpiazzati a loro volta dall’arsenale delle virtù: croce, àncora e cuore, simboli di fede, speranza e carità, che rimasero amuleti, per quanto teologali.
Le zampe di lepre o di coniglio forse si mettevano da adolescenti per non far esplodere con una qualche scusa tutta un’energia che si sentiva dentro percorrere confusa. Quelle di tasso avrebbero dovuto dare forza, tenacia e resistenza.
Forse proprio per avere quel sangue freddo, quello necessario a soffocare con fermezza focolai di resistenza partigiana dentro il proprio cuore, le donne si ornavano di corallo rosso. Più rosso e freddo di quello di draghi, di pesci e di lucertole. Anzi più di quello rappreso davvero e duro come sasso, come quello dei pietrificati di Napoli nella cappella San Severo.

[l’immagine è tratta da qui]