Raccontare la follia, in emergenza

di

Andrea Sartori

Che cos’è una diagnosi in ambito psichiatrico? Un’etichetta incollata alla vita del paziente come un destino che questi non si può scrollare di dosso? Un escamotage che il medico utilizza per riempire l’apposita casella di un referto, garantendosi una coscienza tranquilla, professionalmente conforme?
Il libro dello psichiatra e studioso di antropologia culturale Giorgio Villa – Dimagrire con la psichiatria, Exorma Edizioni, Roma 2012 – è il tentativo di ragionare intorno a queste domande, utilizzando la rielaborazione narrativa della propria esperienza clinica nel servizio di emergenza del 118, come strumento d’indagine.
Non a caso Bruno Callieri, deceduto lo scorso febbraio a conclusione di una vita spesa a umanizzare la psichiatria, nella prefazione ascriveva il volume al filone della narrative medicine, ovvero a quell’ambito del racconto della malattia – e del suo possibile impiego clinico – di cui il ‘900 è stato prodigo di esempi ante litteram, basti pensare alle Memorie di un malato di nervi (1903) di Daniel Paul Schreber, ma anche alle angosce e agli sdoppiamenti – di certo non riducibili al solo dato clinico – di Franz Kafka, Italo Svevo, Luigi Pirandello, o allo stesso Sigmund Freud, cronista e narratore dell’inconscio di legioni di pazienti. Continua a leggere

Tizian non è solo, qualcosa si muove nella cultura e nella coscienza del Paese, di Andrea Sartori

Giovanni Tizian, giornalista ventinovenne della Gazzetta di Modena, autore del libro d’indagine Gotica. ‘Ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea (Round Robin, 2011), è sotto scorta, come Roberto Saviano, Lirio Abbate e Rosaria Capacchione. La notizia è ascrivibile a un fenomeno d’interesse generale, in cui la presenza delle mafie nel nostro Paese – da tempo insediate anche al nord, ovvero in regioni come la Lombardia, l’Emilia Romagna, il Veneto, il Piemonte – si coniuga con il problema culturale, altrettanto endemico, della latitanza della verità. In un luogo in cui la verità è occultata, vilipesa e ostacolata, infatti, le mafie attecchiscono facilmente, poiché tutte prosperano sul terreno del silenzio omertoso, della menzogna imposta dalla paura, della connivenza omissiva, allergica ai fatti e alla loro ineludibilità vincolante.
Non è un caso, d’altra parte, che Tizian e i suoi colleghi lavorino con la parola, con il linguaggio, ovvero con il dispositivo della comunicazione per eccellenza, che rende possibile il rispecchiamento del vero e che la criminalità organizzata teme al pari dell’azione investigativa, dei provvedimenti cautelari e ristrettivi. Continua a leggere

La morte di don Verzé, il mistero e la brutta figura degli uomini intelligenti, di Andrea Sartori

Il sipario calato sulla vicenda terrena di don Luigi Verzè, proprio nei giorni in cui il San Raffaele – con le sue finanze disastrate – andava all’asta, sta proiettando il faro dell’opinione pubblica e degli accertamenti giudiziari su quarant’anni di storia milanese. Una storia a dire il vero da sempre sotto gli occhi di tutti, eppure impermeabile alla vista. Anche a quella di chi – insospettabile e in buona fede, come Massimo Cacciari – ha magnificato, nel corso degli anni, la visionarietà del sacerdote-manager, la crucialità della sua posizione imprenditoriale e intellettuale nel panorama delle iniziative di sviluppo a favore del Paese e delle sue eccellenze.
Marco Travaglio, il giorno dopo i funerali, ha ripercorso sul Fatto Quotidiano le tappe dell’ascesa e delle cadute (plurali) di don Verzè, dagli affari immobiliari con Silvio Berlusconi agli albori di Milano 2, alle condanne per tangenti e abusi edilizi – in parte annullate dalla santa prescrizione –, dalle amicizie politiche come quella con l’immancabile Bettino Craxi – a lungo terminus ad quem irrinunciabile per qualunque oliaggio della macchina amministrativa pubblica –, alle speculazioni rapinose su due opere d’arte, finendo con l’abbraccio solidale elargito al pragmatismo illuminato dalla fede di Roberto Formigoni, ras indiscusso della Regione Lombardia e delle sue opere di bene nell’era berlusconiana.
E siamo all’oggi, con i suoi “sorprendenti” buchi di bilancio. Don Verzè, in mezzo a tanto rigoglio di idee e progetti, era solito dire che i soldi non sono mai il problema: chissà perché, allora, sono spesso in cima ai pensieri e alle preoccupazioni delle persone comuni, non appena si propongono di fare qualcosa, non solo di pensarla. Continua a leggere

Nuovo realismo, vecchi razzismi, di Leonardo Caffo

Parliamo di razzismo: ma prendiamola larga. In un articolo di Repubblica dell’otto Agosto scorso – Maurizio Ferraris, docente di filosofia presso l’Università di Torino – proponeva un ritorno al pensiero forte in opposizione, ovviamente, a quello debole di cui si è fatto portatore il postmodernismo sostenuto ad esempio da Vattimo, sempre della stessa Università. Coinvolgendo la stampa nazionale, ed internazionale, in quello che di solito potrebbe sembrare un problema trincerato dietro le mura delle accademie, Ferraris scatena una reazione a macchia d’olio su tutti i maggiori quotidiani da parte di autorevoli filosofi e critici che, dalle barricate di Micro Mega, Il Sole 24 Ore, Corriere della Sera, ecc., rispondono a suon di tecnicismi, visioni filosofiche diverse, o solidali a quella di Ferraris. Ma perché tutto questo interesse per un dibattito filosofico sui maggiori media nazionali? Continua a leggere

Attualità di Giorgio Ambrosoli

di Andrea Sartori

A partire dal 1991, con la pubblicazione presso Einaudi del libro di Corrado Stajano Un eroe borghese. Il caso dell’avvocato Giorgio Ambrosoli assassinato dalla mafia politica, l’indifferenza, se non la diffidenza, che circondava la figura di Giorgio Ambrosoli, è progressivamente mutata. Lo scorso 14 novembre 2011, ad esempio, l’Associazione Giorgio Ambrosoli ha organizzato, sotto l’alto patronato della Presidenza della Repubblica, la prima Giornata della Virtù Civile, dedicata a un’altra figura di resistente contro l’illegalità e le mafie, quella di Libero Grassi. L’oblio si è così riconvertito in ricorrenza, e si è fatta strada l’idea che la condotta di Ambrosoli rappresenti un esempio trasversale di onestà e integrità etica, soprattutto in un’epoca in cui i crimini finanziari dei colletti bianchi sono lo strumento più subdolo con cui le aree corrotte dell’imprenditoria e della politica, non di rado assistite dalla malavita organizzata, addebitano alla collettività i costi di spregiudicate operazioni speculative e di imbrogli di bilancio. Continua a leggere

Il silenzio di Dio nelle immagini di un figlio, di Antonio Demontis

Alexander Ahndoril, Il regista, Aìsara, Cagliari 2011.

Tredici capitoli, tredici passi di un figlio nel penoso cammino di emancipazione dalla segregazione affettiva perpetrata da un padre insoddisfatto, deluso, affranto. Un padre, ma anzitutto un pastore che invano ha cercato Dio nella luce, trovandolo solo nel buio e nella solitudine, nella lontananza dagli affetti più cari. Su queste basi, Ahndoril definisce il paradigma esistenziale di Ingmar Bergman, osannato genio creativo, autore de Il settimo sigillo, e figlio debole e ipersensibile, prostrato dall’apparente imperscrutabilità del risoluto padre. Continua a leggere

Diario di Barcellona III, di Andrea Sartori

«Io è un altro».

Gli vennero in mente queste parole di Rimbaud, quando si guardò nella specchiera ottocentesca del Grand Cafè Restaurante della vecchia Calle Ferran.

Volgendo poi lo sguardo alla strada, gli parve di vedere ancora se stesso: nella senzatetto che si arrotolava le mutande in vita dopo aver pisciato in un angolo già irrigato da un cane, nelle grida disarticolate di due tedeschi ubriachi, nel sorriso ammiccante di un omosessuale che tentava di sedurlo a distanza.

Avrebbe dovuto essere «un altro» più spesso.

Come la sera prima, ad esempio, quando, mentre rimestava il fondo di un mojito accucciato su di uno sgabello di Malpaso, entrarono nel locale, ridendo senza ritegno, sette ragazze olandesi, in città per le sfilate di Passarel-la. I giovani spagnoli che erano con lui si erano ridestai ad una nuova vita, sperando improvvisamente in un diverso destino per la loro notte. Allora, però, egli non seppe sfilarsi dal viso la pellicola trasparente che lo separava da se stesso. Doveva rientrare nel suo piso, e mettersi a lavorare alla scrivania, senza troppo alcool in corpo, e senza l’enfasi della carne a disturbarlo. Continua a leggere

Tutto l’amore che abbiamo potuto. Sul nuovo libro di E. Tonon, di Andrea Sartori

Con La luce prima (Isbn Edizioni, Milano 2011), Emanuele Tonon completa il suo personale ciclo trinitario iniziato con le due parti di cui si componeva il romanzo eretico dell’esordio, Il nemico (Isbn Edizioni, Milano 2009). Se quest’ultimo era dedicato alla teologia concreta – operaia e furiosa – del Padre e del Figlio, il nuovo libro è incentrato sul ricordo della madre, Vincenza, trasfigurata dall’elaborazione del lutto in uno Spirito Santo, che non si propaga nel mondo per il tramite fattivo della Chiesa di Pietro, ma per quello biologico di un’esile figura mariana, i cui organi espiantati – dilapidati – danno nuova vita ad altri sconosciuti. Continua a leggere

Diario di Barcellona II, di Andrea Sartori

Il mattino trascina con sé brani della notte. Dalla notte, a dire il vero, la città non esce mai.

Un lieve stato sonnambulico ti accompagna anche quando scendi a fare la spesa al piccolo supermercato sotto casa, gestito da un cingalese che ormai, quando ti vede, ti saluta con un identico bofonchio: «Buenos dia, italiano». Continua a leggere

Diario di Barcellona I, di Andrea Sartori

Ho attraversato la città con il mio corpo. O forse ho attraversato il corpo della città?

Chiazze, grumi, masse fibrose, sfilacci, muscoli: quasi inciampavo in parti di corpi. Staccate dal tronco, acefale, analfabete. Frange tagliate, brandelli amputati, gettati intorno a me, proprio sotto il mio sguardo, come a dire che erano lì non a caso, ma per richiamare la mia attenzione, e ad esigerne gli occhi, le retine, e con esse il cavo auricolare, il tatto, i seni nasali. Continua a leggere

Trauma senza evento. La narrativa italiana nell’epoca della sottocultura, di Andrea Sartori

Premessa psicoanalitica.
Un trauma psichico non è sempre congiunto in modo chiaro e univoco a un evento pregresso nel mondo reale. Anzi, come già sosteneva Sigmund Freud, esso è caratterizzato da una specifica Nachträglichkeit, ovvero si manifesta come tale solo a posteriori, in conseguenza di altri avvenimenti scatenanti, che ne dissotterrano l’eventuale nucleo patogeno. Continua a leggere

L’angoscia del moralista nell’esordio di Alfonso Brentani, di Andrea Sartori

In un passaggio del suo drammatico referto Senza trauma. Scrittura dell’estremo e narrativa del nuovo millennio (Quodlibet, Macerata 2011), Daniele Giglioli sintetizza così lo stato della vita pubblica del Paese a cavallo del nuovo millennio, il perdurante anno zero dello spirito sociale italiano, refrattario a essere simbolizzato nel linguaggio da un soggetto capace di verità: «Non c’è settore della vita pubblica, dalla politica alla finanza, dallo sport alla cultura, che non si presti a essere interpretato in chiave di bande – cordate, scalate, filiere, gruppi di pressione, patti di sindacato, lobby, cricche, conventicole, famiglie, mafie». Uno scenario sconsolato a cui quasi tutti siamo assuefatti, appiattiti per stanchezza, delusione e talvolta paura, sulle locuzioni più indeterminate che ci siano, che meno di altre richiedono una presa di posizione, una specifica postura critica, da parte dell’enunciante: si sa, così fan tutti, non c’è altrimenti. Nel furioso e al tempo stesso insensibile dileguare del vero e del senso di responsabilità, l’unico principio che le bande macinatrici di realtà e di potere adottano per imporsi e mantenersi sulla scena pubblica nazionale, è quello arcaico dell’auto-conservazione. All’apice – presunto – della società e dell’economia della conoscenza, laddove si disquisisce di preziosi capitali cognitivi da valorizzare e di evoluti strumenti di comunicazione da adottare, il campo politico e produttivo del Paese è per lo più attraversato dagli impulsi ferini di un rinnovato stato di natura hobbesiano, dalle leggi di un incravattato darwinismo sociale, ove contano null’altro che la sopravvivenza, la conservazione dell’utile e del proprio interesse materiale. Continua a leggere

La ferocia dorata degli anni zero, di Andrea Sartori

Accadde così, un po’ per incoscienza e un po’ per disperazione, o forse perché c’era semplicemente bisogno di sentirsi vivi, guardati, considerati. Mi ritrovai lì, a parlare con un pubblicitario di lungo corso, un signore che voleva insegnarmi il mestiere. Tutto era nuovo, si ricominciava daccapo. La fiducia era doverosa, non si poteva allontanarla ancora. In parte me l’ero cercata, in parte ci avevo sperato davvero, ma in fondo non ne volevo sapere nulla, mi sarei accontentato di fare data entry a un terminale qualunque. Finirla una volta per tutte con le lotte, con le illusioni. Finirla con le immagini, con le aspettative, con le proiezioni del futuro e le relative paure. C’era bisogno di cose, di fatti, di macigni che curassero l’astrazione. Andò diversamente. Continua a leggere

Calvino impuro nella lettura spirituale di Fabrizio Centofanti

di Andrea Sartori L’opera letteraria di Italo Calvino è troppo complessa e articolata per essere etichettata come rappresentativa di un modo univoco di intendere la letteratura e il suo rapporto con la vita. Da qui l’insoddisfazione di Fabrizio Centofanti (Italo Calvino. Una trascendenza mancata, Clinamen, Firenze 2011) rispetto a quelle letture che schematizzano il lavoro di Calvino in due fasi tra loro non comunicanti, o che oppongono seccamente i suoi scritti «di carta e d’inchiostro» – come ebbe a dire Carla Benedetti – a quelli «di carne e di sangue» di Pier Paolo Pasolini (la gestazione dello studio di Centofanti risale a prima della pubblicazione del discusso Pasolini contro Calvino. Per una letteratura impura, Bollati Boringhieri, Torino 1998, ma è piuttosto chiaro che Centofanti già allora non avrebbe condiviso l’impostazione oppositiva, antagonista e a tratti manichea del pamphlet della Benedetti). Continua a leggere

Ricordo di Alessandro Scansani (1946-2011)

È venuto a mancare Alessandro Scansani, fondatore nel 1988 – assieme a Giuliana Manfredi – dell’apprezzata e coraggiosa casa editrice Diabasis, con sede a Reggio Emilia. Conobbi Alessandro poco più di un anno fa, quando iniziai a collaborare con la casa editrice. Al termine del nostro primo colloquio mi confidò d’essere malato, e subite disse – con un disteso movimento della mano e un aperto sorriso del volto, quasi volesse rassicurare innanzitutto me – che non aveva alcuna intenzione di morire presto. Negli ultimi mesi era sempre più provato dalla crudeltà della malattia e dalle delusioni di una vita politica nazionale impregnata di berlusconismo, volgarità e arroganza. Non ha tuttavia mai cessato di lavorare alla cura dei suoi libri, opponendo cultura di qualità a sotto-cultura. Riporto di seguito una delle sue ultime riflessioni pubbliche, originariamente indirizzata ad amici e soci, lettori e collaboratori delle Edizioni Diabasis. Continua a leggere

Un’inesorabile realtà, di Andrea Sartori

Il primo romanzo di Lara Santoro – Il mio cuore riposava sul suo, traduzione dall’inglese di Adele D’Arcangelo, Roma, e/o, 2009 – non appartiene al filone di certa letteratura esotica, che sfrutta lo scenario del continente africano per ambientarvi storie d’amore e avventura. La giornalista d’inchiesta Anna, i suoi amanti Nick e Michael, la domestica africana Mercy e padre Anselmo, tracciano le traiettorie di una storia che si dipana tra gli slums di Nairobi, le atmosfere decadenti e ancora coloniali dei party d’ambasciata, l’arida terra spaccata del Sudan, il califfato petrolifero di Nigeria, le stanze d’albergo d’una Belgrado che ospita i sicari del genocidio bosniaco, senza mai cedere alla strizzata d’occhio della bella cartolina di viaggio proveniente da terre lontane. Continua a leggere

“La divisione della gioia”, di Italo Testa

Italo Testa, “La divisione della gioia”, Massa 2010

da: Delta (sezione III)

spogliarsi
in una stanza
disadorna
muoversi
con violenza
contro la parete
lasciarsi prendere
da una foga
una veemenza cieca
e a testa bassa
andare
a cuneo
dalla pelle a brani
scacciare il male
sul pavimento
a piombo
lasciarsi andare
in una stanza
disadorna
precipitare.

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L’estraneità del familiare. A proposito di un romanzo di Monica Viola

MONICA VIOLA, Tana per la bambina con i capelli a ombrellone, Rizzoli, Milano 2008.

di

Andrea Sartori

È l’«ansia da sovraffollamento» di una famiglia composta da genitori, otto figli, una nonna – nella Roma a cavallo tra gli anni settanta e ottanta – a rendere un «lungo e lento verme» l’accavallarsi domestico di voci, urla e bisogni, che si susseguono in un appartamento spazioso eppure troppo piccolo, per consentire le sfogo dell’inevitabile nucleo nevrotico di una tale convivenza coatta. Continua a leggere

Saviano e la «potenza vitale della scrittura», di Andrea Sartori

I. Un nuovo libro? In questi mesi è stato più volte rimarcato come il secondo libro di Roberto Saviano – La bellezza e l’inferno, Milano, Mondadori, 2009 – non sia un vero e proprio libro inedito, caratterizzato da una sua organicità testuale, da un’identità compatta e riconoscibile, ma una raccolta di interventi già apparsi altrove, quasi si volesse classificare come disdicevole l’operazione editoriale in sé, alla base della pubblicazione. Se tuttavia prendessimo sul serio il pensiero espresso da Saviano nell’introduzione – «Questo libro va ai miei lettori. A chi ha reso possibile che Gomorra diventasse un testo pericoloso per certi poteri che hanno bisogno di silenzio e ombra» – ci troveremmo condotti a riflettere su una responsabilità: quella consistente nel ricambiare il gesto di scrittura dell’autore con un’attività di lettura, di appropriazione, che non renda affatto La bellezza e l’inferno un prodotto neutrale ed inoffensivo, ovvero schiacciato, quanto al suo significato, su delle onnipresenti logiche di consumo. Saviano scrive, e con ottimi risultati, rendendosi refrattario all’incasellamento in un genere, ma egli sembra anche dirci che c’è modo e modo di leggere. L’autore, infatti, mette in conto di porci nel «pericolo di leggere», ovvero in un pericolo analogo a quello in cui egli incorre scrivendo. Qual è dunque una logica probabile, o un senso possibile, di un testo come questo, che mette a disposizione quanto è già passato nei media? Continua a leggere

Mi sveglio, di Andrea Sartori

Mi sveglio d’estate in un sudato sudario intriso del mio freddo. È febbre. Odo il raggricciare gesticolante d’una delle mie disgustose zampine, ed è la venticinquesima che cerca l’abbraccio della ventiseiesima, mentre tutte le altre paiono cicale intente a frinire nel loro tentacolare distendere le antenne. Eppure non sono antenne d’intelligenza ciò che distendono, ma arti rivoltati al cielo, ora scoperti dal lenzuolo intriso dell’umidità della notte trascorsa, pennellato di macchie gialle, forse la putrescenza del mio tronco. O è la linfa del mio corpo? Fisso il soffitto. Accanto al lampadario un clown con sformati pantaloni verdi mi fissa, sul naso ha una palla rossa, sulla testa un cappello floscio, una giacca dalle lunghe falde non lo veste ma lo copre tutt’intero. Stridono, ora, mentre sfregano le une con le altre, tutte le mie corte zampe, e mi pare che l’uomo sul soffitto sorrida, allungando un braccio verso il mio letto, che sta perpendicolare alla sua figura. Continua a leggere