Breve lettera dalla frescura

Mi nascondo. Nel fondo dello Zorio, nel catòio più fresco ci possa essere. Per ciascuno il proprio è sempre il catòio più fresco, l’utero più sicuro per l’olio il vino il pane.
Fuori c’è tanto, tanto fuoco. Qualcuno, un maligno – non il Maligno -, ha inteso ucciderci ulivi e pergole, per uno sbenno una guardata un debito un affare perso.
Mio padre l’anno scorso l’aveva salvato il vicino confinante che ci gratta le armacìe per allargarsi; quest’anno abbiamo pulito al raso il campo, che ci puoi apparecchiare e mangiare.
Ma non sai se salvarsi dal selvatico sia il miracolo, perché anche un fuoco diventa selva danzante, perché neanche le case a grappolo possono essere difesa e nido.
Anche il nido muore con ogni albero.

Uomo – di Blas de Otero

Nel corpo a corpo, con la morte lotto,
e chiamo Dio sull’orlo dell’abisso.
Quel suo silenzio è denso di boato
che soffoca la voce nel vuoto inerte, fisso.

Dio, se devo morire, la mia voglia
è che – di notte in notte – tu sia desto
udendo la mia voce alla tua soglia,
clamante graffio all’ombra e buio pesto.

La mano innalzo, mentre la incateni.
Gli occhi sbarro, sacrifici vivi.
Ho sete ed ogni spiaggia è presto sale.

L’umano, con l’orrore a piene mani.
Essere – e non essere – eterni, fuggitivi.
Ancora angeli con ali di catene.

***
Ripropongo una mia traduzione (con modifiche) di un sonetto di Blas de Otero (Bilbao 1916 – Madrid 1979). Segnalo, altresì, l’ampia voce sullo stesso sulla versione spagnola di Wikipedia.

Federica Giordano – UTOPIA FUGGIASCA

Proponiamo alcuni testi, assai interessanti, di Federica Giordano, dalla sua raccolta UTOPIA FUGGIASCA (Marco Saya editore , Milano, 2016).

Luoghi bianchi

Pochi i luoghi dove non nidifica il ribrezzo:
gli occhi del cavallo – ossi di nespola
il pianoforte e la scordatura avorio,
il sorriso alla sconosciuta.
Il volo del nibbio sulle case,
la giornata lenta di Morano.

 

Risveglio

Pesante il tuo braccio sulle gambe
dissotterra un bisogno cavo.

Le mura diventano scarne,
pareti tonde di conchiglia.

Insieme abitiamo
il colore canuto di una salina.

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Guardare sempre dall’alto del commiato

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Guardare sempre dall’alto del commiato: si salutino isole-sorelle o la Montagna, o i vortici e le fere tra le due terre nel Canale, c’è sempre questo andare verso l’alto, l’alto di un oltre della perdita e della pienezza.
Così si saluta e si parte, nell’attesa di un ritorno, che sia fatto di nuova luce cui attingere, della stessa luce, sempre uguale e sempre nuova.
Un po’ più a sud della città, in passato, l’alto era il Sant’Elia, il luogo degli anacoreti dimenticati: mio padre mi ci portò da ragazzo, a raccogliere origano ed asparagi, e, già che c’ero, a gettare l’occhio distratto sulla visione. Anche allora la sera prendeva il sopravvento, perché felicità e distacco erano sposi.

 

La Punta della Lingua

La Punta della Lingua 2017

Walter Siti e Antonella Anedda alla 12^ edizione del poesia festival

dal 2 al 9 luglio ad Ancona e in trasferta a Casa Leopardi

si parte da Bologna, con la prima e unica sfida poetica italiana online

8 giorni di festival, 40 ospiti italiani “italieni” e stranieri, musica dal vivo, proiezioni, tributi a Bob Dylan e Leonard Cohen, reading e incontri in 10 location

Una vacanza poetica in riva al mare, nei boschi del Parco del Conero e in monumenti secolari.

http://www.lapuntadellalingua.it/

SPIGOLI VIVI, di Daria De Pellegrini

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Pubblichiamo alcuni testi, di grande valore, di Daria De Pellegrini, dalla raccolta “Spigoli vivi”, uscita da poco presso le edizioni di Interno Poesia, con la prefazione di Franca Mancinelli.

*

abito pensieri bassi e bui come
queste stanze dalle finestre piccole
dove a dicembre il sole, occhieggiando
strabico tra cataste e magazzini,
viene a dire che abbandono e polvere
sono impudica e prematura resa.

*

neve, non molta. Quel tanto che basta
per non uscire a spalare. Aspettare qualcuno
che non verrà. O altra neve, sicura prima
di sera. Il pettirosso vola nervoso dove
erano torsoli sul mucchio dell’umido.
Lui sa allontanare anche i corvi.
Alla finestra io fantastico
che finiscano presto
cibo legna e gasolio.

*

nella casa chiusa da decenni
tornerò per godere la paura
tra il fumo della stufa e il buio
delle stanze tutt’intorno alla cucina,
tremando che gli oggetti fedeli
a chi li amò e a me del tutto ostili
mi faranno tanto male quanto
un coltello può su una tendina lacera

*

l’aldilà come un presente
eterno di bambini orfani,
ognuno per proprio conto intento
a giocare con i lego,
mattoncini di una vita
da montare e rimontare,
e se di qua si chiude
da dementi di là si godrà
nel gioco qualche azzardo
e non sarà l’inferno ovvio
del piangere e rimpiangere
su dolori dispetti e dispiaceri

tre passi

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(amori)

Quest’anno mese
Settimana o giorno del Signore
Riprendo i cammini dal paese
Ai più remoti o prossimi territori
Atavici, al cuore.

***

(passi)

L’alba in quel folto
Per ritrovare il senso dei sentieri
Pellegrinaggi o furti di raccolto
O le ginocchia, i sassi, i massi
Ove si spacca l’anima di ieri.

***

(ritorni)

Alla luce delle verande
Non nascondiamo da ieri il rosso
Dei gelsi sulle maglie bianche, 
Al sole le scure le nude processioni,
Dietro il timore delle serpi al fosso.

palinsesti filiali

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giornate che resteranno palinsesti da raschiare
per scoprire e riscrivere i padri andati
i loro nomi le loro parole nel camminare
da un versante all’altro delle contrade

sarà sempre un’opera filiale, si voglia o no,
una parola sfuggita, un detto sfuggito all’oblio,
dovunque ci sia tempo e lentezza dell’occhio,
sulla terra dei loro passi, nel resto che non è addìo

primo e secondo addio

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[Casalvecchio Siculo – foto di Lea De Lea]

(addii)
Non esistono addii, al paese:
Ci incontriamo e poi ci salutiamo,
Alla prossima volta, anno stagione mese –
Niente addii, ci basta un ci vediamo.

(ancora addii)
Poi, dice qualcuno, gli addii sono nelle cose,
Ma archi tribone luoghi nel teso raggio
Dei nomi amati dei morti, che nessuno nascose,
Segnano il rivederci, in un paesaggio.

L’uomo dei libri

L’uomo dei libri era amico degli uomini e della terra. Da tempo manca all’appello della primavera. Ebbi modo di imbattermi in lui nella mia prima passeggiata nella nuova città ove ero giunto per lavoro, dopo essermi fermato alla Pensione Franchi, stracco dopo il lungo viaggio in treno. Giusto a metà aprile di anni fa, anni corsi via mentre io all’apparenza restavo a fissarne il movimento invisibile e certo, come la materia minerale ed i passi sull’acciottolato di una piazza. Continua a leggere

ELIO TAVILLA – tre inediti

Tre poesie

comprendevo che la notte si allargava oltre i soliti confini
quando era al punto di crollare sulla superficie del pianeta.
Io ascoltavo il tonfo di una colonna sonora. Poi niente
l’amore che provavi per me era aperto e chiuso
aperto e chiuso, aperto e chiuso. Sì, pulsava
e si capiva che era in vita da quel battito scontroso
ma incrollabile, perenne. Alla fatina avevi detto cose orribili
e ora non ti restava che sparare

* Continua a leggere

Quattro quartine inedite

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Per poco o tanto sia stato il furore,
questa febbre dell’occasione,
ciascuno sembrava un santo lottatore
e saggio, più o meno ispirato da Platone.

A volte trionfava la credenza che il nulla della morte
fosse sempre smentito da qualche residuo ulteriore
di vita, dei nostri morti, augurali la buona sorte,
pacche alitanti sulle spalle, conforti di povero amore.

Vecchi che a non dire sbrighiamoci a morire
di buoni motivi ne possono trovare,
per esempio il tressette da finire,
le spalle al monte, gli occhi fissi al mare.

Prima o poi si arriva di fronte al mare,
sulle colline della parola, che ricreo
ogni volta, inesausto di quest’arrivare
(nelle campagne dei morti si nasconde Orfeo).

DUE RIFLESSIONI

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(ripropongo in un unico testo, con alcune variazioni, due mie rifessioni apparse nel 2014 e nel 2015 sul mio blog, Da presso e nei dintorni, e sul sito Carteggi letterari)

I.

“Poiché i versi non sono – come crede la gente – sentimenti; essi sono esperienze”.
A suo tempo, arrivai a Rilke ed al suo “Malte” per il luminoso tramite delle traduzioni e degli scritti critici di Giame Pintor, e poi di Furio Jesi, meteore intellettuali e morali, la cui scomparsa da giovani lascia forse immaginare e rimpiangere un diverso presente. Continua a leggere

La seconda edizione della V era del contest letterario online MINUTI CONTATI

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Lunedì 17 Ottobre alle 21,00 avrà luogo la novantesima edizione (seconda della V era) del contest letterario più veloce del web; padrino di questa edizione lo scrittore sardo Andrea Atzori, intervistato per l’occasione sul sito di Minuti Contati.

Atzori ha pubblicato diversi romanzi, tra cui la saga fantasy per ragazzi Iskida della terra di Nurak, che ha suscitato l’interesse del premio Oscar per gli effetti speciali Anthony La Molinara, che sta lavorando sulla realizzazione di un teaser cinematografico per il primo episodio della saga. Continua a leggere

Toujours

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Ho conosciuto il nome Paris nell’ultima traversina acciottolata dello Zorio, vicolo Carducci, a Casalvecchio,  scorgendo il nome, prima ancora di leggerlo, accanto alla Torre ne L’Almanach de L’Humanité, uno dei doni dello zio Nino, lo zio francese, a mio padre.

Poi lo sentii riecheggiare, il nome Paris, all’ora di cena, ancora nella luce dell’eterna estate del paese, alla radio, con Toujours Paris, col “Miei cari amici vicini e lontani, buonasera ovunque voi siate” di Nunzio Filocamo – ed erano poi le voci di Edith Piaf, di Leo Ferré, di Gilbert Becaud, di Yves Montand, fra i più amati da mio padre, a trasformare il vicolo, per quell’altrove aperto come la nostra valle panoramica, in un altrove in cui eravamo di casa, freneticamente e amabilmente cantato, per ipotetici immensi viali.

Dalla Francia, che per noi era in fondo solo una grande disseminazione di Paris, zio Nino portava in dono profumi, pain d’épices, gauloises, e il racconto delle lotte, troppo presto lasciate in Italia, dai tempi dell’Unità clandestinamente diffusa nelle fodere dei cappotti dell’amico sarto, quel Nino Aveni nella cui bottega si riuniva la cellula del soldino (era il codice usato nelle passeggiate serali a Messina, nelle ombre di Piazza Cairoli).

Certo, zio Nino appariva ormai francese in tante cose, ma anni dopo dovetti ricredermi: lo zio passava le serate con Verdi, Rossini, Bellini, Donizetti, Mascagni, Leoncavallo… Sicché avrà riso, sornione, della nostra passione per la lontana Paris musicale, coltivata in un lontano vicolo panoramico dello Zorio.

Il contest letterario di Minuti Contati

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Lunedì 19 settembre, alle 21.00, si aprirà la nuova stagione del contest più veloce dei web con un ospite d’eccezione: lo scrittore di strada Walter Lazzarin, intervistato per l’occasione sul sito di Minuti Contati.
Walter Lazzarin, padovano classe ’82, è un giovane scrittore giunto al suo terzo romanzo. Da ottobre ’15 ha promosso il suo ultimo libro “Il Drago non si droga” con un’iniziativa del tutto particolare: reinventandosi scrittore di strada, Lazzarin ha calcato le piazze delle maggiori città d’Italia con la sua macchina da scrivere, in un vero e proprio progetto itinerante per riavvicinare i cittadini alla lettura. Ai passanti attirati e incuriositi dal ticchettare dei tasti, il giovane autore regala un tautogramma, piccolo componimento estemporaneo le cui parole iniziano tutte con la medesima lettera. Continua a leggere

Occhi chiusi

di AMBRA STANCAMPIANO

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Sono nato in una terra magica, su cui un antico dio greco ha stabilito la sua fucina e si incontrano due mari di due colori diversi.
La mia isola e le sue sorelle portano il nome del vento, i miei occhi sono cresciuti alla luce di paesaggi verdi e gialli, le mie orecchie al ritmo dello scrosciare delle onde e del frinire dei grilli, le mie mani tastando spiagge fine e pietrose, il mio naso indagando i sentori aspri del mare, del mirto e delle scogliere. Vivo nella casa più vicina al vulcano nero, lontano dal paese. Continua a leggere

fotografie (inediti)

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Ritrovo l’uomo nella foto del documento
creduto perso, che qualcuno nascose,
tra familiari a pane e sacramento
cresciuti. Non mi somiglia nelle pose
l’uomo che vi figura, né il suo tormento
né i suoi leggendari innesti di rose.
Ma saperlo, a volte, vicino e contento
di quel poco che gli sta per sfuggire,
a un morire non troppo consueto,
sostiene ritti se decade la materia delle cose.

Anche nelle foto erano diversi
i cinquantenni come mio padre, comunista
atavico in un tempo indefinito, persi,
ma non vinti, come altri in un ciclo
sempre a vista di natura e storia,
e felici, per poco o tanto
aver tenuto fede alla parola data
nello stesso tempo concesso.

alcuni inediti

quartine da “Anime di carne”, inedito

112.
Senza timore dei venti dell’inverno
piantavano giardini in occidente
d’aranci e di limoni nel millennio,
materia di luce tra le mani, come niente.

113.
Con la moneta corrente di un paesaggio
i morti ci ripagano, non vanno,
anzi, ritornano qui altrove nei paraggi,
sul monte dietro il tetto, nel secolo e nell’anno: Continua a leggere