anacoreta (inedite)

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Esplodono i fuochi, anacoreta,
Tacciono i canti della tua novena,
Questa mappata di case si fa meta
Di fiera fine d’estate, per poco stagione piena.
*
Questo andare e tornare
Per terre e per mare,
Non contavamo treni navi
Strade aeroplani,
Contavamo un pezzo di paesaggio
A nostra salvezza
Uno schizzo di onda
Nella storia che affonda.
Del resto, non contavamo un cazzo.
*
Dopo il sentiero Continua a leggere

PREMIO “POESIA DI STRADA”- LICENZE POETICHE

Pubblichiamo assai volentieri il bando del premio di poesia inedita “POESIA DI STRADA” (22^ edizione)
                                                Regolamento
Possono partecipare al Concorso autori italiani o stranieri ovunque residenti.

  • I testi devono essere in lingua italiana.
  • Ogni concorrente partecipa obbligatoriamente con 3 poesie inedite a tema libero, di propria produzione, ciascuna composta da non più di 30 versi.
  • Gli elaborati devono essere inviati in n.1 copia esclusivamente via email all’indirizzo di posta elettronica licenzepoetiche@gmail.com entro le ore 23.59 del 13 ottobre 2019 (compreso).
  • I testi dovranno essere inviati tassativamente all’interno di un unico file word allegato alla email contenente anche i propri dati personali riportanti: cognome, nome, indirizzo di residenza, data e luogo di nascita, recapito telefonico e indirizzo email. I dati personali verranno trattati secondo la legge 675/96 e per il solo scopo del Concorso. Titolare del trattamento è l’Associazione Culturale Licenze Poetiche.
  • I testi che non perverranno secondo le modalità sopra indicate non saranno ammessi a partecipare.
  • La partecipazione al concorso non prevede quota d’iscrizione.
  • Gli elaborati in concorso verranno presi in esame, in forma anonima, da una giuria che sceglierà 10 autori finalisti. Una poesia per ogni finalista (su indicazione dell’autore) verrà riprodotta su tela da 10 artisti e successivamente i quadri verranno esposti nell’ambito di manifestazioni culturali a cura dell’associazione Licenze Poetiche. I vincitori saranno proclamati esclusivamente in base alla valutazione di merito relativa ai testi.
  • I dieci autori finalisti verranno proclamati e premiati durante la serata finale del premio che si terrà sabato 7 dicembre 2019 alle ore 21,15 presso il teatro Giuseppe Verdi di Pollenza (MC). Sarà cura dell’organizzazione avvisare i poeti finalisti tramite telefono o e-mail.
  • Il primo autore classificato verrà premiato con euro 300, il secondo con euro 200, il terzo con euro 100. Tutti gli autori finalisti verranno premiati con pubblicazioni di pregio. I vincitori dovranno, pena decadenza, ritirare personalmente il premio durante la premiazione. Al primo classificato verrà inoltre pubblicato gratuitamente a cura della Seri Editore, nella collana “Le piume”, un volume contenente le tre poesie inviate più suoi testi inediti fino al raggiungimento di minimo 70 pagine, massimo 100 pagine.
  • Il giudizio della giuria è insindacabile. La partecipazione al concorso prevede l’accettazione dell’intero Regolamento e concede all’Associazione Culturale Licenze Poetiche la facoltà di utilizzare i testi per un’eventuale successiva pubblicazione.
  • Una giuria popolare, parallelamente alla giuria di qualità, voterà durante la serata di premiazione un poeta tra i 10 finalisti al quale verrà attribuito il premio della giuria popolare.
  •  

    Il Concorso è indetto dall’associazione culturale “Licenze Poetiche” via D. Rossi, 14 – 62100 Macerata

    In collaborazione con il Comune di Pollenza – piazza della Libertà, 16 – 62010 Pollenza

    In collaborazione con Seri Editore Macerata – http://www.serieditore.it

    L’elenco degli averi (inediti)

    *

    Ci si accinse a un’intima guerra,
    Ristretti al passo di un ballo empio,
    Ci spinse a nessun mare nessuna terra
    Disperanza di pace sullo scempio.

    Di quanto non sappiamo ci dirà
    Forse un infinito padre jonico,
    Ci dirà una madre d’amore senza pietà,
    Una carne un nulla un tempio laconico.

    Ci si limita alle sante
    Suppliche a un paesaggio,
    All’ingresso del tempio,
    Usciti dall’inverno,
    Alle anime-pietre, alle anime-piante
    Nel solito e abusato raggio,
    Al cerchio, all’invenzione dell’eterno.

    Da quello zero iniziale
    Di natura, di viventi e umani,
    Non il falso il vero
    Il bene il male,
    Ma il tratto sincero
    Del latrare dei cani.

    _

    Insomma, si ha una somma senza fine
    di luoghi della mente,  dei passi, dell’oblìo,  Continua a leggere

    FORMA E VITA IN SICILIA (di Leonardo Sciascia)

    [ dal n. 5/1960 della rivista letteraria “Le ragioni narrative”, periodico letterario pubblicato a Napoli dall’editore R. Pironti e Figli in via Mezzocannone 75, tra i cui redattori troviamo i nomi di Domenico Rea, Mario Pomilio, Michele Prisco (direttore responsabile), Luigi Compagnone, Gian Franco Venè, Lugi Incoronato, ed al quale collaboravano, fra gli altri, Giovan Battista Angioletti, Bruno Maier, Francesco Flora, Leone Pacini Savoj, Carlo Salinari, Leonardo Sciascia, Giovanni Titta Rosa, Diego Valeri ] – E.D.L.

    (in una foto di Giuseppe Leone,  Leonardo Sciascia tra Vincenzo Consolo, a sinistra, e Gesualdo Bufalino, a destra

    ***

    « Preme di più intendere e valutare la realtà siciliana che cercare ‘cause’ e antecedenti che, nel migliore dei casi, non conterebbero a paragone delle azioni e delle opere che, univocamente, denominiamo siciliane perché così le vediamo e le sentiamo. Tale realtà appare dal momento in cui gli abitanti dell’isola di Sicilia si comportano come siciliani ossia rivelano in fatti di durevole significato le loro preferenze e capacità… ».
    Abbiamo adattato alla Sicilia questa essenziale proposizione da cui Américo Castro muove il suo vasto ricchissimo e suggestivo studio su La realidad historica de Espana (ed. italiana: La Spagna nella sua realtà storica, Firenze, Sansoni, 1956). E frequentemente faremo riferimento a cose spagnole per una essenziale e fondamentale considerazione: che se la Spagna è, come qualcuno ha detto, più che una nazione un modo di essere, è un modo di essere anche la Sicilia; e il più vicino che si possa immaginare al modo di essere spagnolo.
    Indubbiamente gli abitanti dell’isola di Sicilia cominciano a comportarsi da siciliani dopo la conquista araba (come d’altra parte gli abitanti della Spagna): in un tipo di vita che Castro direbbe narrabile; non ancora, cioè, storicizzabile e non più descrivibile soltanto. Com’è, o dovrebbe essere, noto, Américo Castro assume e divide il passato umano in tre diversi stadi di realtà che corrispondono a tre diverse categorie espressive : 1) una vita che si svolge dentro un mero spazio vitale, che è soltanto spazio vitale; e chiama questo tipo di vita descrivibile (per noi, quello della Sicilia prima degli arabi); 2) una vita di tipo narrabile, fatta di aspetti suggestivi e interessanti, di eventi degni di essere narrati ma che appartengono alla «eventografia » piuttosto che alla storiografia (che per la Sicilia sarebbe il lungo periodo che va dalla dominazione araba alla formazione del Regno d’Italia): 3) una vita di tipo propriamente storico, che irradia virtù creative, che è costruzione originale, compiuta forma di realtà umana (per noi, la Sicilia del 1860 ad oggi). A questo terzo stadio di vita, a questa vita di tipo storicizzabile, la Sicilia si appartiene con « virtù creative » incerte e disarticolate, anche se originali, per quanto riguarda la vera e propria azione storica, gli avvenimenti civili (che, svolgendosi dentro uno Stato a carattere unitario, e poi totalitario, si possono paragonare, per originalità e portata, a quelli della regione basca dentro lo Stato spagnolo); ma con « virtù creative » sicure originalissime univocamente definibili come siciliane, per quanto riguarda le opere letterarie: opere che esprimono una vita « storica ». una particolare e compiuta forma di realtà umana.
    Gli avvenimenti civili che la Sicilia esprime nel periodo che va dall’unità d’Italia ad oggi sono il movimento dei Fasci dei Lavoratori e il movimento indipendentista-autonomista: movimenti che si iscrivono in una precisa continuità storica; continuità che bisogna vedere nelle istanze del popolo più che nelle dichiarazioni dei cacicchi (e del cacicchismo avremo modo di parlare più avanti). Continua a leggere

    “E il sonno non ha buio”, i versi di Maria Rosaria Valentini

    di Enrico De Lea

    Con l’attenta e partecipe prefazione di Nadia Terranova, la nuova silloge poetica di Maria Rosaria Valentini, “E il sonno non ha buio” (Giulio Perrone editore, ROMA, 2019), rappresenta lo snodo lirico di una già assai nutrita presenza letteraria dell’autrice, che, tra l’Italia (con gli editori Sellerio e Keller) e la Svizzera (Capelli ed.), dove vive, ha al suo attivo una produzione narrativa di sicuro rilievo.  Nell’ambito della scrittura in versi, dell’espressione canonicamente poetica, per la natura del genere lirico, sussiste in radice il rischio di una scrittura e di un contenuto che esprima un “io” lirico, in quanto disilluso, pacificato e consolatorio. Da tale rischio è assolutamente esente la poesia della Valentini, che, sin dal titolo (“E il sonno non ha buio”, tratto da uno dei testi conclusivi) esprime un non pacificato e radicale oratorio della luce e delle sue dimore, in luoghi, esseri, voci, memorie, momenti che all’autrice si offrono come occasione per avvicinarsi al tempo, in qualche modo tentare di stanare il suo mistero, come scrive la stessa nella sua nota introduttiva. Un libro, come scrive Nadia Terranova nella chiusa della prefazione, del quale “il sentimento più prepotente che rimane è quello del desiderio” e nel quale “si respira la vita, si respira una bellezza sottile e persistente, pungolata dal dolore che è crescita, mancanza, abbandono, ma non è mai distruttivo “, in cui si esprime come “abbiamo intorno a noi, sempre più di quello che perdiamo”.   I testi della raccolta, organizzati in sezioni, ciascuna caratterizzata da un titolo-tema (Case, Stami, Desideri, Attese, Memorie, Timori, Notti, Voci) sono, per il lettore, una spiazzante sorpresa, com’è nella migliore poesia, nei quesiti e negli esiti, sempre provvisori ed inconclusi, che pongono.
    Continua a leggere

    Maria Grazia Insinga, TIRRENIDE

    mGi

    [Maria Grazia Insinga, in una foto di Monica Lanza]

    ***

                                                             iancura

    il cannibalismo armonia del tutto
    nessuna deviazione e solitudine siamo
    in tanti non diviso non mediato rituale
    eppure una linea formale disegna decodifica
    il mondo lo riduce senza riduzione e la linea
    dell’orizzonte e delle montagne e del cielo
    sono la stessa linea totalmente inventata

    *

    una realtà altra non riducibile a
    un’altra realtà guasterebbe l’offerta
    la divisione non esiste e da dove
    questo sovrappiù? il sovrappiù
    di armonici sarà allora oggetto
    di cannibalismo un altro uno ancora
    un nulla che intero ingoia l’intero

    *

    qui non c’è niente che riporta il dire ma
    l’essere qui l’essere non è segmentato e
    frantumato ma ingoiato e questo è
    un atto di cannibalismo Continua a leggere

    Uscire presto

    anto

    (Antonello da Messina, part., Museo di Bucarest- Sibiu)

    *

    Uscire presto a Messina per i Santi,
    Piove, non è bello, si arriva a Muricello,
    Da sempre, e non è triste, coi Morti davanti,
    Là vicino c’era Mollica, e Pirandello.
    (1 novembre 2018)

    Si cunzava,  vivi e morituri, la sera dei Santi,
    Una cena tardiva ai morti di famiglia,
    Quelli che ci guardavano festanti
    O seri, dai muri, da un tempo che ci somiglia.
    (3 novembre 2018)

    Tasta la fronte ed è un dio di febbre,
    E un dio, o Dio, si lancia
    Nella tromba delle scale, a capofitto,
    Un Dio mortale, che fugge e lascia
    Il mondo al suo male di essere tale,
    Vivo e corroso, un Dio
    Amoroso, sconfitto.
    (8 novembre 2018)

    Estive/2

    domingo
    (foto di Domingo Crisafulli)

    *

    Meravigliarsi sempre, o ancora,
    Dell’esistenza del mondo,
    Dopo il temporale
    Estivo che scava
    E scarruggia, nel fondo.
    I lampi, riflessi, ed i tuoni
    Riportano a terra, buoni
    Buoni.

    (20 agosto 2018)
    *

    A memoria
    Capisco ora l’ansia del fine settimana,
    Di mio padre, fuggire dalla città, da Messina,
    Da un presagio di notte della Storia,
    Verso la collina il paese, lo Stretto alla lontana,
    Verso la luce la verità della domenica mattina.

    (23 agosto 2018)

    *

    Dai panorami degli alti cimiteri
    Si semina bellezza duratura,
    La coltivano i morti come ieri,
    Per occhi e mani, ai vivi, a trovatura.

    (26 agosto 2018)

    *

    Alle madri piace cumulare l’eterno
    Delle cose, stilo, paloggio o blusa verde,
    Fra tanto passato superano ogni inverno,
    All’eleganza del chiaro giorno,
    Alla vita che non si perde.

    (27 agosto 2018)

    *

    Restiamo, in certi
    Luoghi antichi, sorpresi
    Di non esser morti,
    Nella finzione del mondo d’esser vivi,
    E almeno fosse per raddrizzar due torti,
    O spesi a persuadere quegli altri,
    Gli scaltri, i più cattivi.

    (3 settembre 2018)

    *

    Continua a leggere

    I “Mostri di Sicilia” di Ambra Stancampiano

    Mostri di Sicilia (Amazon Editore) è il nuovo libro di Ambra Stancampiano, che sarà ufficialmente presentato Sabato 1 Settembre 2018 alle 16,00 al Castello di Milazzo, durante il Dragon Fest.
    Come scrive Ambra “Avete mai pensato che Polifemo potesse avere ragione ad arrabbiarsi con Ulisse?
    Sapevate che i folletti sono dei gran modaioli e che tengono in particolar modo al loro cappello?
    Vi siete mai imbattuti in un sugghiu e nel suo inconfondibile fetore?”

    Per conoscere questa e altre meraviglie sulle creature presenti nel piccolo bestiario siculo, splendidamente illustrato da Martina Garzia, Ambra vi aspetta il 1 Settembre alle 16,00 al Castello di Milazzo, nell’area Conferenze del Dragon Fest.

    Per l’occasione proponiamo un estratto di questo accattivante e affascinante libro [E.D.L.]

    ***

    Il più giovane dei ciclopi si chiamava Polifemo e ai tempi della strage di Febo Apollo era poco più che un neonato. Non ricordava nulla del padre, ma sapeva dai fratelli che stoltamente si era fidato degli dèi dell’Olimpo e degli umani, e da loro era stato tradito.
    A quei tempi i ciclopi vivevano isolati; a nessun uomo con un briciolo di senno sarebbe mai venuta la balzana idea di fare una passeggiata per le loro terre, e così i giganti con un occhio solo coltivavano in pace le uve etnee dal sapore aspro quanto l’astio che provavano per Zeus, pascevano le loro greggi di lana morbida e folta come neanche i capelli di Afrodite, la dèa della bellezza, e si nutrivano di formaggi squisiti, carni fibrose e saporite e vino pungente e difficile da bere tutto d’un fiato, scuro come la terra del vulcano dopo una colata di magma rovente.
    Polifemo si annoiava. Avrebbe voluto viaggiare
    Continua a leggere

    Estive

    L’avranno vista, la luna,
    gli sbandati dell’ultima guerra,
    attraversata l’intera terra
    a piedi, e qui con barche di fortuna;
    mio padre, i padri di tanti
    ora dimentichi delle morti davanti,
    gli occhi alla luce, al perfetto
    mutevole segno, la rema, lo Stretto…

    Penso talvolta a Pessoa,
    Che drammaticamente
    In più persone, forse
    Pirandellianamente,
    Se la gode, senza piatire,
    Del proprio lento morire.

    Economia ardita è questa guerra
    giornaliera, alla giornata, a vista –
    si raccolgono sassi lavici da terra,
    il luogo delle ginestre ancora dista.

    All’alba, prima dell’alba soprattutto
    È quel chiarore che trattiene il Sant’Elia,
    Ci cura per ogni gioia e lutto,
    E col passo lo sguardo s’avvia

    Dentro la cruna oscura, il paesaggio,
    La verità che si raggiunge e nega,
    Armacie pietre dove siede il coraggio
    All’intrasalto dell’aria meno cieca. Continua a leggere

    Prosa e pensiero della poesia, e della vita, di Anna Vasta

    L’ultimo libro di Anna Vasta, “La prova del bianco” (Le farfalle ed., 2015), densa raccolta di pensieri, aforismi, poemes-en-prose, nel mare magnum della poesia e della letteratura di questi nostri (dis)informatissimi tempi, presenta un carattere di unicità da sottolineare. Con un exergo da Manlio Sgalambro, questi testi, per le vie casualmente miracolose del pensiero e della creazione artistica, fanno in qualche modo sistema sulla poesia, sulla vita, sul legame/conflitto tra l’una e l’altra, secondo un naturale approdo morale. “Naturale” perché la tensione morale non si fa mai predica moralistica e il pensiero non si fa mai gabbia ideologica. E la parola, la parola della poesia e della letteratura, come parte integrante della vita e delle sue vicende (“Non si legge per distrarsi, ma per concentrarsi” … “Gli uomini apprendono di sé dalla letteratura”), come pensiero capace di riflessione su male,  bene, morte, idea di Dio, Natura, cui l’umano inevitabilmente viene a incontrarsi. Poesia che si fa, inestricabilmente, pensiero e vita, oltre che pensiero sulla vita e sull’esistenza. Fra gli amori letterari dell’autrice, traspaiono nette figure come Holderlin e Leopardi, e pensatori come Schopenauer. E il bianco, coraggiosamente minimalista, del titolo del libro, pronto ad aprire alle infinite possibilità della scrittura (e.d.l.).

    *

    Alcuni testi da LA PROVA DEL BIANCO: 

    Finché morte non vi separi! Non è la morte a separare, ma la vita.

    Ogni ricerca poetica è un ritorno a un luogo che è anche un tempo d’origine.

    Una poesia che graviti attorno a un luogo e lo assuma come fonte di emozioni, di immagini, di pensieri, non ha niente di localistico. In un’ideale geografia dello spirito il luogo diventa metafora, figura di allusività e significanze non soggettive.

    Al luogo dell’infanzia che è luogo di poesia è possibile tornare soltanto nella consapevolezza della sua perdita. Ma anche nella maturata convinzione della sua trasformazione in un topos di originaria innocenza.
    Continua a leggere

    Spagna, allontana da me questo calice

    di Cesar Vallejo

    Bambini del mondo,
    Se la Spagna cadrà — dico un assurdo —
    se cadrà
    giù dal cielo il suo avambraccio preso
    al capestro da due terrestri mappe,
    quanti anni, bambini, nelle tempie concave!
    come avrà presto effetto il mio presagio!:
    il suono anziano vi entrerà nel petto,
    sfiorirà sul quaderno il vostro due.

    Bambini del mondo, ecco
    la madre Spagna col suo ventre a spalla,
    la maestra di noi coi suoi flagelli;
    è madre ed è maestra,
    è croce e legno, che vi ha dato altezza
    vertigine, frazione e somma, bambini;
    è con stessa, padri del processo. Continua a leggere

    Il Liotro e gli elefantini siciliani

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    di AMBRA STANCAMPIANO

    (immagine di Martina Garzia)

    Un tempo molto lontano da adesso, quando il mondo era ancora giovane e la Sicilia appena una bambina, viveva sull’Etna e nelle campagne circostanti un gruppo d’elefanti nani, piccoli come dei pony a cui sia cresciuta una proboscide.

    I primi uomini che avevano deciso di stabilirsi da quelle parti stavano fondando proprio allora la città di Catania. A quei tempi vivevano lì intorno terribili mostri e animali feroci come la biscia belluina delle zolfare, i ciclopi dei faraglioni e il Drago Tifone, che abitava nelle viscere del vulcano e aveva davvero un pessimo carattere. Continua a leggere

    Marco Di Pasquale – FORMULA DI VAPORE

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    L’editrice Arcipelago itaca – una delle più attive case editrici in ambito poetico, nata dalla passione e dall’impegno di Danilo Mandolini (anch’egli poeta di valore, di cui ricordo Radici e rami e l’ampio volume autoantologico A ritroso, entrambi usciti per L’Obliquo ed.)- ha pubblicato nel 2017 il nuovo libro di versi di Marco Di Pasquale, Formula di vapore.
    Marco Di Pasquale (1976), marchigiano, lavora in un Istituto per la diffusione della Lingua Italiana nel mondo. Dal 2004 svolge attività di divulgatore letterario nelle associazioni “Licenze poetiche”, “ADAM” e “UMANIEVENTI”. Dal 2007 fa parte del comitato di giuria del Premio Nazionale “Poesia di strada”. Nel 2015, per Licenze poetiche”, insieme a Renata Morresi ha ideato a Macerata il contenitore poetico “Poesie di terra”. Nel 2009 è uscita la sua opera prima, Il fruscio secco della luce (Wizarts editore), ripubblicata in un’edizione riveduta ed ampliata per Vydia editore nel 2013.
    In questa silloge, come scrive Alessio Alessandrini nella sua prefazione, l’autore “invita ad aprire «il sipario freddo della fine», a guardare dentro
    all’«ultima bolla» di respiro, per ritrovarci «nella foschia», in «un brodo nebuloso», dove «sa di nebbia il porto», un porto sepolto «in un oleoso oblio»
    “.
    E’ in un costante, disilluso, “ragionando con meco et io con lui”, una possibile cifra di questa poesia, la cui solidità resiste al confronto col precedente montaliano-petrarchesco, e si volge – anche per l’esperienza umana, diciamo pure “militante” dell’autore – all’umano, alla possibilità (“una lisca di progetto”).
    Un’esperienza poetica che ci pare esemplare nella sua coerenza e potenza di voce. (EDL)

    ***

    Proponiamo una scelta di testi da Formula di vapore
    *
    nei chiodi delle stelle ti leggi al futuro e la luna d’artificio di stasera rischiara nelle vene e scorgi nel meandro almeno una lisca di progetto
    mentre altri strattonano ad ostruire l’avvenire e tu non vuoi firmare se non uno specchio in bianco

    *

    INVALICATO DALLA NOTTE

    pratichiamo un solco di silenzio
    un tropico invalicato dalla notte
    mentre un tenace concerto
    si librerà dai limiti dove
    il vuoto ruba solidità e ogni tono
    dilaga nel flusso

    vi cadremo senza il lusso di un punto
    Continua a leggere

    P’ngieng (un racconto di Ambra Stancampiano)

    Devo assolutamente tornare a casa, qui non posso essere felice.

    Purtroppo sarà più facile a dirsi che a farsi, ed io non spiccico una parola da anni. Rendo l’idea?
    In effetti rimanere zitta mentre tutti mi fissano ed aspettano che io faccia qualcosa non è molto educato, ma di parlare non mi va. Non saprei cosa dire: da piccola badavo alle capre, mica andavo a scuola. Nessuno poteva immaginare che un giorno sarei stata così interessante, che il mondo intero avrebbe parlato di me. E per cosa, poi.

    Quanto rumore, quante ciarle… non ne posso più. Questi vestiti mi prudono e pizzicano da tutte le parti, dentro la baracca c’è caldo e non si sente nemmeno il canto degli uccelli, sovrastato da questo continuo chiacchiericcio in linguaggi che non ho mai sentito e che non m’interessano.

    Questi giornalisti sono una manna per mio padre, che fino a ieri si arrabbattava per sfamare le quindici bocche a suo carico e oggi, grazie a me, si ritrova a essere l’uomo più ricco del villaggio. Ancora non ci crede, papà, dice davanti alle telecamere con gli occhi umidi. Ritrovare la propria figlia dopo così tanto tempo… gonfia il petto, gli occhi gli si illuminano: fissa un uomo che, sulla soglia di casa, sta sfogliando un rotolo di banconote per porgerne un paio a mio fratello maggiore, di guardia sulla porta.
    I vicini lo guardano con un misto di pena ed invidia: nessuno vorrebbe essere al suo posto, con una figlia in quello stato; ma tutti quei soldi, tutti questi stranieri, chi li aveva mai visti?
    Ogni giorno decine di jeep sfidano il deserto e la giungla paludosa e arrivano da Phnom Penh, cariche di gente che vuole vedermi. Tutti i giovani di Oyadao stazionano davanti alla nostra capanna da giorni e cercano di farsi notare dai turisti per mettersi al loro servizio, lanciando fischi, blaterando qualche parola in inglese insegnatagli dai nonni e sovrastandosi l’un l’altro con la voce o venendo alle mani. Le anziane, riunite in capannelli davanti ai fuochi per il cibo o ai lavatoi, scuotono la testa e borbottano contromaledizioni; la febbre dello straniero sembra aver colto tutti.
    Tutti, tranne mia madre: lei non ha occhi che per me.

    Mia madre ha occhi grandi e stanchi, ma pieni di allegria. Continua a leggere

    Inediti di Paolo Fichera

    Paolo Fichera ha progettato e diretto, dal 2004 al 2009, il quadrimestrale “PaginaZero-Letterature di frontiera”. Per la poesia: suoi testi sono apparsi in antologie, su siti e riviste nazionali e internazionali ed è stato tradotto in inglese, francese, spagnolo, arabo, serbo-croato, albanese. Ha vinto la XXVI edizione del Premio Lorenzo Montano. Sue raccolte di versi sono: Lo speziale (LietoColle, 2005); Innesti (Quaderni di Cantarena, 2007); La strada della cenere (FaraEditore, 2007); nel respiro (L’arcolaio, 2009), Bosco (Anterem Edizioni, 2013).
    Le poesie che proponiamo sono parte di un libro, Figura, suddiviso in 21 sezioni. Figura è stato scritto, almeno in questa sua prima parte, dal 2011 al 2017. Le poesie sono inedite come inedito è il libro.
    ____________

    **
    Sei stata il mio bosco
    tue le rocce, le cortecce, il muschio
    tuo l’albero più antico
    alla fonte del fiume,
    tuo l’occhio fluente e secco
    che ha guardato i tronchi caduti.
    Lo Spirito, se c’era, scioglieva le nevi
    tramortiva la ferita, trascinandola
    su foglie così mortali, in ogni
    tempo del mondo vissuto oltre il sogno.
    Uno strappo, la foresta attende
    tra la bocca e occhi e musica
    là la parola, qua la terra
    tua è la mia lontananza

    (sezione Iconografia)

    **

    su un ponte. un bambino getta pane all’acqua.
    una ragnatela di pesci cigola nei segni.
    l’abbazia riflessa nell’acqua distorta dalla fame dei pesci.

    (sezione Mappa) Continua a leggere

    BMW (di Ambra Stancampiano)

    Il giorno che sono andato a prendere la BMW c’era un sole giallo e cattivo.
    Guardavo dallo specchietto della mia vecchia 127 lo squallore del rione in cui sono cresciuto con un fremito su per lo stomaco: potevo farcela, ne stavo uscendo.
    Il venditore mi ha fatto firmare un sacco di carte e ha preteso documenti e buste paga, poi mi ha consegnato le chiavi. Scintillavano.

    La BMW mi aspettava nel garage della concessionaria, bellissima come la donna della tua vita quando la immagini da ragazzino.
    Il commesso ha disattivato l’antifurto col telecomando, quel bip bip mi è sembrato più dolce del suono di un’arpa.
    Sono salito sull’auto, mi sono lasciato avvolgere dall’abbraccio degli interni in pelle, mi sono guardato intorno: quella era la mia macchina. Neanche colei che si sentiva padrona della mia vita poteva interferire. Era la prima cosa solo mia a parte il lavoro con cui mantenevo entrambi in quel quartiere di merda.
    Mi sono guardato allo specchietto, ho sfoderato il mio sorriso da venditore; inutile rovinarsi la giornata coi brutti pensieri, a mamma la macchina sarebbe piaciuta.

    Al mio ritorno tutto sembrava più bello, perfino le baracche in misto cemento e lamiera attaccate ai pali della corrente per rubare la luce al comune. La BMW mi faceva sentire una spanna al di sopra del degrado che mi circondava, mentre la gente affacciata alle finestre e ai balconcini si passava la notizia che “Micuzzu, u figghiu da ‘za Tana, si fici i soddi” più velocemente dei miei 90 cavalli. Continua a leggere

    “TEMPO DI RISERVA” (inediti), di Silvia Rosa

    QUELLA VOLTA

    Quella volta che il sole
    è caduto per terra
    con uno sparo di voce
    al centro al cuore
    dentro la sua stessa luce
    colpito forte, sembravano
    lucciole le schegge
    che mi cascavano tra i capelli
    legati in un nodo,
    sembrava la fine di un mondo

    ma poi la vita riprende ‒ così dicono ‒
    solo meno luminosa e
    un poco più fredda, scomoda,
    la voce torna ai suoi silenzi
    collusi con le ombre, torna
    a non dire a dire a metà
    a farsi lieve vento tra le nuvole
    che da quella volta mi seguono
    premurose, in fila

    non ho capito se in un corteo funebre
    o per darmi l’illusione di essere ancora
    una sposa ancora la stessa di prima
    ‒ in attesa sempre ‒ ancora viva.

    ***

    RELIQUIA

    È così che ricordo il tuo corpo
    ‒ sole minuscolo ingoiato
    da un cielo di lucciole e assenze ‒
    come candido marmo, una perla
    screziata di buio per ogni silenzio
    che custodisci con le mani di neve

    Pochi giorni, le creste spampanate
    dei soffioni turchini che si agitano
    in questa distanza al rallentatore,
    di paura in paura, e tu sei una statua
    bellissima, terribile, senza occhi
    né voce, reliquia del mio desiderio

    Voglio tenerti ‒ un ossicino traslucido
    Continua a leggere

    estremo, anacoretico cartiglio (inedite)

    Andando per qualche via antica di Milano
    di colpo rammento le parole di Raboni
    sulla “sua” Sicilia conosciuta attraverso Cattafi –
    e “in Sicilia, in Sicilia”, mi recito e dico, invano
    forse, per le mie mute, inesauribili orazioni…
    (9 maggio 2016)

    (dormiveglia)
    Mio padre,
    Con mia madre, conferma riconosce
    L’origine la stirpe il nome
    Di mia figlia che nasce.
    Nomina di nuovo la terra e la casa.
    Ritorna al cuore della mente,
    Non so come.
    (15.1.2017)

    Tra le case, del molto che qui fu,
    Resta qualcosa, forse, quasi un niente,
    Un fregio una pietra cimino o poco più,
    Quasi una disperata speranza della mente.
    (30.09.2017)

    Il senso deciso, ultimo delle cose, come un vento
    Ladro, nascosto e feroce, con destrezza,
    A un’ora qualunque, al preciso inatteso momento,
    Così da smarrire il tempo in qualche brezza.
    (4.11.2017)

    A margine freddamente si tratteggia
    La parola che c’è, il finto foglio,
    La rinuncia abbozzata, in una scheggia
    Di estremo anacoretico cartiglio.
    (07.11.17)

    S’infima l’inferno, interna, inverna-
    Le s’insinua, inscena l’alpe eterna.
    Vi si intravede come un Dio mendìco,
    Morto per freddo, straniero, senza amico.
    (30.11.17)

    E dimmi, di ragione, io, chi sono io
    a scrivere, in minuscolo, il nome di Dio?
    e se tutto in minuscolo il mondo
    tutti celasse i Nomi, in fondo in fondo?
    (1.12.2017)

    (contrade)
    S’elevava calcarea la luce, da un pertugio
    Aspro di mosto si apriva – ancora indugio –
    Il mare delle vigne alla collina,
    Appena sopra il sale, alla marina.

    Sant’Elia, le Rocche, la Traversa,
    Vi punge l’aria fine dell’inverno,
    Peppino tra una salita una discesa
    Nel sole di febbraio, arreso
    Al peso dell’eterno.
    (13.12.2017)