FOT***O! [il delitto perfetto]

Da bravi, siete rimasti una manciata. Tutti in fila. Uno. Due: tre…

Manca qualcuno? Mirror Neurons! Lascia quel dannato specchio per un secondo; e porta qui i tuoi dendriti! Tutti pronti? Foto ricordo al cervello fottuto! Bene, andate in pappa, tranquilli…

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METALLI COMMEDIA 0.1

Parlano, parlano di libertà,
ma quando vedono la penna libera,
allora il panico li provoca.

[liberamente, da Easy Rider:
in claris fit interpretatio]

«Non mi sono mai sentita a Casa – Quaggiù» scrive Dickinson. «Riporta questo selvaggio a Casa» canta Dickinson. Emily e Bruce. E nello stesso sentire: sentirsi sempre fuori luogo. Perché fuori di testa, fuori dai denti, fuori dal coro e fuori dal metro. E ne parlavo con l’amico. L’amico della kerkoporta. Mi ricorda, ancora, la kerkoporta: «devi farti kerkoporta, basta farsi kerkoporta. Costantinopoli – si dice – cadde a causa della kerkoporta, una piccola porta secondaria».
Alla quattrocentocinquatatreesima volta che mi sprona a diventar kerkoportiforme gli comunico che, per contrappasso dantesco, sarà concluso in una belìn di kerkoporta per l’eternità… E nel delirare e demandare all’Alighieri i tormenti di chi ci/mi cianura/cianurò la vita in vita, nasce la Metalli Commedia. E l’amico della kerkoporta offre occhio e orecchio all’opera. E presta mano: per contenere le cascate chiare [ché lui computa accenti e corregge e contiene i *cazzi* che Dama usa/abusa come virgola], per assegnare assilli all’arco dell’alloro che – no! Non è peccato mortale  sostituire Virgilio con Alice Cooper! E se – sì: è peccato mortale, m’ho da confessare… Continua a leggere

CI VUOLE QUELLO CHE IO NON HO

Caro Vasco,

davvero ci vuole quello che io non ho, ci vuole pelo sullo stomaco [ho solo l’esofago a fiamma e più di un’ulcera e no!, lo so che non bastano]. Il problema è che non lo voglio. Non più. È sempre una questione di pelo. E nugoli di discussioni/dibattiti «De Videocracy» [hanno scoperto che tettEculi muovono marEmonti? Complimentoni! Non ce ne eravamo maimai accorti!] e cercare di muovere passi senza prostituire né corpo né credo – sapevo, l’ho sempre saputo, non sarebbe stata impresa facile… E sì che tu [me] lo canti da sempre: «le regole sono così / è la vita! ed è ora che CRESCI! / devi prenderla così… ». E sì che ti re-cito da sempre: «Sì, stupendo! Mi viene il vomito!». Continua a leggere

TIME TO DIE: IL TEMPO DI MORIRE

I. «Camminavi al mio fianco e ad un tratto dicesti ‘tu muori’» [Lucio Battisti]

«La vita sul palco: sì! Il palco nella vita: no!». Mi disse, pieno di prudente/previdente – profezia. All’epoca, come nell’ora, non è detto: l’autodeterminazione sposi l’autoconservazione. Vero che il corpo è uno strumento. Vero anche che Qualcuno bruciò – il suo strumento. Quello che resta è la Musica. Esistono contenitori che modellano il contenuto. Esistono contenuti che spezzano i contenitori. Per quanto si cerchi di ‘bilanciare’ è sempre una Spada di Brenno, una Spada di Damocle! Si deve: scegliere! Imperativo e Categorico: o sopra o sotto il palco! Aut-Aut: scelta obbligata! E scelgo: non starò sotto! Al di là dell’Alfabeto di Ben-Sira o dell’Anonimo che sia stato, al di là del lignaggio di Lilith che motteggia: «Ella disse ‘Non starò sotto di te’ , ed egli disse ‘E io non giacerò sotto di te, ma solo sopra. Per te è adatto stare solamente sotto, mentre io sono fatto per stare sopra’». Continua a leggere

ROCK ‘N’ROLL SUICIDE

Intro: C G C G

E segue: C E7 F G Am

E senti come: «Time takes a cigarette puts it in your mouth. You pull on your finger, then another finger, then your cigarette». E chi? Uno suona, uno serve, uno stona: «ma lo sai che sei gialla?». Sarà la birra, sarà la luce che sbaglia, sarai pregna: di nicotina… Sarà che siedi con la gamba stesa e scansi con le stampelle sciami di pensieri: scacci pensieri come stracci da smettere, come tristi turisti molesti – nido nocivo di neuroni. Come dire, come pregare: silenzio! Cerchi calma, dopo l’ennesima colica, nella culla di un Cuba, un altro. Giro a vuoto: lo stomaco che ti manca per l’incubo che hai scelto. È il tuo lavoro! E come puoi prestare il corpo ai copioni, lo scheletro alle scene, se sei chiaramente claudicante? L’ultimo legamento sano, dei due puntelli dati – per piegare le ginocchia e rimanere a schiena dritta. Ora che paghi: la scelta di vita che non paga. Lo sai! Anche quel burocrate/politico ti sfrutta, con l’alibi della gavetta. Lo sai, ma fai finta di non saperlo. Fai finta, da sempre. Fingi. E [ti] mascheri. Figuri. E [ti] racconti una lucida bugia: vuoi crederci, nonostante… E affoghi colui che sventola un contratto che non firma. Non firmerà. Te l’ha fatto vedere, premiata profumeria, e hai corso troppo, hai dato tutto. Nulla di vero che tu possa stringere. Continua a leggere

E SE ALLA SUA ETÀ…

no-hands-clock

La giovinezza, una novità.

Nessuno ne parlava vent’anni fa.
Coco Chanel

Non capisco.

Il clamore per “Il curioso caso di Benjamin Button”. Al di là che buonanima di Scott Fitzgerald – ora – lega il suo nome anche a quello di Brad Pitt, dopo l’omaggio (?) di Luciano Ligabue [autore de La neve se ne frega, Feltrinelli, 2004. E qui chiudo. La parentesi e ogni commento in merito]. Al di là del risultato cinematografico – e del mio personale salvare solo il Capitano Mike Clark – non capisco. Continua a leggere

BEHIND BLUE EYES

Tuttocchi.

E dita lunghe. Troppo lunghe. E tua madre pianse. Per come eri: uno sgorbio sputato da Schiele. Come una. Creatura aliena che covava urla in utero: sei sorta. Come la paura. Sei sorta come chi spalanca: le prime pupille. E la potenza che piange: costretta in un corpo piccolo. Troppo piccolo. Per occhi troppo grandi. Troppo freddi. E non capivi il perché delle tue percezioni e proporzioni [ sicuramente sbagliate, anche se tutti – ora – sembrano: sorridere ]. Continua a leggere

NABABBO NATALE [ è inutile sai, il male che fa… ]

Stimato Santa,

posso capire che, dopo secoli di servizio, essere un Claus come tanti – non sia: facile. E non credere sia felice di averti sostituito in toto. I tuoi protetti palesano richieste assurde… Il taglio del personale ci ha danneggiati entrambi, credi. Come tutti gli anni ho confezionato con cura: armi più potenti, per distruggere più popoli; messe in scena tutte nere da gustare col terrore; morse salde e maglie strette, incubi solidi e corpi cinici. Come ogni anno ho chiuso bene ogni sacco di polvere – perché fosse davvero – un bianco fondale [ che tu sai la cocaina è per la mala arte è medicina ]. Continua a leggere

A MOSQUITO, MY LIBIDO

A Mosquito: «Non piove.
Grandina: flagello di frasi. Come bossoli per lo scoppio di meningi: troppi stimoli. Torture che lego a tempesta: notizie e nozioni, fatti e fitte. Schermi e sentimenti. Mordo il freno, rimuovo la placca, il Tartaro avanza: il belpaese infernale? Il belmondo dorato? È felice una facile finzione? Marcio, miseria, morte: ovunque! Assedia l’amazzone e proteggi il pappone? Quale politica? Terapia in parlamento? Un altro cellulare. Controlla la linea, collega, ricorda, dimentica! Subisci. Silenzio! Le grida, la bambina… Continua a leggere

A CHE ORA È LA FINE DEL MONDO?

«It’s the end of the world as we know it»: è la fine del mondo, per come si conosce. Che cosa? Il termine «fine»? Il termine «mondo»? «Fine del mondo» è il termine, è la fase terminale? Rapid Eye Movement e l’occhio in moto ratto – ruba al sonno percezioni e previsioni: catastrofi e pronostici. Profezie e calcoli. Clima e Cern, Big Crunch e Calendario Maya, Asteroidi e Apocalissi, Giudizio Universale e Totocataclisma. Continua a leggere

MODELLO POETICO: CATALOGO [ESERCIZI DI STILE]

«Tutti i vizi, quando sono di moda, passano per virtù»: così, per Molière, autore e attore. Il tarlo dell’immagine è assillo/assioma anche per chi non recita – per chi redige. La versione pubblica della propria-persona-poeta. E si pretende [nel pullulare/paupulare di performance]: i poeti completi vestono completi da poeta. È credo «buono e giusto» somigliare allo scritto steso – è nel come [complessi di gusti, si stereotipa lo stile che sia: forma/foggia, abito/accento], il crimine. Perpetuato ai danni del carisma speciale, in nome della classifica speculare. La foga in voga è rogo: si chiede di dire «si vede – è poeta!».

«Limae labor et mora» – il precetto si declina per divise. Estetiche, estatiche, ça va sans dire. Continua a leggere

FRATELLO METALLO [CASSE AL CLERO]

Chi canta prega due volte

[Sant’Agostino]

E chi – dice/decide/decreta la Musica del Miserere? Frate Cesare Bonizzi – awka: Fratello Metallo [http://www.fratecesare.com/], missionario Cappuccino, predica il Verbo [anche] dal palco: Gods Of Metal. E alla voce di Dio [e non solo: Ronnie James] si aggiunge: portavoce.

Buongiorno, padre Cesare.

«Pace e bene, figlio mio».

Perché si fa chiamare Fratello Metallo?

«È il mio nome d’arte».

E da quando un frate cappuccino ha il nome d’arte?

«Lo uso nei miei concerti di musica heavy metal». Continua a leggere

PROVA IL ROSSO! SYLVIA, SANNELLI, PLATH E PALCHI

L’utero
Scuote il guscio, la luna si separa
Dai rami e non arriva.

Il mio ambiente è una mano
Senza le linee, vie
Strette in un nodo, io

Io la rosa che adempi, io –
Sono il corpo,
Sono l’avorio

Empio come uno strillo.
Questo ragno che sono
Crea specchi docili alla mia figura,

Emissioni di sangue
E basta – Prova il rosso!
E questo bosco funebre

Questa collina e questo
Effetto luccicante
Delle bocche dei morti.

[Donna senza figli, Sylvia Plath, traduzione di Massimo Sannelli] Continua a leggere

Santi e Blasfemi, Paolo Benvegnù e Le Labbra

Le parole d’amore, che sono sempre le stesse, prendono il sapore delle labbra da cui escono.

Guy Maupassant

Le Labbra.
Làptein, lambire, leccare. Le Labbra: i sensi al plurale. Il moto per dire. Il silenzio nel morso. «Le Labbra. Questo il mio ritratto: profilo di Parole». E Luciana Manco è incipit. Al booklet – il libro compatto – del disco. Di Paolo Benvegnù. Le Labbra. Sono. Punto. Continua a leggere

Amen omen – di Chiara Daino

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e fu. l’ inizio: un soffio
strazio che [e sfuma, lento]
la ricerca la risposta:
si trova nel perché nudo
[è nudo di punto – luce]

da dove a dove, tu? è verso
che non afferro che non affermo!

vecchi amici [in breve – vecchi]:
persi nell’arco di un tramonto

Amen Omen [il tuo volto – ancora?]
Amen Omen [la mia volta – ancora?]
essere privi [e sere senza…] Continua a leggere

LO SPIRITO DELL’AUTORE (se senti lo vedi)

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L’autore nel suo libro deve essere come Dio nel suo universo, dovunque presente e in nessun luogo visibile.

[Gustav Flaubert]

Nel suo universo implica: l’intero spaziotempo esistente. Implica: scandire il ritmo in più luoghi. Implica: donarsi per farsi eco. E l’uno si complica e si moltiplica: si divide. Ecco lo spirito dell’autore, lo spettro che rimane all’ombra di se stesso. Uno spiccato in due e con-fuso in altro: dove il textus – quale mano ha filato? E quale ha firmato? Verba volant di corda in corda e quale cuore ha intonato? Il LA – la nota di partenza la stazione per un treno [che ha un altro capo per condurre il tuo corpus].
Qui finisce il mio cappello introduttivo ed inizia il suo Chapeau [esclamativo]. Un applauso per introdurre le parole che Paolo Pilo mi ha regalato e con voi con-divido.

Chiara Daino Continua a leggere

METALLICA come il suono della diversa

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La poesia è musica: la metrica? E quale metro di giudizio segna i confini della musica che è poesia? Quale metronomo segna il tempo che rimane – eterno presente? I soliti “rumores” dicono sia solo “rumore”, solo “canzonette”; e la critica seria (quella che conta!) non le valuta degne – di essere “lette”. De gustibus, ex cathedra!

 

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Heavy Mental

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Non sono isolati. Radio Terra! Come stille dallo spazio fondo saranno, anni luce lontani da casa: la vista darà. Radio Terra! Radio Terra! Incedono dall’universo che non è stato creato, per mota come questa. Radio Terra! Radio Terra! E noi abbiamo scordato la sola parola che sapevano tradurre. Credono noi: gli alieni- marziani, quelli dei loro libri di fantascienza. Radio Terra! Radio Terra! Navigano dalla via lattea verso ogni neonato giorno, lungo il fiume di luce; ci chiamano “freddo e sperduto centro”. Radio Terra! Radio Terra! Io attendo all’esterno, in una qualche parte della linea di confine: non voglio troncare, ricevetemi. Radio Terra! Radio Terra! Loro ascoltano “radio terra”– una forma di arte indefinita – giorno e notte e, al ritmo dei nostri discorsi, scorrono le onde, tramite il pianeta parallelo. Radio Terra! Radio Terra! Hanno trovato un codice per decifrare la cosa “scordata”. Hanno trasmesso. Radio Terra! Radio Terra! Un’invasione. Radio Terra! Radio Terra! Amore.

 

[Abydos, “The little boy’s heavy mental shadow opera – about the inhabitants of his diary”]