BMW (di Ambra Stancampiano)

Il giorno che sono andato a prendere la BMW c’era un sole giallo e cattivo.
Guardavo dallo specchietto della mia vecchia 127 lo squallore del rione in cui sono cresciuto con un fremito su per lo stomaco: potevo farcela, ne stavo uscendo.
Il venditore mi ha fatto firmare un sacco di carte e ha preteso documenti e buste paga, poi mi ha consegnato le chiavi. Scintillavano.

La BMW mi aspettava nel garage della concessionaria, bellissima come la donna della tua vita quando la immagini da ragazzino.
Il commesso ha disattivato l’antifurto col telecomando, quel bip bip mi è sembrato più dolce del suono di un’arpa.
Sono salito sull’auto, mi sono lasciato avvolgere dall’abbraccio degli interni in pelle, mi sono guardato intorno: quella era la mia macchina. Neanche colei che si sentiva padrona della mia vita poteva interferire. Era la prima cosa solo mia a parte il lavoro con cui mantenevo entrambi in quel quartiere di merda.
Mi sono guardato allo specchietto, ho sfoderato il mio sorriso da venditore; inutile rovinarsi la giornata coi brutti pensieri, a mamma la macchina sarebbe piaciuta.

Al mio ritorno tutto sembrava più bello, perfino le baracche in misto cemento e lamiera attaccate ai pali della corrente per rubare la luce al comune. La BMW mi faceva sentire una spanna al di sopra del degrado che mi circondava, mentre la gente affacciata alle finestre e ai balconcini si passava la notizia che “Micuzzu, u figghiu da ‘za Tana, si fici i soddi” più velocemente dei miei 90 cavalli. Continua a leggere

“TEMPO DI RISERVA” (inediti), di Silvia Rosa

QUELLA VOLTA

Quella volta che il sole
è caduto per terra
con uno sparo di voce
al centro al cuore
dentro la sua stessa luce
colpito forte, sembravano
lucciole le schegge
che mi cascavano tra i capelli
legati in un nodo,
sembrava la fine di un mondo

ma poi la vita riprende ‒ così dicono ‒
solo meno luminosa e
un poco più fredda, scomoda,
la voce torna ai suoi silenzi
collusi con le ombre, torna
a non dire a dire a metà
a farsi lieve vento tra le nuvole
che da quella volta mi seguono
premurose, in fila

non ho capito se in un corteo funebre
o per darmi l’illusione di essere ancora
una sposa ancora la stessa di prima
‒ in attesa sempre ‒ ancora viva.

***

RELIQUIA

È così che ricordo il tuo corpo
‒ sole minuscolo ingoiato
da un cielo di lucciole e assenze ‒
come candido marmo, una perla
screziata di buio per ogni silenzio
che custodisci con le mani di neve

Pochi giorni, le creste spampanate
dei soffioni turchini che si agitano
in questa distanza al rallentatore,
di paura in paura, e tu sei una statua
bellissima, terribile, senza occhi
né voce, reliquia del mio desiderio

Voglio tenerti ‒ un ossicino traslucido
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estremo, anacoretico cartiglio (inedite)

Andando per qualche via antica di Milano
di colpo rammento le parole di Raboni
sulla “sua” Sicilia conosciuta attraverso Cattafi –
e “in Sicilia, in Sicilia”, mi recito e dico, invano
forse, per le mie mute, inesauribili orazioni…
(9 maggio 2016)

(dormiveglia)
Mio padre,
Con mia madre, conferma riconosce
L’origine la stirpe il nome
Di mia figlia che nasce.
Nomina di nuovo la terra e la casa.
Ritorna al cuore della mente,
Non so come.
(15.1.2017)

Tra le case, del molto che qui fu,
Resta qualcosa, forse, quasi un niente,
Un fregio una pietra cimino o poco più,
Quasi una disperata speranza della mente.
(30.09.2017)

Il senso deciso, ultimo delle cose, come un vento
Ladro, nascosto e feroce, con destrezza,
A un’ora qualunque, al preciso inatteso momento,
Così da smarrire il tempo in qualche brezza.
(4.11.2017)

A margine freddamente si tratteggia
La parola che c’è, il finto foglio,
La rinuncia abbozzata, in una scheggia
Di estremo anacoretico cartiglio.
(07.11.17)

S’infima l’inferno, interna, inverna-
Le s’insinua, inscena l’alpe eterna.
Vi si intravede come un Dio mendìco,
Morto per freddo, straniero, senza amico.
(30.11.17)

E dimmi, di ragione, io, chi sono io
a scrivere, in minuscolo, il nome di Dio?
e se tutto in minuscolo il mondo
tutti celasse i Nomi, in fondo in fondo?
(1.12.2017)

(contrade)
S’elevava calcarea la luce, da un pertugio
Aspro di mosto si apriva – ancora indugio –
Il mare delle vigne alla collina,
Appena sopra il sale, alla marina.

Sant’Elia, le Rocche, la Traversa,
Vi punge l’aria fine dell’inverno,
Peppino tra una salita una discesa
Nel sole di febbraio, arreso
Al peso dell’eterno.
(13.12.2017)

alcune “tristi verità” di Ambra Stancampiano

Ambra Stancampiano è una giovane scrittrice messinese, qui in veste di aforista, epigrammista in prosa, epigrafista, calligrammista,etc. Vi proponiamo una scelta di quelle che l’autrice stessa chiama “tristi verità”: soprattutto nude ed irriducibili visioni della realtà (Enrico De Lea).

***
#1
Crescere vuol dire confrontarsi con tristi verità.

#4
I veri sognatori non sono gli utopisti o gli idealisti, ma coloro che sperano di trovare la carta igienica nei bagni pubblici.

#7
La madre dei beoti è sempre incinta. Peccato che la Beozia non esista più, quindi sono tutti in giro a rompere i coglioni agli altri.

#8
Essere una brava persona è un’autovalutazione del tutto soggettiva.

#11
Cleopatra è stata un grande regina, finché nella sua vita non sono entrati Cesare e Marcantonio.

#12
Ognuno crede di aver ragione e
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a quest’ora

A quest’ora
Pesante, ad ogni ora del pianeta,
Ci sono ore ed ore
In cui recintano campi
In tutta Europa, e alzano muri,
E in ogni mare, nostrum e altrui,
E in ogni plaga o landa
Che si vieta a umani
Senza consòlo, luoghi resi bui,
Filo spinato o meno,
Menti o premanufatti cementizi.
Gli americani, poi, sono più duri:
Come nei fatui western hanno vizi
Da buoni e cattivi, prigionieri
Dell’eterno, ritinto riporto della verità,
Quella che è per me chissà
Cosa e come,
Sparuta come un profugo da guerre,
Come mio padre ieri,
Senza più un nome.

(rileggendo Vittorio Sereni)

quartine di media estate


__
Un suono costante di biscotti,
Nzulli frolle ciambelle piparelli,
Momenti che croccano, speziati.
Dai paesi che crollano, ciottoli, dai colli.
*
Stanotte sogno Ntinnammare,
Sogno le doppie acque giù al Pilone
Con lunghe bracciate io che non so nuotare
E mio padre che guarda da Filione.
*
Nel chiaro andavamo, io, in un sonno assorto,
Io e mio padre la domenica mattina,
All’approdo dei pescherecci al porto,
A una manna di pesci, all’altomare prossimo
al centro di Messina.
*
In collina eravamo bianchi,
Scendevamo al mare con un passaggio,
Risalendo sporchi di sale e stanchi,
I dodici anni un atto di coraggio.

In collina eravamo anche stanchi
Del tempo fermo nel solito raggio
Dell’abitudine, ma col paesaggio negli occhi
Nascevamo sempre a un eterno maggio.
*
I padri archiviavano i torti
nella pace a terrazze degli orti,
una pace a portata di mano,
all’alba, quand’era più piano l’umano.
*
Ho atteso certi antichi passi
Sotto le magnolie in San Leone –
All’ombra, come se inventassi
Come si cerca la scusa l’occasione.

Breve lettera dalla frescura

Mi nascondo. Nel fondo dello Zorio, nel catòio più fresco ci possa essere. Per ciascuno il proprio è sempre il catòio più fresco, l’utero più sicuro per l’olio il vino il pane.
Fuori c’è tanto, tanto fuoco. Qualcuno, un maligno – non il Maligno -, ha inteso ucciderci ulivi e pergole, per uno sbenno una guardata un debito un affare perso.
Mio padre l’anno scorso l’aveva salvato il vicino confinante che ci gratta le armacìe per allargarsi; quest’anno abbiamo pulito al raso il campo, che ci puoi apparecchiare e mangiare.
Ma non sai se salvarsi dal selvatico sia il miracolo, perché anche un fuoco diventa selva danzante, perché neanche le case a grappolo possono essere difesa e nido.
Anche il nido muore con ogni albero.

Uomo – di Blas de Otero

Nel corpo a corpo, con la morte lotto,
e chiamo Dio sull’orlo dell’abisso.
Quel suo silenzio è denso di boato
che soffoca la voce nel vuoto inerte, fisso.

Dio, se devo morire, la mia voglia
è che – di notte in notte – tu sia desto
udendo la mia voce alla tua soglia,
clamante graffio all’ombra e buio pesto.

La mano innalzo, mentre la incateni.
Gli occhi sbarro, sacrifici vivi.
Ho sete ed ogni spiaggia è presto sale.

L’umano, con l’orrore a piene mani.
Essere – e non essere – eterni, fuggitivi.
Ancora angeli con ali di catene.

***
Ripropongo una mia traduzione (con modifiche) di un sonetto di Blas de Otero (Bilbao 1916 – Madrid 1979). Segnalo, altresì, l’ampia voce sullo stesso sulla versione spagnola di Wikipedia.

Federica Giordano – UTOPIA FUGGIASCA

Proponiamo alcuni testi, assai interessanti, di Federica Giordano, dalla sua raccolta UTOPIA FUGGIASCA (Marco Saya editore , Milano, 2016).

Luoghi bianchi

Pochi i luoghi dove non nidifica il ribrezzo:
gli occhi del cavallo – ossi di nespola
il pianoforte e la scordatura avorio,
il sorriso alla sconosciuta.
Il volo del nibbio sulle case,
la giornata lenta di Morano.

 

Risveglio

Pesante il tuo braccio sulle gambe
dissotterra un bisogno cavo.

Le mura diventano scarne,
pareti tonde di conchiglia.

Insieme abitiamo
il colore canuto di una salina.

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Guardare sempre dall’alto del commiato

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Guardare sempre dall’alto del commiato: si salutino isole-sorelle o la Montagna, o i vortici e le fere tra le due terre nel Canale, c’è sempre questo andare verso l’alto, l’alto di un oltre della perdita e della pienezza.
Così si saluta e si parte, nell’attesa di un ritorno, che sia fatto di nuova luce cui attingere, della stessa luce, sempre uguale e sempre nuova.
Un po’ più a sud della città, in passato, l’alto era il Sant’Elia, il luogo degli anacoreti dimenticati: mio padre mi ci portò da ragazzo, a raccogliere origano ed asparagi, e, già che c’ero, a gettare l’occhio distratto sulla visione. Anche allora la sera prendeva il sopravvento, perché felicità e distacco erano sposi.

 

La Punta della Lingua

La Punta della Lingua 2017

Walter Siti e Antonella Anedda alla 12^ edizione del poesia festival

dal 2 al 9 luglio ad Ancona e in trasferta a Casa Leopardi

si parte da Bologna, con la prima e unica sfida poetica italiana online

8 giorni di festival, 40 ospiti italiani “italieni” e stranieri, musica dal vivo, proiezioni, tributi a Bob Dylan e Leonard Cohen, reading e incontri in 10 location

Una vacanza poetica in riva al mare, nei boschi del Parco del Conero e in monumenti secolari.

http://www.lapuntadellalingua.it/

SPIGOLI VIVI, di Daria De Pellegrini

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Pubblichiamo alcuni testi, di grande valore, di Daria De Pellegrini, dalla raccolta “Spigoli vivi”, uscita da poco presso le edizioni di Interno Poesia, con la prefazione di Franca Mancinelli.

*

abito pensieri bassi e bui come
queste stanze dalle finestre piccole
dove a dicembre il sole, occhieggiando
strabico tra cataste e magazzini,
viene a dire che abbandono e polvere
sono impudica e prematura resa.

*

neve, non molta. Quel tanto che basta
per non uscire a spalare. Aspettare qualcuno
che non verrà. O altra neve, sicura prima
di sera. Il pettirosso vola nervoso dove
erano torsoli sul mucchio dell’umido.
Lui sa allontanare anche i corvi.
Alla finestra io fantastico
che finiscano presto
cibo legna e gasolio.

*

nella casa chiusa da decenni
tornerò per godere la paura
tra il fumo della stufa e il buio
delle stanze tutt’intorno alla cucina,
tremando che gli oggetti fedeli
a chi li amò e a me del tutto ostili
mi faranno tanto male quanto
un coltello può su una tendina lacera

*

l’aldilà come un presente
eterno di bambini orfani,
ognuno per proprio conto intento
a giocare con i lego,
mattoncini di una vita
da montare e rimontare,
e se di qua si chiude
da dementi di là si godrà
nel gioco qualche azzardo
e non sarà l’inferno ovvio
del piangere e rimpiangere
su dolori dispetti e dispiaceri

tre passi

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(amori)

Quest’anno mese
Settimana o giorno del Signore
Riprendo i cammini dal paese
Ai più remoti o prossimi territori
Atavici, al cuore.

***

(passi)

L’alba in quel folto
Per ritrovare il senso dei sentieri
Pellegrinaggi o furti di raccolto
O le ginocchia, i sassi, i massi
Ove si spacca l’anima di ieri.

***

(ritorni)

Alla luce delle verande
Non nascondiamo da ieri il rosso
Dei gelsi sulle maglie bianche, 
Al sole le scure le nude processioni,
Dietro il timore delle serpi al fosso.

palinsesti filiali

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giornate che resteranno palinsesti da raschiare
per scoprire e riscrivere i padri andati
i loro nomi le loro parole nel camminare
da un versante all’altro delle contrade

sarà sempre un’opera filiale, si voglia o no,
una parola sfuggita, un detto sfuggito all’oblio,
dovunque ci sia tempo e lentezza dell’occhio,
sulla terra dei loro passi, nel resto che non è addìo

primo e secondo addio

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[Casalvecchio Siculo – foto di Lea De Lea]

(addii)
Non esistono addii, al paese:
Ci incontriamo e poi ci salutiamo,
Alla prossima volta, anno stagione mese –
Niente addii, ci basta un ci vediamo.

(ancora addii)
Poi, dice qualcuno, gli addii sono nelle cose,
Ma archi tribone luoghi nel teso raggio
Dei nomi amati dei morti, che nessuno nascose,
Segnano il rivederci, in un paesaggio.

L’uomo dei libri

L’uomo dei libri era amico degli uomini e della terra. Da tempo manca all’appello della primavera. Ebbi modo di imbattermi in lui nella mia prima passeggiata nella nuova città ove ero giunto per lavoro, dopo essermi fermato alla Pensione Franchi, stracco dopo il lungo viaggio in treno. Giusto a metà aprile di anni fa, anni corsi via mentre io all’apparenza restavo a fissarne il movimento invisibile e certo, come la materia minerale ed i passi sull’acciottolato di una piazza. Continua a leggere

ELIO TAVILLA – tre inediti

Tre poesie

comprendevo che la notte si allargava oltre i soliti confini
quando era al punto di crollare sulla superficie del pianeta.
Io ascoltavo il tonfo di una colonna sonora. Poi niente
l’amore che provavi per me era aperto e chiuso
aperto e chiuso, aperto e chiuso. Sì, pulsava
e si capiva che era in vita da quel battito scontroso
ma incrollabile, perenne. Alla fatina avevi detto cose orribili
e ora non ti restava che sparare

* Continua a leggere

Quattro quartine inedite

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Per poco o tanto sia stato il furore,
questa febbre dell’occasione,
ciascuno sembrava un santo lottatore
e saggio, più o meno ispirato da Platone.

A volte trionfava la credenza che il nulla della morte
fosse sempre smentito da qualche residuo ulteriore
di vita, dei nostri morti, augurali la buona sorte,
pacche alitanti sulle spalle, conforti di povero amore.

Vecchi che a non dire sbrighiamoci a morire
di buoni motivi ne possono trovare,
per esempio il tressette da finire,
le spalle al monte, gli occhi fissi al mare.

Prima o poi si arriva di fronte al mare,
sulle colline della parola, che ricreo
ogni volta, inesausto di quest’arrivare
(nelle campagne dei morti si nasconde Orfeo).

DUE RIFLESSIONI

lalupa

(ripropongo in un unico testo, con alcune variazioni, due mie rifessioni apparse nel 2014 e nel 2015 sul mio blog, Da presso e nei dintorni, e sul sito Carteggi letterari)

I.

“Poiché i versi non sono – come crede la gente – sentimenti; essi sono esperienze”.
A suo tempo, arrivai a Rilke ed al suo “Malte” per il luminoso tramite delle traduzioni e degli scritti critici di Giame Pintor, e poi di Furio Jesi, meteore intellettuali e morali, la cui scomparsa da giovani lascia forse immaginare e rimpiangere un diverso presente. Continua a leggere